martedì 27 settembre 2016

Politica, bambini, tribunali e tanta inenarrabile vergogna


Per i bambini italiani l'Italia è l'estero, non lo sapevate? 
Portare un bambino all'estero, anche se teoricamente è reato, di fatto non viene mai perseguito (archiviazioni, pene simboliche, ecc.).
Invece portare un bambino italiano in Italia (anche se legalmente secondo la convenzione dell’Aja) non solo è reato, ma comporta una condanna a vita. L’Italia diventa “estero” e viene applicato - nei tribunali italiani - il codice penale straniero (per il quale l’Italia è effettivamente “estero”), infliggendo severe pene detentive e ingenti pene pecuniarie: l’importo da risarcire al genitore straniero è superiore agli importi che di solito vengono riconosciuti ai genitori di bambini uccisi.
In concreto, stando alle sentenze italiane, portare un bambino in Italia è peggio che ucciderlo!

Partiamo dai casi concreti: un bambino italiano viene portato all'estero all'improvviso e la Procura di Milano archivia la denuncia di sottrazione perché non c'è “motivazione psicologica” per la sottrazione. Export riuscito!
Una bambina Italo-tedesca nata in Italia viene illecitamente portata in Germania. Tutti i tribunali riconoscono che si tratta di una sottrazione. Il genitore italiano spende decine di migliaia di euro (ma non è scritto che il rimpatrio non deve comportare costi per la vittima della sottrazione?) per riportare a casa sua figlia (uno dei rarissimi casi in cui è avvenuto effettivamente il rimpatrio, grazie al sostegno non istituzionale). Il genitore tedesco viene processato penalmente in Italia e condannato a rimborsare ... €1500! Come dire, “ritenta e sarai più fortunato”. Dunque export non ancora completato, ma ci si ripenserà presto, quando il genitore italiano non avrà più le possibilità economiche di difendere sua figlia da una nuova sottrazione. Al resto, ci penserà l’inerzia delle istituzioni italiane, velocissime nel perseguire i propri connazionali, lentissime (inermi) nel perseguire i genitori stranieri o italiani trasferitisi all'estero.

In sintesi, chi davvero compie una sottrazione internazionale, viene premiato; chi porta o riporta un bambino italiano in Italia viene perseguito penalmente. E non crediate che sia il sesso del genitore a fare la differenza, questa impressione è dovuta al fatto che statisticamente sono di più le madri straniere che portano i figli al di fuori dei confini italiani rispetto a quelle che ce li riportano e soprattutto perché per i palazzi del potere è meglio dividere i padri dalle madri, rendendoli tutti più deboli. Un fronte compatto di genitori italiani sarebbe più difficile da gestire e zittire. La differenza vera è infatti la nazionalità dei genitori: chi dei due è italiano ha perso in partenza. Le sue denunce vengono archiviate, le malefatte compiute dal genitore straniero in Italia invece non hanno nessuna conseguenza. Un genitore straniero può persino permettersi di trarre in inganno il Tribunale per i Minorenni presentando una traduzione falsificata senza rischiare assolutamente nulla: pur confermando la falsificazione, la procura italiana preferisce archiviare, tanto ormai i bambini sono al di fuori del territorio italiano. Ancora un export riuscito! 


La punizione più terribile è riservata a chi ha scoperchiato questo sistema e ha documentato ogni sua affermazione: Marinella Colombo, pur ritenuta l’unico genitore idoneo per i suoi figli e pur avendo avuto una sentenza di Cassazione a suo favore si è ritrovata oggetto di un procedimento penale in Italia, svoltosi su richiesta tedesca e portato a termine con le modalità richieste da tale paese: l’applicazione del diritto tedesco in Italia.

E’ sufficiente creare il fatto compiuto con ogni mezzo, anche illegale, per esempio presentando la traduzione falsificata di un decreto. Il tribunale per i minorenni preleva i bambini con la forza e li rispedisce in Germania. La Cassazione italiana cassa il decreto di rimpatrio, ma questa sentenza pare abbia solo il ruolo dello specchietto per le allodole; non ci si aspetta certo che i bambini tornino davvero in Italia (si è proceduto all'export preoccupandosi poi di rendere inefficace la sentenza seguente di cassazione che avrebbe dovuto porvi rimedio) e chi ce li riporta diviene oggetto di un procedimento penale per …. sequestro di persona.
Un cittadino italiano che osa rendere vano l’export effettuato con successo (grazie anche alla manipolazione mediatica) va punito in modo esemplare!

Tralasciamo tutte le azioni illegali utilizzate per poter arrivare alla condanna e facciamo un salto temporale a condanna scontata. Una volta libero, a questo cittadino che osa tornare a farsi sentire, vengono aggiunti sei mesi di condanna e il marchio infamante di aver maltrattato i propri figli. Come si fa? Presentando la relazione di uno psicologo tedesco che non ha mai visto questo genitore con i suoi figli, ma che sostiene ci sia tra di loro una relazione simbiotica, rendendo così vane tutte le dichiarazioni dei bambini che da anni e in due lingue ripetevano di voler vivere in Italia. Così si possono aggiungere sei mesi per l’orribile reato dei “maltrattamenti in famiglia”.
Altri sei mesi da scontare dunque. Nel dicembre del 2014 viene emesso un ordine di carcerazione con contestuale sospensione permettendo di richiedere una pena alternativa al carcere. La richiesta viene immediatamente presentata, poi cala il silenzio.

