giovedì 17 dicembre 2015

Cinque anni di terrore e un regalo di Natale

"Ci sono mattine nelle quali non vorrei aprire gli occhi, sapendo che sarà un altro giorno senza i miei ragazzi, sapendo che sarà un altro giorno nel quale verrà fatta loro ancora violenza”, ci confessa Marinella Colombo. Lei è una dei tanti genitori di bambini orfani, prigionieri in Germania. E’ una madre che ha portato in grembo e partorito due figli, proprietà della “grande Germania”. Ha lavorato, ignara, per il paese che sta distruggendo l’Europa, ha messo al mondo due creature senza sapere che non sarebbero mai stati bambini portatori di diritti, ma solo proprietà (oggi) e fornitori di servizi e introiti (domani) per lo Stato tedesco.  Quasi un utero in affitto ante litteram, senza accordo e solo con tanto dolore.
Per chi ha il controllo dei media e dunque delle notizie diffuse, è stato facile far passare la vicenda per una separazione litigiosa e far passare lei per una madre egoista e soprattutto criminale.
I suoi ragazzi sanno che tutto ciò non è vero, ma non hanno più la forza di battersi, schiacciati dalle volontà di Stato che per due volte e contro il loro volere, li hanno spediti in Germania come fossero dei pacchi (anche la psicologa del tribunale scrive "Sottolineo che questi bambini non sono pacchetti da spostare ad esigenza della legge"). La parte tedesca ha infatti ottenuto due volte il rimpatrio con l’inganno (traduzioni falsificate presentate al tribunale per i minorenni e accordi legali stracciati unilateralmente) e le Istituzioni italiane hanno preferito commettere illeciti e agire in modo illegale pur di accontentare i tedeschi (rapimento dei bambini in Slovenia ad opera delle forze di polizia agli ordini della Procura milanese http://jugendamt0.blogspot.it/2014/12/e-cosi-abbiamo-perso-tutto-la-ragione.html ).
Nonostante ciò questi ragazzi, per cinque lunghi anni, hanno ripetutamente chiesto di vedere la mamma, ma il padre, forte del libero arbitrio che gli assicurano le autorità teutoniche, lo ha sempre negato in modo anche violento. Una nostra persona di fiducia che è riuscita ad avvicinarli ci ha infatti riferito del terrore che caratterizza questi ragazzi.
Marinella, pur essendo stata punita per le verità rivelate, ha continuato e continua a battersi per rendere noti gli abusi di una giustizia ingiusta, le leggi non applicate e le distorsioni tedesche di convenzioni internazionali e regolamenti europei. Ha messo a disposizione degli altri genitori (madri e padri) la sua esperienza; l’infinito amore per i suoi figli l’ha portata ad aiutare tanti altri bambini, raccogliendo diversi successi.
Ne è prova il messaggio di questo padre italiano, la cui figlia era stata sottratta e portata in Germania e che ora vive felice di nuovo in Italia:


domenica 13 dicembre 2015

Bambini orfani del genitore italiano ... non fa notizia

I bambini deportati in Germania non fanno notizia. Un genitore italiano che non vede i suoi figli da anni, e che è stato criminalizzato ad hoc, non fa notizia. Anzi, è meglio che non parli, altrimenti potrebbe svelare le illegalità compiute da chi invece la legge dovrebbe rispettare e far rispettare!


Ricordando Olivier Karrer

Non dimentichiamo. A Milano c'è ancora un innocente in prigione!! La Cassazione italiana ha ritenuto che i tribunali italiani mancassero di giurisdizione per procedere con l'assurda e falsa accusa di "associazione a delinquere", ma intanto Olivier è in prigione da tre anni e mezzo!!!!


giovedì 22 ottobre 2015

La tutela oltre la frontiera. Bambini bilingue senza voce. Bambini binazionali senza diritti.

Illustrazione: Davide Tinelli
Anni fa i media si erano occupati della mia vicenda, chi cercando di raccontare i fatti, chi cercando di accontentare il pm che diligentemente forniva ai giornalisti le informazioni da pubblicare. Ovviamente si trattava solo del punto di vista dell’accusa, poiché a me, durante quel processo e per quasi un anno, era stato imposto il divieto di comunicazione. Una volta ottenuta la mia condanna con metodi che, rispetto al comune senso di giustizia, poco hanno a che fare con la legalità, gettato fango su tutta la mia famiglia, privata come me di ogni risparmio, è calato il silenzio.