Ma questo cittadino italiano ha il vizio di voler difendere i bambini, non solo i suoi, ma tutti i bambini italiani. Ha il vizio di studiare e riuscire a confutare le pseudo argomentazioni che legalizzano le sottrazioni. Peggio ancora, ha il vizio di trovare appoggio nelle istituzioni europee e dunque approfitta dell’ennesimo viaggio a Bruxelles per riuscire a riportare ancora un'altra bambina nel suo luogo di residenza abituale, costringendo un tribunale tedesco che temporeggiava da due anni a decretarne il rimpatrio.
Per pura coincidenza, è proprio in questo momento che le Istituzioni italiane si “ricordano” che questo cittadino ha ancora una condanna da scontare e fanno apporre sulla sua carta d’identità il timbro “non valida per l’espatrio”. Se vorrà di nuovo varcare i confini italiani (Schengen, questo sconosciuto …) dovrà chiedere l’autorizzazione al Tribunale di sorveglianza. Per evitare che magari un giudice serio (ce ne sono ancora) possa concedere tale autorizzazione è sufficiente fare in modo che il suo fascicolo finisca sempre in fondo alla pila di carte e il gioco è fatto: dopo due anni il fascicolo non è ancora stato costituito e dunque non esiste giudice a cui rivolgersi per ottenere autorizzazioni a recarsi al Parlamento europeo. Provare a rivolgersi al procuratore o al questore darà luogo solo ad un “divertente” giochetto che produce montagne di carte, sempre con la dicitura “la legge non lo permette”. Certo, perché improvvisamente, dopo aver seguito pedissequamente le richieste tedesche, si torna ad applicare la legge italiana e più precisamente una legge del 1967, cioè di quando gli accordi di Schengen erano forse il sogno di qualche europeista d’avanguardia, ma nulla di più. Da allora nessuno ha pensato a renderla più attuale e a sancire la differenza tra il divieto di espatrio in paesi extra UE, quelli per i quali è richiesto il passaporto, e i paesi dell’area Schengen, quelli in cui è in vigore anche il mandato d’arresto europeo.
I sei mesi di pena aggiuntiva da scontare sono così già diventati due anni, senza che nessuno abbia ufficialmente aumentato la pena e senza che nessuno si senta responsabile di sanare questa situazione, perché in fondo anche Ponzio Pilato era italiano.

Avrete notato che in questa ricostruzione dei fatti si parla di export anziché di bambini.  Infatti i grandi assenti di questo sistema che dovrebbe tutelare i minori sono proprio i minori.  Il presunto “interesse superiore del fanciullo” in base al quale devono essere emesse tutte le sentenze è una scatola vuota nella quale ci si può infilare qualsiasi cosa.  Sono ben altri gli interessi che prevalgono, di natura economica e politica o anche semplicemente la comodità di non opporsi a questo sistema malato, alla facilità con cui si può andare dietro alla corrente, pensando solo ad incassare il proprio stipendio a fine mese, o in attesa di andare in pensione e soprattutto evitando di resuscitare la verità dei fatti a scapito della costruita verità processuale.

In questo deplorevole sistema ben costruito per schiacciare i più deboli resta comunque un elemento che potrebbe sfuggire al controllo: i bambini.
I bambini crescono e qualche volta sei anni non bastano a causare una irrevocabile sindrome di Stoccolma e allora …. i bambini potrebbero parlare e quando i bambini parlano chiamano ogni cosa con il suo vero nome.
Si ricordi di questo chi si è dimenticato di loro.

domenica 25 settembre 2016

EXPORT TEDESCO DI SUCCESSO!


L’articolo che da tempo viene esportato con successo dalla Germania in tutta Europa e di cui poco si parla (chi ne parla, viene perseguito) è il furto di bambini ai loro genitori.

In questo servizio di Der Spiegel si parla solo della punta dell’eisberg di un sistema che in realtà è diffuso e molto ben funzionante: bambini tolti ai genitori per essere collocati presso istituti e famiglie affidatarie che troppo spesso abusano di loro!

Se ne parla come se si trattasse di casi singoli di cui la giustizia si è occupata. Peggio ancora, si presentano questi ragazzi, allora bambini, come colpevoli di non aver denunciato le violenze subite. Secondo l’articolo avrebbero dovuto informare lo Jugendamt di ciò che accadeva loro, avrebbero cioè dovuto rivolgersi e chiedere aiuto proprio a quell’ente che li aveva tolti ai genitori e messi nelle mani degli abusanti. Senza contare che, come dicono i ragazzi – collocati quando erano molti piccoli in tali famiglie affidatarie - ad un certo punto hanno creduto che fosse normale e che accadesse a tutti i bambini di essere rinchiusi la notte e/o abusati sessualmente.

Intervistato, lo Jugendamt si difende con l’argomento classico: troppo lavoro, troppo poco personale. In sostanza, articoli di questo tipo, che denunciano le malefatte del sistema familiare tedesco, finiscono per essere usati a favore dello Jugendamt che può così reclamare più personale, più fondi, più potere. Questo è l’ultimo caso di una lunga serie.

Ciliegina sulla torta: vi sembra proprio tedesco questo ragazzo, Eric W.? E sua sorella Jasmine?
Siamo costretti di nuovo ad evidenziare che i bambini binazionali sono i primi ad essere sottratti ai loro genitori!!!
I genitori stranieri non vengono neppure intervistati, pare non esistano.
Scappati dagli abusanti, questi ragazzi finiscono di nuovo in istituto. Come possono, con questo vissuto, sviluppare empatia? Come possono credere nell’amore dei genitori e nella giustezza delle istituzioni? Come potranno essere in grado di costruire un giorno una famiglia fondata sull’amore e sul rispetto?

E soprattutto: con questo agire e questo sistema, che domani prepara per sé e per gli altri la Germania?

mercoledì 7 settembre 2016

I bambini binazionali nuovamente sotto attacco

L’opera di germanizzazione dei bambini binazionali prosegue indisturbata proprio perché gli altri paesi, quelli di cui noi e i nostri figli siamo cittadini, glielo permettono, o per lo meno non si oppongono con sufficiente determinazione.

In Germania non solo vengono modificati gli atti di nascita dei bambini, cancellando il cognome del padre non tedesco (nonostante il riconoscimento del bambino), ormai la cancellazione amministrativa riguarda anche le madri non tedesche, usate come fattrici contro la loro volontà.

Qui di seguito una petizione presentata al Parlamento europeo, che abbiamo tradotto in italiano e che illustra come tutto ciò sia possibile.


Petizione contro il cambiamento del cognome dei bambini binazionali 
(sostituzione del cognome del loro genitore non tedesco con quello della moglie o del marito del loro genitore tedesco) giustificato dal Kindeswohl[1]

Il cambiamento del cognome di un bambino binazionale in nome del Kindeswohl porta necessariamente le autorità tedesche a riconoscere che il Kindeswohl non è il “benessere del bambino” ma il benessere dei tedeschi che si appropriano dei bambini degli stranieri, germanizzandoli.


La vicenda

·         Sono la mamma di una ragazzina di 12 anni, Aurélie Dubois, che porta da sempre il mio cognome, ma che presto, in nome del Kindeswohl, tradotto falsamente con benessere del bambino, porterà il cognome dell'attuale moglie di suo padre, Dieter Jaskowsky coniugato Huber, cittadino tedesco, con il quale non ero sposata, ma con cui ho volontariamente condiviso la responsabilità genitoriale, fatto che non è per nulla automatico in Germania[2];
·         Aurélie Dubois è nata a Monaco di Baviera il 9 giugno 2004;
·         Aurélie ha un fratello che si chiama Paul Dubois, nato dallo stesso padre il 13 giugno 2007 a Monaco. Anche Paul ha il mio cognome e vive con me in Francia;
·         Il 12 agosto 2008, Dieter Jaskowsky lascia il domicilio familiare per andare ad abitare con la signora Huber e la figlia comune Tina Huber, nata nel 1992. L’esistenza di questa figlia mi è stata tenuta nascosta per anni;
·         Il 22 maggio 2009 Dieter Jaskowsky sposa la signora Huber;
·         Dieter Jaskowsky rinuncia dunque al suo cognome per prendere quello della sua attuale moglie, signora Huber;
·         A partire da questa data, Dieter Jaskowsky non ha più il suo cognome di nascita, ma quello dell'attuale moglie, Huber;
·         Aurélie vive con suo padre a Monaco dal 19 ottobre 2009 cioè da quando, dopo un diritto di visita durato tutto il fine settimana, non me la ha più riportata (in altre parole, a seguito di una sottrazione, immediatamente legalizzata dal sistema di giustizia familiare tedesco);
·         Dopo aver quasi completamente interrotto ogni contatto tra Aurélie, suo fratello e me (circostanza sempre incoraggiata dal sistema di giustizia familiare tedesco), il padre di Aurélie cerca oggi di sopprimere definitivamente la madre e il fratello dalla sua vita, facendoli sparire anche amministrativamente (con il cambio di cognome);
·         Di fatto, dopo numerosi tentativi di ricatto affettivo e di minacce, il padre ha aperto un procedimento al tribunale tedesco in modo che nostra figlia, Aurélie Dubois, non abbia più il mio cognome, ma quello della sua attuale moglie signora Huber;
·         Il padre giustifica questo cambiamento di cognome con il fatto che Aurélie sarebbe in difficoltà a scuola per il fatto di avere un cognome francese. Ora sostiene in tribunale che questo permetterà ad Aurélie di sentirsi meglio nella sua nuova famiglia presso la quale vive ormai da 7 anni;
·         Come gli innumerevoli genitori che si sono già rivolti a questa commissione con una petizione, anch'io sono stata vittima di numerose violazioni dei miei diritti fondamentali (contatti diretti con minacce, tentativi di intimidazione e di pressione da parte dello Jugendamt[3], prima ancora di ricevere un qualsiasi atto introduttivo o comunque relativo alla richiesta del padre di mia figlia, tutto questo inoltre in tedesco e senza nessuna traduzione);
·         So pertanto già fin d'ora che il padre otterrà senza nessun problema il cambiamento del cognome di mia figlia, aiutato da una pseudo perizia psicologica che conclude scrivendo che per il Kindeswohl di mia figlia bisognerà cancellare le ultime tracce di sua madre che sussistono ancora nella sua vita per via del cognome francese. Questa perizia rivela che, se mia figlia è stata veramente esaminata, questo è stato fatto senza il mio consenso e senza che io ne sia informata benché io abbia ancora i diritti genitoriali su di lei.


Prima che la Commissione e il Parlamento mi rispondano che se il diritto tedesco prevede questa possibilità l'Europa non può fare niente per via del principio di sussidiarietà, desidero precisare che già conosco questo tipo di risposta (ci sono già state interrogazioni scritte alla Commissione su questo tema che però fino ad oggi aveva riguardato soltanto i padri non tedeschi).