Non vedere i propri figli per cinque anni in effetti non fa notizia. Sapere che quei giudici, pagati dal contribuente italiano per tutelare i bambini, li hanno invece deportati in violazione di leggi e convenzioni non fa notizia. 
Nel 2012 Rizzoli ha pubblicato il mio libro “Non vi lascerò soli” (http://www.rizzoli.eu/libri/non-vi-lascero-soli/ ), ma non potevo rilasciare interviste e dunque non ha fatto notizia.

Da allora ho convissuto con una indicibile e inumana sofferenza. Lo ho fatto studiando e spendendomi per gli altri numerosissimi genitori nella mia stessa identica situazione. Con questo sapere ho salvato altri bambini, facendoli rientrare in Italia o impedendo che venissero, come i miei figli, mandati nella società malata che si trova al di là delle Alpi.

Quest’anno è uscito il mio secondo libro che come il primo appartiene alla mia storia, anche se non è più un’autobiografia, ma il frutto degli studi e la prova agghiacciante di come il nostro paese si sia giuridicamente organizzato per “esportare” i suoi figli, persino per non farli rientrare nelle statistiche dei bambini sottratti che sono molti di più rispetto a quelli registrati dalla Farnesina. Uso volutamente questa espressione commerciale, “esportare”, perché in tutto questo i bambini sono soltanto oggetti.

La “mercificazione” del bambino inizia in Germania con molto anticipo rispetto all’Italia e con la sola differenza che quel paese i bambini li “importa” soltanto.

Il libro, “La tutela oltre la frontiera. Bambini bilingue senza voce. Bambini binazionali senza diritti” (http://www.bonfirraroeditore.it/saggistica/la-tutela-oltre-la-frontiera-detail.html) pubblicato da Ed. Bonfirraro sarà presentato a Perugia il 27 ottobre, con il Movimento per Perugia e rappresentanti della Manif pour tous Italia e del Forum delle Associazioni familiari.
Il collegamento tra la “tutela oltre la frontiera” e i temi affrontati dalla Manif pour tous potrà forse non emergere a prima vista, ma è strettissimo e verrà analizzato nel dettaglio in occasione della presentazione a Perugia

E’ certo che la definizione di famiglia della società tedesca (“una relazione dinamica e in continuo cambiamento tra almeno un adulto e un bambino, figlio naturale o affidato”) è premessa e complemento alla mercificazione dei bambini, elementi indispensabili in una società vecchia, molto preoccupata per il pagamento delle future pensioni.
Ricordo per inciso che già nel 2006 l’80% delle cattedre di psicologia delle Università tedesche erano occupate da sostenitori del gender mainstreaming. 
Ricordo la campagna dei Verdi tedeschi per la legalizzazione della pedofilia (vedi articolo: http://www.ilpattosociale.it/news/3468/I-verdi-e-la-pedofilia-una-storia-tedesca.html), campagna dimenticata, ma mai veramente disconosciuta. 
Ricordo la diffusione a cura del ministero tedesco per la famiglia dell’opuscolo “Corpo, amore e gioco del dottore”, ritirato per via delle numerose proteste, ma poi nuovamente diffuso, mascherato da direttiva dell’OMS e in questo modo imposto a tutta l’Unione Europea; in realtà si tratta di un prodotto made in Germany (vedi articolo: http://www.ilpattosociale.it/news/2954/Masturbazione-e-gioco-del-dottore-per-bambini-dai-4-anni.html). La versione per i bambini residenti in Germania si chiama ora “Naso, pancia e sedere”. Specifico “residenti in Germania” perché il fatto di trovarsi sotto giurisdizione tedesca fa sì che i tribunali tedeschi possano togliere l’affido (e lo fanno con estrema facilità) a tutti quei genitori che hanno un’altra visione dell’educazione dei figli. E’ questo il motivo per cui il genitore non-tedesco è per definizione un genitore “sospetto”.


Queste lezioni di sesso vengono imposte a scuola, dove è possibile farsi esonerare dalla lezione di religione, ma non da quelle di sesso. La scuola ha infatti non tanto la funzione di istruire, quanto quella di “educare” e controllare che i bambini crescano convinti di determinate teorie. Chi si oppone, è ormai noto, perde l’affido dei figli e può essere incarcerato (vedi il caso della coppia tedesca che praticava con successo la scuola parentale e che ha richiesto asilo politico agli Stati Uniti per non perdere i figli, o dei movimenti cattolici tedeschi i cui rappresentanti sono stati incarcerati per via delle assenze dei figli a scuola durante le lezioni di sesso). 