Aggiungo anche che non accetterò tale risposta poiché da una parte i diritti fondamentali dei bambini binazionali rientrano nel campo di applicazione della Carta Europea e nelle questioni transfrontaliere all'interno dell'Unione Europea e dall'altra parte perché è ormai noto che soltanto la Germania si comporta in tal modo.

Se tutto ciò può sembrare legale secondo il diritto tedesco (esattamente come per le sottrazioni “deutsch legal”) questo invece è un ulteriore motivo per allontanare ancora un po' di più i cittadini europei non tedeschi da questa Europa incapace di proteggere i suoi giovani concittadini: se un bambino è per metà tedesco viene germanizzato e l’altra metà della sua identità viene sistematicamente cancellata.
Il fallimento dei regolamenti europei (quali il 2201/2003 e il 4/2009) è dovuto proprio al fatto che questi regolamenti non fanno altro che imporre la legge tedesca agli altri paesi dell’Unione. E’ dunque completamente inutile cercare una soluzione nel riconoscimento ancora più automatico delle decisioni giuridiche degli altri paesi, poiché il codice di procedura tedesca impedisce comunque di fare eseguire nella sua giurisdizione una decisione italiana, francese, spagnola, polacca, ecc.; le decisioni tedesche invece vengono imposte agli altri Paesi dell’Unione con lo stesso mezzo.

Nel mio caso ho già avuto conferma che questo cambiamento di cognome sarebbe impossibile in Francia, paese del quale mia figlia è cittadina. Allo stesso modo sappiamo che la Convenzione di New York, firmata da tutti i paesi dell'Unione, proteggere l’identità del bambino, della quale il cognome è uno degli elementi principali; lo stesso si può dire per la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea[4], ma il sistema tedesco sa come scavalcare anche tutto questo.

Se la Carta afferma che è “vietata ogni discriminazione basata sulla nazionalità”, il sistema tedesco scavalca quest'affermazione e permette comunque di cambiare il cognome di mia figlia (cognome francese): non si dice infatti che si richiede la modifica perché è un cognome francese e perché evidenzia che la bambina ha una madre francese (questo sarebbe discriminazione), lo si cambia in nome del Kindeswohl, perché mia figlia si sentirebbe meglio con un cognome tedesco.
In sostanza si realizza una discriminazione affermando che si sta proteggendo il bambino!
Questo non solo è accettato dal sistema tedesco, ma è fortemente favorito. La pressione sul genitore non tedesco affinché accetti “volontariamente” questa discriminazione è effettuata dallo Jugendamt (nel mio caso, come nella totalità degli altri) e sarà legalizzata dal giudice familiare.

Il tribunale familiare tedesco può attuare qualsiasi tipo di discriminazione e motivare tali decisioni con il Kindeswohl, per far sembrare, agli occhi di questa Europa, che la discriminazione è una protezione!

In casi come il mio, tutto è chiaramente scritto nella legge sul cambiamento di cognome, al § 1618 del codice civile tedesco: questo paragrafo permette a uno dei genitori separati di un bambino di sostituire il cognome del bambino con il nuovo cognome da sposato del genitore che detiene l'affido, a condizione che l'altro genitore sia d'accordo e che lo sia anche il bambino, se ha più di 5 anni. Nel caso in cui l'altro genitore non sia d'accordo, il giudice familiare può decidere al suo posto e accogliere la richiesta per il “bene del bambino” (Das Familiengericht kann die Einwilligung des anderen Elternteils ersetzen, wenn die Erteilung, Voranstellung, oder Anfügung des Namens zum Wohl des Kindes erforderlich ist).
Come si legge, nessuno è mai responsabile di queste discriminazioni: La legge dice che “il giudice può sostituirsi all'altro genitore (quello che non è d'accordo, il genitore non tedesco) se il Kindeswohl impone questo cambiamento”.
Ecco dunque a cosa serve la traduzione erronea del Kindeswohl. Politici e giuristi leggeranno una traduzione di questo tipo: “il giudice può sostituirsi all'altro genitore se il benessere del bambino impone questo cambiamento” e chi mai oserebbe agire contro il benessere del bambino?

Inoltre, per essere sicuri che la germanizzazione effettuata in nome del “mal tradotto benessere del bambino” sia irrevocabile, questo cambiamento di cognome è possibile una sola volta.

Nel caso di mia figlia Aurélie Dubois, è il cognome della madre biologica che verrà sostituito con quello dell'attuale moglie del signor Jaskowsky coniugato Huber. Pertanto Aurélie non avrà il cognome di suo padre e contemporaneamente perderà il cognome di sua madre biologica.

E ancora, il signor Jaskowsky coniugato Huber ha già lasciato una volta sua moglie, prima di incontrarmi e poi ha lasciato me, per ritornare con la sua ex moglie e madre della sua prima figlia. Poi l’ha sposata. Non è dunque azzardato pensare che potrebbe di nuovo lasciare sua attuale moglie per risposarsi e scegliere nuovamente di prendere il cognome di un'altra donna, ma Aurélie continuerebbe a portare il cognome di una donna con la quale non ha nessun legame.

Per concludere, vorrei far notare anche che nel mio caso personale e in quelli di tutte le madri non tedesche tutto ciò porta a fare di noi delle fattrici, degli uteri in affitto contro la nostra volontà e in totale contraddizione con la legislazione della maggioranza dei Paesi dell'Unione.

Sappiamo bene che il Parlamento e la Commissione non possono sostituirsi al tribunale familiare e tanto meno possono cambiare il diritto di famiglia di uno dei Paesi dell'Unione, ma sappiamo anche che possono prendere una posizione di chiara condanna relativamente a questi fatti e a questo sistema. Possono riflettere sulla necessità di ristabilire l'exequatur, fino a quando tutti i paesi non avranno lo stesso concetto di benessere del bambino. Possono anche condannare apertamente queste pratiche e ciò sarebbe di grande aiuto per i genitori che lottano, cercando di far rispettare i diritti dei loro bambini binazionali trattenuti in una giurisdizione che lavora per cancellare una parte della loro identità giustificandosi dietro al Kindeswohl.

Settembre 2016


[1] Non tradurre la parola “Kindeswohl”; NON significa “bene del bambino”!
[3] Non tradurre mai la parola “Jugendamt”, istituzione che esiste solo in Germania e che non è né un servizio sociale, né un’agenzia di protezione all’infanzia.
[4] Articolo 3. Diritto all’integrità della persona. Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica.
Articolo 21. Non discriminazione. E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.
Nell’ambito d’applicazione del trattato che istituisce la Comunità europea e del trattato sull’Unione europea è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza, fatte salve le disposizioni particolari contenute nei trattati stessi.

domenica 4 settembre 2016

L’Ambasciata d’Italia a Berlino e lo Jugendamt

La nuova guida per gli Italiani che si trasferiscono in Germania




30 agosto 2016

Terminato il periodo di vacanze vogliamo tornare a scrivere iniziando con una bella notizia: l’Ambasciata d’Italia a Berlino ha finalmente voluto informare dalla realtà del sistema familiare tedesco tutti i connazionali che intendono recarsi in Germania. Nella nuova guida, disponibile anche online (http://www.ambberlino.esteri.it/ambasciata_berlino/resource/doc/2015/12/primipassi_nrw_bw_h_def_stand141215_web.pdf ) il vuoto relativo alle necessarie informazioni è stato finalmente colmato. 

A pagina 13-14 si legge ora “L´ordinamento tedesco attribuisce in via esclusiva alla madre la potestà genitoriale dei figli di coppie non sposate, anche se il padre ha fatto il riconoscimento della paternità. Il padre può ottenere la potestà genitoriale congiunta solo con l’assenso della madre.” Per i padri questo significa che, se vivono in Italia con figli, in una coppia di fatto con una donna tedesca, nel momento in cui si trasferiscono in Germania e poi in Germania si separano non avranno nessun diritto sui propri figli, non hanno la potestà, ma solo l’obbligo di contribuire al mantenimento (fissato in genere con un sistema che può parere illogico a qualsiasi non tedesco). Ricorrere al giudice per far valere i propri diritti/doveri verso dei figli cresciuti (non in Germania) fino a quel momento è, per un padre non tedesco, assolutamente inutile. E’ infatti sufficiente che il giudice familiare constati che non c’è dialogo fra i genitori (non importa se è solo uno dei due a boicottare ogni contatto con l’altro genitore) per confermare la responsabilità genitoriale esclusiva in capo alla madre tedesca (se la madre non è tedesca, la situazione cambia radicalmente).


Per questo motivo era molto importante avvisare i cittadini italiani di questa “particolarità” del diritto di famiglia tedesco, in modo che chi decide comunque di trasferirsi in quel paese possa prendere provvedimenti in modo preventivo. La dichiarazione di potestà genitoriale congiunta (Gemeinsames Sorgerecht) dovrà essere fatta da entrambi i genitori presso lo Jugendamt (=Amministrazione per la gioventù).
Questo tipo di amministrazione, da non confondere assolutamente con i servizi sociali (che sicuramente non detengono tanto potere e tanto meno monopolizzano il registro delle dichiarazioni di potestà genitoriale congiunta) esiste solo nell’ordinamento tedesco (e nei paesi di lingua tedesca, Austria e Svizzera tedesca). La guida prosegue infatti evidenziando che lo Jugendamt “interviene come parte civile in ogni procedimento giuridico nel quale siano coinvolti dei minori ed ha facoltà di fare appello contro le decisioni del Tribunale [...] Lo Jugendamt è dunque contemporaneamente parte in causa, organismo di consulenza ed organo esecutore. Questa peculiarità, sconosciuta agli ordinamenti di altri Paesi occidentali, suscita crescenti critiche in ambito europeo, soprattutto nel caso di minori contesi tra genitori di cittadinanze diverse in relazione a presunte misure discriminatorie ed arbitrarie”.
Il sistema familiare tedesco, come già si evince da queste precisazioni - ma la lista è molto più lunga - è molto lontano da quello degli altri paesi europei e con i quali dovrebbe vigere il principio della fiducia reciproca, fiducia difficile da accordare in queste condizioni.
Se dovremo continuare con l’elenco delle peculiarità di questo sistema per il quale il Kindeswohl (erroneamente tradotto in “bene del bambino”) corrisponde a far crescere il bambino in Germania anche separandolo da uno o entrambi i genitori, dobbiamo però ringraziare subito e pubblicamente l’Ambasciata d’Italia a Berlino che mai fino ad ora aveva voluto pubblicare queste informazioni e che ora invece sta coraggiosamente tutelando i propri concittadini, informandoli di quanto li aspetta in terra tedesca.
Con i ringraziamenti dobbiamo esprimere anche il nostro auspicio che queste informazioni vengano fatte pervenire anche ai Ministeri competenti, a tutti i Consolati italiani, ai Traduttori e ai Magistrati italiani che dovranno tenerne conto nel valutare i procedimenti binazionali nei quali una parte è tedesca o residente in Germania.

Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello «Sportello Jugendamt» dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages




mercoledì 27 aprile 2016

Sottrazioni internazionali e proposte di legge che finirebbero per favorirle



Egr. Sen. Rosetta Enza Blundo
abbiamo avuto occasione di leggere il suo intervento con proposta di legge relativamente alle sottrazioni internazionali.

Le scriviamo in qualità di responsabile dello Sportello Jugendamt dell’Associazione Centro Servizi Interdisciplinare C.S.IN.Onlus, per l’Associazione Enfants Otages e quale responsabile per le sottrazioni internazionali della Onlus Federico-nel-cuore, ma anche di Avvocato penalista e Assegnista di Ricerca in Diritto processuale penale, che si occupa – sia in àmbito forense, che per attività di ricerca – di collaborazione investigativa e giudiziaria con l’autorità straniera.

Ci occupiamo da anni di sottrazioni internazionali, anche con stretti contatti con il Parlamento Europeo. Per questo motivo scriviamo in copia anche all’eurodeputato Eleonora Evi che sta lavorando a questa tematica dall’inizio del suo mandato e nell’ambito di un gruppo di lavoro della Commissione Petizioni.

Condividiamo con Lei, senatrice Blundo, che la situazione è grave e addirittura molto più drammatica di quanto vogliano rivelarci le statistiche. Ai 231 casi di sottrazione di cui ufficialmente si occuperebbe il Ministero degli Esteri, si aggiungono le centinaia o piuttosto migliaia di casi di sottrazioni poi legalizzate dalla magistratura italiana e straniera e le migliaia di casi di sottrazioni di bambini italiani (o binazionali) che avvengono all’interno di altri paesi, non rientrando dunque nelle statistiche, ma andando pesantemente a ledere i diritti – soprattutto quello della propria identità e di mantenere il contatto con entrambi i genitori – di un numero sempre crescente di bambini italiani.

Buona parte dei bambini sottratti non rientrano in Italia non tanto perché le autorità estere non eseguano il rimpatrio, ma prima di tutto perché l’Italia (le sue istituzioni) non si attiva correttamente per ottenerlo. A questo si aggiunge il fatto che in questo settore opera una folla di addetti incompetenti in materia (tra cui certi avvocati e magistrati), persone cioè ignare delle corrette procedure, ma soprattutto all’oscuro di come all’estero vengano applicate le convenzioni. Aspettarsi che un altro paese attui le convenzioni come lo fa l’Italia è il primo errore. La stessa convenzione dell’Aja è stata ratificata in modo differente dai diversi paesi e il Regolamento 2201/2003[1] rimanda a codici di procedura completamente diversi fra loro.
In altre parole SOLO l’Italia emette decreti di rimpatrio immediatamente esecutivi con la forza dopo il primo grado di giudizio. Gli altri paesi MAI.
Già solo una tale aspettativa (cioè il paese in cui è stato sottratto il bambino applicherà la convenzione come lo fa l’Italia) può inficiare completamente tutto il procedimento, mettendo il genitore italiano nella condizione di vincere tutte le cause, ma non rivedere più suo figlio.

L’atteggiamento delle nostre istituzioni è la prima causa dei mancati rimpatri e – peggio ancora – della legalizzazione a posteriori delle sottrazioni, che dunque le stralcia anche dalle statistiche. Espongo il problema di quello che ho voluto eufemisticamente denominare “atteggiamento” nel seguente articolo: http://www.ilpattosociale.it/news/4116/Achtung-binational-Babies-La-legge-%C3%A8-uguale-per-tutti-ma-soprattutto-i-bambini-sono-tutti-uguali-.html

L’approccio al problema “sottrazioni” è di tipo civilistico e penalistico. Se sul piano civile il rimpatrio viene raramente eseguito, sul piano penale l’atteggiamento dell’Italia è ancora più preoccupante: condannati in Italia per sottrazione internazionale sono solo i genitori italiani, addirittura quelli che legalmente portano i bambini in Italia (l’Italia è l’estero per i magistrati nostrani!), ma MAI i genitori stranieri, per i motivi che cerco di riassumere qui di seguito.

Innanzi tutto le procure italiane aprono procedimenti ex 574 bis contro i genitori italiani che portano i bambini in Italia, mentre praticamente mai contro quelli che portano i bambini fuori dall’Italia. Sia perché appunto “a monte” i tribunali stranieri hanno criminalizzato lo spostamento legale verso l’Italia (quindi l’Italia, la sua magistratura, segue pedissequamente gli ordini in arrivo dall’estero, senza verifica) e sia perché le querele contro i genitori che hanno portato i bambini fuori dall’Italia vengono invece sbrigativamente archiviate dalle nostre procure. Se sul piano civile gli spostamenti fuori dall’Italia vengono legalizzati è poi molto difficile tenere in piedi un procedimento penale, molto facile è il caso inverso. Così facendo si evitano anche litispendenze e confrontazioni con i tribunali stranieri.