Il concetto di famiglia che si vuole imporre è quello propagandato dallo Jugendamt, elemento determinante nel sistema familiare tedesco, insieme a tribunali e psicologi, lo stesso Jugendamt che sottrae i figli ai genitori non-tedeschi. Per quale famiglia lavori lo Jugendamt è evidente guardando l’opuscolo diffuso nel 2014 dallo Jugendamt bavarese, sulla cui copertina campeggiano due famiglie omosessuali.
Lo Jugendamt è un ente (plenipotenziario), è un altro di quegli enti la cui finalità sarebbe la tutela del minore. 
Ma di quale tutela si tratta? 

E l’Italia, che per una malamente addotta tutela dei miei figli li ha resi orfani, come si giustifica? 

Tace e ancora cerca di impedirmi di parlare.

Marinella Colombo



venerdì 4 settembre 2015

Vademecum - Lo Jugendamt e i bambini

Indicazioni essenziali sulle caratteristiche del sistema tedesco in materia familiare. 




In Germania opera un ente potentissimo, lo JUGENDAMT[1], che spesso viene confuso con i servizi sociali, invece il suo ruolo è molto più esteso, le sue possibilità decisionali e di intervento innumerevoli e le sue finalità diverse da quelle che dovrebbe perseguire un servizio sociale.
Il suo compito ufficiale è quello di occuparsi della tutela dei bambini, dove però il concetto di tutela è molto diverso da quello inteso nei restanti paesi dell’Unione, come illustrato più sotto.
Lo Jugendamt lavora in stretta collaborazione con le forze di polizia e con i tribunali, raccogliendo informazioni sui bambini anche attraverso la scuola, il pediatra ed ogni altro tipo di istituzione tedesca. Se ritiene che in uno degli ambiti relativi alla crescita del bambino ci sia una mancanza da parte dei genitori interviene, arrivando a chiedere al tribunale di emettere un decreto che limita il diritto di affido dei genitori sul figlio.

Il frazionamento del diritto di affido sui figli
In Germania infatti il diritto di affido si divide in due grandi categorie (la cura della persona e la cura del patrimonio), divise a loro volta in sottocategorie (il diritto a decidere il luogo di residenza, quello relativo alla scuola e all’istruzione, quello di decidere nell’ambito sanitario, quello a decidere il cognome del bambino, ecc....). Pertanto i genitori che, per esempio, non sottopongono i bambini ai regolari controlli pediatrici, così come previsti dalla normativa tedesca, rischiano di vedersi sottrarre una parte del loro diritto di affido sui propri figli, quello appunto relativo alle cure sanitarie (Gesundheitsfürsorge). I genitori che non seguono attivamente i bambini nel loro percorso scolastico, o non sono in grado di farlo, perché nonostante la permanenza in Germania non padroneggiano la lingua tedesca, rischiano di vedersi togliere la parte di affido relativa all’educazione. Anche permettere al bambino di non presenziare alle controverse lezioni di educazione sessuale, può portare alla perdita dell’affido. In Germania infatti la frequentazione della scuola è obbligatoria, diversamente dall’Italia e dagli altri paesi dell’Unione nei quali vige l’obbligo di istruzione, ma non di frequenza scolastica. Se dunque negli altri paesi è prevista la possibilità di educare i propri figli a casa (scuola parentale o homeschooling) e con insegnati privati, con esame alla fine di ogni anno scolastico, questo è reato in Germania, punibile appunto con la perdita dell’affido e fin anche con la prigione. Sono di grande attualità le manifestazioni tenute da diverse associazioni cattoliche tedesche che richiedono la possibilità di non far partecipare i propri figli alla lezioni di educazione sessuale che definiscono essere a sfondo pornografico e sicuramente contro l’etica e la morale. Già più di un genitore è stato arrestato o gli è stato tolto l’affido per le assenze dei figli.