C’è di più. Nei rari casi in cui il magistrato italiano procede penalmente contro il genitore straniero, autore della sottrazione, l’attuale massimo edittale – e conveniamo con Lei sulla necessità di innalzarlo oltre la soglia dei cinque anni – impedisce al giudice italiano di applicare la più restrittiva delle misure cautelari (la custodia in carcere): a cascata, ciò crea enormi difficoltà nell’emissione di un mandato d’arresto europeo. Se, infatti, la nostra legge di attuazione (la n. 69 del 2005) permette di accedere alla procedura dell’euromandato sia per la custodia cautelare in carcere che per gli arresti domiciliari, così non è per tutti gli Stati dell’Unione. Ne deriva che la sola misura cautelare applicabile all’attuale art. 574-bis c.p. sono gli arresti domiciliari, ma che per esso non dappertutto è possibile l’esecuzione mediante mandato d’arresto europeo. Altrimenti detto, lo Stato che non riconosce questa possibilità, è legittimato a rigettare la richiesta italiana di consegna, così garantendo una sostanziale impunità al reo.

A cosa porterebbe dunque la sostituzione dell’art. 574 bis con il 605 bis? A un aumento dei soprusi nei confronti di chi porta i bambini in Italia e comunque mai contro chi li porta all’estero.

C’è inoltre un elemento molto più preoccupante e l’impossibilità di ottenere (in ambito civile) anche un solo rimpatrio (cioè ancora meno dei già pochi) se si introducesse l’art. 605 bis.
I tribunali stranieri applicano infatti, come si accennava più sopra, le convenzioni alla lettera, cioè con uno spirito della legge molto diverso dal nostro. Andando a controllare negli archivi e tra le pubblicazioni annuali dell’ufficio dell’Aja per la cooperazione giudiziaria e in particolare della sezione che si occupa di sottrazioni, si nota come il tribunale civile straniero tenuto a giudicare se vada eseguito o meno il rimpatrio, utilizza spessissimo l’art. 13 e 13 b della Convenzione Aja 1980 per negare il rimpatrio. Il tribunale straniero si preoccupa del fatto che il bambino non subisca, con il rimpatrio, un pregiudizio. Fino ad oggi il genitore straniero doveva (spesso inventando) accusare quello italiano di essere un violento, per poter ottenere il diniego del rimpatrio. Con questo eventuale 605 bis invece non sarà più necessario, per il genitore straniero, dover mentire; basterà infatti che per es. la mamma che ha lasciato l’Italia con il figlio faccia presente al suo tribunale civile che, rimpatriando il bambino quest’ultimo perderà la mamma, perché se la mamma torna in Italia verrà incarcerata (si tratta inoltre di un reato procedibile d’ufficio, quindi a nulla servirà ritirare eventuali querele). In questo modo il pregiudizio nel quale il bambino incorre con il rimpatrio diventerebbe oggettivo, provato e non rimovibile. Il tribunale civile straniero non potrà dunque che legalizzare la sottrazione, privando così il genitore italiano di qualsiasi possibilità di poter sperare in un rimpatrio, mentre l’Italia (dopo pochi mesi) perderà anche la competenza territoriale di poter sentenziare sul caso.

Forse le hanno spiegato che con il 605bis si potrebbe anche ottenere l’emissione di un mandato d’arresto europeo per far arrestare ed estradare il genitore che ha lasciato l’Italia con il figlio. Niente di più falso. Se anche venisse emesso un mandato d’arresto europeo con richiesta di arresto ed estradizione verso l’Italia, questo non avverrà mai, perché molti paesi (e i loro codici di procedura) non prevedono l’estradizione per i propri concittadini. Inoltre praticamente tutti i paesi hanno la facoltà di non estradare il proprio concittadino se il reato di cui è accusato è stato compiuto, anche solo in parte, sul territorio del paese di cui è cittadino: questo è sempre il caso di una sottrazione che, iniziata in Italia, si conclude nel paese straniero, dando quindi la possibilità di negare l’estradizione.
Il meccanismo è semplice.
La decisione quadro sul mandato d’arresto europeo (la n. 584 del 2002) colloca tra le cause facoltative di rifiuto alla consegna del reo (all’art. 4) il fatto che costui sia cittadino del Paese richiesto. Ovviamente questo Stato deve garantire al richiedente che eseguirà la pena sul proprio territorio. Se, però, per i tribunali di quello Stato il fatto per cui si procede non è reato (per es. in Germania il codice penale prevede il reato di sottrazione solo quando un bambino è portato fuori dal territorio tedesco, dunque il genitore tedesco che sottrae il bambino italiano e lo porta in Germania non commette mai reato, esattamente all’opposto di quello che succede in Italia, dove portando un bambino dall’estero verso l’Italia si commette il reato di sottrazione internazionale!) – e, quindi, a carico del reo ci sarà un’archiviazione o una sentenza di proscioglimento – la pena non potrà essere eseguita, e l’impunità sarà garantita al reo.

Cambiare le “etichette” serve a poco. Collocare la sottrazione minorile dopo l’art. 605 c.p. è inutile, quando non dannoso, visto che depriverebbe l’illecito della fisionomia di reato contro la famiglia. La vera novità – e su questo, si ripete, si concorda – è innalzare i limiti edittali. Bene, quindi, il massimo collocato ad almeno cinque anni: oltre ai positivi effetti in punto di cooperazione con l’autorità straniera, esso permetterebbe di evitare, sul piano processuale interno, il meccanismo della citazione diretta a giudizio e, così, secondo le prassi di molti Tribunali, di affidare l’accusa in udienza ai VPO. Si favorirebbe, così, il dialogo con il Magistrato togato, peraltro passando per il filtro dell’udienza preliminare e così permettendo una migliore definizione dell’addebito.
E’ sufficiente, cioè, un art. 574-bis c.p. con massimo edittale fissato in almeno cinque anni, tenendo però presente il pregiudizio che il procedimento penale può portare in ambito civile e in fase di decisione del rimpatrio.