Le separazioni nei tribunali familiari tedeschi
In caso di separazione dei genitori, l’intervento dello Jugendamt è ancora più massiccio. Lo Jugendamt partecipa d’ufficio a tutti i procedimenti nei quali è coinvolto un minore e non lo fa come consulente del giudice, ma come parte in causa, quindi allo stesso titolo dei genitori, anche se questi sono in pieno possesso dei loro diritti sul figlio. In altre parole, in Germania i bambini hanno tre genitori. Il giudice non può esimersi, è obbligato a coinvolgere lo Jugendamt ed a chiedergli il suo parere (§ 162 Legge sui procedimenti familiari di volontaria giurisdizione, FamFG e § 50 Libro VIII del Codice sociale tedesco, SGB, Buch VIII).
Il parere dello Jugendamt è vincolante per il giudice: se infatti quest’ultimo dovesse decidere in modo diverso da quanto “consiglia” lo Jugendamt, questo ente può fargli causa e appellare la decisione. La legge riconosce espressamente allo Jugendamt il diritto di fare appello delle decisioni che non condivide (Gegen die Beschlüsse steht dem Jugendamt ein eigenes Beschwerderecht zu), attribuendogli così implicitamente anche la funzione di controllo sui giudici.

Il Verfahrensbeistand
Nei procedimenti familiari tedeschi è presente anche un’altra figura giuridica, il Verfahrensbeistand, il cui nome viene generalmente erroneamente tradotto con “curatore”, oppure “avvocato del bambino”, proprio perché questa figura giuridica non esiste nell’ordinamento italiano. In Italia, il curatore viene nominato e prende parte al procedimento nel caso in cui i genitori abbiano perso l’affido sul minore, in Germania invece esso viene nominato anche se i genitori hanno tutti i diritti sul figlio, per questo parliamo di traduzione errata. Anche l’altra traduzione, “avvocato del bambino” è fuorviante perché se il minore, ormai ragazzino, chiede di scegliere autonomamente il suo avvocato, non può farlo. In pratica il Verfahrensbeistand è un’altra figura statale, nominata dal tribunale, che in genere lavora in accordo con lo Jugendamt e sostiene le stesse tesi che in questo caso verranno però considerate espressione della volontà del minore.



I figli naturali
Una realtà molto diversa da quella italiana, è quella delle coppie di fatto. In Germania la madre non sposata detiene la responsabilità genitoriale (o potestà) esclusiva, anche se il padre ha riconosciuto il bambino e gli ha dato il suo cognome. Riconoscere il proprio figlio, per un padre non sposato significa riconoscere soltanto di dover pagare gli alimenti per il bambino in caso di separazione. La madre, detenendo la responsabilità genitoriale (o potestà) esclusiva, può prendere autonomamente qualsiasi decisione relativa al bambino, può traslocare, può scegliere la scuola, può decidere se mantenere o meno il contatto padre-figlio, può cambiare il cognome del bambino e può disporre liberamente di eventuali libretti di risparmio o conti aperti a nome del minore, di solito da nonni e altri parenti per assicurare gli studi futuri del piccolo.
Con la modifica del codice di famiglia entrata in vigore nel 2009, il padre non sposato può fare istanza in tribunale chiedendo al giudice il riconoscimento della responsabilità genitoriale (o potestà) congiunta. Il giudice la concede solo se questo è conforme al Kindeswohl (il bene del bambino nella particolare accezione tedesca del termine) se cioè, per esempio, i genitori hanno mantenuto un buon dialogo fra di loro nonostante la separazione e sono in grado di prendere congiuntamente decisioni relative al minore. Soprattutto nei casi binazionali, è sufficiente che la madre tedesca si rifiuti di parlare con il padre, per esempio italiano, per far sì che il giudice reputi la potestà congiunta non conforme al bene del bambino.

Genitori non sposati e cura genitoriale (da noi responsabilità genitoriale o potestà)

Uno dei diritti/doveri più importanti è quello di occuparsi dei propri figli.
In Germania però, in caso di coppie di fatto, la situazione è capovolta: anziché perdere un diritto sulla prole se si ha sbagliato o non adempiuto ai propri doveri, il padre non sposato deve dimostrare di possedere speciali caratteristiche per poter mantenere una relazione con i propri figli, per ottenere cioè quello che dovrebbe essere un diritto naturale. 








Codice Civile (tedesco)
Libro 4 – Diritto di famiglia (artt. 1297 – 1921)
Parte 2 - Parentela (artt. 1589 – 1772)

Titolo 5 – Responsabilità genitoriale (artt. 1626 – 1698b)

Articolo 1626aCura genitoriale[1] di genitori non sposati;
                             dichiarazione di esercizio congiunto della cura genitoriale[2]


(1)  Se i genitori non sono sposati alla nascita del bambino, hanno il diritto di esercitare la cura genitoriale congiunta se:

1. dichiarano di voler esercitare congiuntamente la cura genitoriale 
   (dichiarazione di cura genitoriale congiunta) [3],

2. si sposano, oppure

3. se il tribunale familiare dispone la cura genitoriale congiunta.