In sostanza non è introducendo l’articolo 605bis che si risolverà il problema delle sottrazioni, ma imparando ad agire come fanno quei paesi che trattengono ogni bambino sul proprio, legalizzando la sottrazione.
E’ necessaria una formazione ad hoc per gli avvocati, ma soprattutto è necessario che i nostri tribunali imparino a non mandare all’estero i bambini italiani che subiranno con ciò un irreparabile pregiudizio (perdita del genitore italiano), che vengano adeguatamente preparati (troppi giudici non sanno cosa siano i certificati ex RE 2201/2003 per il riconoscimento delle sentenze) e che reagiscano con la stessa velocità di quelli stranieri nei casi di sottrazione, emettendo per esempio in 2-3 giorni provvedimenti urgenti che certifichino l’illiceità del trasferimento, è necessario che lo Stato italiano si faccia carico delle spese legali del genitore italiano vittima di sottrazione (mentre allo Stato attuale accade il contrario, il contribuente italiano paga le spese legali del genitore straniero che viene in Italia a reclamare un bambino e questo indipendentemente dal suo reddito) e che si precisi che la sottrazione internazionale, possibilmente con aumento della pena, è per il codice italiano il reato commesso nel portare un bambino fuori dall’Italia (indipendentemente dalla sua residenza abituale, così come previsto dai codici degli altri Stati) e non viceversa come accade oggi.

Speriamo di essere stati sufficientemente chiari. E’ difficile concentrare in poche righe un argomento così vasto, ma restiamo volentieri a sua completa disposizione per ogni ulteriore approfondimento e in attesa di cortese riscontro.

Cordialmente
Dott.ssa M. Colombo
Avv. Francesco Trapella

mercoledì 27 gennaio 2016

Giorno della memoria o spaventosa attualità


Riceviamo e pubblichiamo ...







Nei secoli l’uomo, unico tra gli esseri viventi, ha compiuto crimini tremendi e atti atroci, privi di qualsiasi umanità. Gli oppositori politici sono stati spesso torturati, uccisi o rinchiusi nei campi di lavoro. I loro bambini sono stati presi, affidati a famiglie fedeli ai diversi regimi o addirittura fatti scomparire. Ma uccidere milioni di persone perché si è convinti che esista una razza superiore e che gli altri siano “Untermenschen” e vite indegne di essere vissute, di questo è stato capace solo il nazionalsocialismo tedesco. Questo è un atteggiamento mentale che non si cancella con la fine della guerra, neppure eleggendo un socialista tedesco a capo del Parlamento Europeo e tanto meno con qualche commemorazione affinché “questo non accada mai più”.
Io, noi tutti genitori di bambini rubati dalla ODIERNA Germania, noi tutti abbiamo toccato con mano la presunzione e l’alterigia di giudici e funzionari tedeschi che stabiliscono che un bambino possa crescere bene solo in Germania e solo con il genitore tedesco, noi tutti abbiamo sentito calare pesante su di noi il disprezzo di chi continua a sentirsi superiore, noi tutti ci siamo sentiti trattati come “Untermenschen”, impossibilitati a difenderci, a replicare, a mostrare la falsità delle loro verità, noi tutti siamo stati messi a tacere, mentre abbiamo impresso nella mente come una ferita che non smette di sanguinare l’ultimo sguardo di nostro figlio, quel figlio che ormai non esiste più, vittima della Germania di oggi, ucciso nel suo essere binazionale, condannato per crimini mai commessi, condannato ad essere orfano di un genitore che ha la sola colpa di non essere tedesco. Noi tutti, nel giorno della memoria, guardando i film e i documentari, ci rendiamo conto di come solo l’apparenza e le armi di morte siano cambiate, ma tutto è rimasto identico nel paese che continua a sentirsi superiore e dunque in diritto di comandarci e di uccidere i nostri figli. Noi tutti soffriamo in questo giorno ancora di più perché siamo le voci nel deserto che inutilmente gridano che di memoria non si tratta ma di una indicibile attualità.

Marinella Colombo

27 gennaio 2016

martedì 5 gennaio 2016

I padri sono le madri migliori?

“I padri sono le madri migliori?”

Con questa farneticazione, Der Spiegel aveva chiuso il 2015, ma purtroppo non la deriva di un paese in cui gli uomini cercano di essere donne e le donne si sentono uomini, dove i bambini passano da una famiglia all’altra, sotto la regia attenta dello Stato (attraverso lo Jugendamt e i suoi 1.600.000 dipendenti), generando un giro d’affari senza paragoni con finanziamenti anche nostri, grazie ai fondi dell’Unione Europea.


Non credano i padri non tedeschi di far parte della categoria dei padri-uguale-madri-migliori! A loro non viene data mai neppure la possibilità di essere padri, loro sono solo "Erzeuger" (generatori), così come le madri non tedesche sono solo “Bauchmama”, prestatrici di utero (senza affitto).
In seguito, entrambe le categorie (padri e madri non tedeschi) servono solo a pagare il mantenimento del bambino, la sua educazione non li riguarda. L’educazione (e l’incasso del mantenimento) riguarda solo le persone “superiori”, i genitori tedeschi.

Attenzione, tutti coloro che non possono o non vogliono sottomettersi a questa regola di “natura teutonica” sono passibili di procedimento penale.