(2) Il tribunale familiare conferisce la cura genitoriale o una parte di essa a entrambi i genitori, come da par.1, num. 3 su istanza di uno dei genitori, se detto conferimento non contrasta con il bene del bambino[4]. Se l’altro genitore non apporta motivazioni[5] che contrastino detto conferimento e se altrimenti queste motivazioni non sono evidenti, si presuppone che l’esercizio della cura genitoriale congiunta non sia in contrasto con il bene del bambino.
(3) Negli altri casi, la madre è detentrice della cura genitoriale esclusiva.

Nuova versione del codice a seguito della Legge di riforma della responsabilità genitoriale congiunta di genitori non sposati del 16.04.2013 (Codice civile tedesco1 I, pag. 795) in vigore dal 19.05.2013.



[1]    Nel testo in lingua originale: „elterliche Sorge
[2]    Nel testo in lingua originale „Sorgeerklärungen“, indicato al plurale. Bisogna notare che non si tratta qui dell’esercizio di un “affido congiunto”, ma dell’esercizio di una “cura genitoriale congiunta”.
[3]    Il testo di Legge, così come scritto è un eufemismo. In realtà la dichiarazione del padre è subordinata al consenso della madre tedesca che deve dare anticipatamente la sua autorizzazione (art 1595 del BGB - Zustimmungsbedürftigkeit der Anerkennung) sia alla dichiarazione di cura genitoriale congiunta, sia al riconoscimento di paternità di fronte all’amministrazione tedesca (art 1594 du BGB - Anerkennung der Vaterschaft). Se la copia degli atti consegnati dalle autorità tedesche al genitore straniero (consenso della madre al riconoscimento di paternità da parte del padre e dichiarazione di cura genitoriale congiunta) sono privi della firma della madre, spesso non si tratta di un errore, ma della possibilità di invalidare quello che invece dovrebbe essere stato definito per sempre. La dichiarazione di cura genitoriale congiunta è un atto che deve essere autenticato (art 1626d, §1 BGB, codice civile tedesco), nella maggior parte dei casi davanti ad un rappresentante dello Jugendamt (art 87e SGB VIII, libro VIII del codice sociale tedesco). Condizione per il riconoscimento dell’esercizio di cura genitoriale congiunta è che la madre sia detentrice della cura genitoriale, cosa che lo Jugendamt impedisce con estrema facilità alla madre straniera, invocando una Kindeswohlgefährdung, che viene dal semplice fatto che la madre non sia tedesca e non sia sposata. (art 1666 – BGB).
Lo Jugendamt è anche il tutore (Vormund) della madre minorenne e del bambino (art 1791c BGB, codice civile tedesco) che il Tribunale familiare deve informare quando decide di istituire una tutela (Vormundschaft) d’altronde imposta dallo Jugendamt stesso. Lo Jugendamt è l'istituzione che l’ufficio dell’anagrafe deve informare quando nasce un bambino da genitori non sposati. Lo Jugendamt è inoltre l'istituzione che deve proporre alla madre non sposata, alla nascita del bambino,  consiglio ed appoggio per farne stabilire la paternità, in modo da fare del padre non sposato (ma anche di quello sposato) il debitore nei confronti del Land (art 52a SGB VIII, art 1712 BGB), senza garantirgli l’esercizio dei suoi diritti genitoriali (lo Jugendamt contribuisce a fare in modo che egli non possa esercitarli). L’esercizio della cura genitoriale congiunta è in realtà estremamente relativo in Germania perché se il genitore tedesco – padre o madre – decide di imporre la sua volontà al coniuge o al suo partner straniero, gli basta separarsi da lui/lei, tenere il bambino fisicamente con sé, senza decisione giuridica („Obhut“ art 1713, §1 BGB). Può poi chiedere allo Jugendamt di implementare un provvedimento di Beistandschaft per ottenere gli alimenti, adducendo una separazione duratura dal coniuge o dal partner, senza doverlo provare o doverne dimostrare la durata (§ 1567 BGB). Lo Jugendamt crea il fatto compiuto quando propone unilateralmente al genitore tedesco – padre o madre – la garanzia del pagamento degli alimenti (Unterhaltsleistung), senza precisare che si tratta in realtà degli anticipi sui pagamenti degli alimenti non ancora fissati dal tribunale (anche la Legge li definisce Unterhaltsleistung) che esigerà, in qualità di Stato (Land) dall’altro genitore (straniero) a due condizioni: che non viva più insieme all’altro genitore (straniero) e che non accetti il pagamento degli alimenti (che l’altro genitore deve invece versare direttamente allo Jugendamt). Così facendo lo Jugendamt crea le condizioni affinché i genitori non possano trovare un accordo pacifico. Il suo interesse non è quello di preservare il legame genitore (straniero)-bambino, bensì di preservare il Kindeswohl, l’interesse della comunità tedesca relativamente ai bambini (Kindeswohlprinzip – art §1697a BGB). Una volta integrata la situazione con il provvedimento di Beistandschaft, per il genitore tedesco è pura formalità ottenere tutti i diritti sui figli (§ 1671 BGB), poiché lo Jugendamt, in qualità di genitore di Stato plenipotenziario e terza parte in causa davanti al giudice familiare, “raccomanda” sistematicamente di trasferire “una parte della cura genitoriale” al genitore tedesco e costruisce in questo senso i suoi argomenti. La finalità è trattenere i bambini in Germania, servirsi di loro per appropriarsi della forza lavoro, dei contributi pensionistici, degli alimenti, degli assegni di mantenimento, del patrimonio e più tardi dell’eredità del genitore straniero. Il riconoscimento del bambino da parte del padre, fortemente consigliato alla madre non sposata, conferisce innanzi tutto dei diritti allo Jugendamt, tra cui quello di utilizzare il bambino contro il padre straniero, di sfruttare l’amore di quest’ultimo per suo figlio per farsi finanziare il versamento degli alimenti, indipendentemente da una qualsiasi decisione giuridica e indipendentemente dai suoi introiti, facendo in modo nello stesso tempo che questi non possa esercitare i suoi diritti genitoriali o per lo meno solo in modo umiliante, sempre in Germania e comunque sotto il rigido controllo del personale dello Jugendamt.
[4] Kindeswohl nel testo originale, concetto che in nulla coincide con l’interesse superiore del fanciullo (in tedesco beste Interesse des Kindes), così come presente nelle convenzioni internazionali.
[5] Una delle motivazioni più spesso addotte in questo tipo di procedimento è che non ci sia dialogo tra i genitori (non importa se per volontà di uno solo); la mancanza di dialogo tra i genitori viene addotta dal tribunale quale motivazione per negare l’esercizio della cura genitoriale congiunta.



martedì 12 maggio 2015

Jugendamt e Commissione Petizioni - seduta del 5 maggio 2015


La commissione petizioni del Parlamento europeo si trova costretta - nonostante i tentativi di ostracismo di alcuni rappresentanti della Commissione europea e di alcuni eurodeputati - a rivelare che ci sono 225 petizioni contro lo Jugendamt tedesco e a segnalare violazioni dei diritti da parte della repubblica federale tedesca con i suoi 6.000 Jugendamt ...

La questione dello Jugendamt alla Camera civile di Siena


L’Europa unita nel diritto?


Con l’On. Cristiana Muscardini e Marinella Colombo si parlerà di Jugendamt e regolamenti europei 




15/04/15

Domani, giovedì, 16 aprile, presso l’Istituto Zaccheria di Milano, in via della Commenda 5, si svolgerà il convegno Europa unita nel diritto, realtà o utopia? La questione dello Jugendamt tedesco organizzato dall’associazioni Vivimi, al quale parteciperanno l’On. Cristiana Muscardini, la dott.ssa Marinella Colombo, l’Avv. Laura Cossar, l’Avv. Laura Irene Gonnelli, l’Avv. Laura Tusa Salvetti. Di Jugendamt in Italia se ne parla da pochissimo, spesso in maniera sommaria data la scarsità di conoscenza dell’istituzione, da quando, nel 2009, alla dott.ssa Marinella Colombo sono stati sottratti dalla Germania i due figli a lei affidati dal tribunale tedesco dopo la separazione dal marito tedesco. Della vicenda se ne occupò tra i primi l’On. Cristiana Muscardini, eurodeputata, che con interrogazioni e interventi in aula portò all’attenzione del Parlamento europeo la questione che non riguardava solo la dott.ssa Colombo ma centinaia di genitori non tedeschi che si erano visti sottrarre dallo Jugendamt, dopo la separazione dal coniuge tedesco, i figli. La cosiddetta “Amministrazione per la gioventù”, Jugendamt appunto, opera da oltre 20 anni in Germania e controlla i tribunali familiari di quel paese e, attraverso i regolamenti europei, anche i nostri e quelli dei restanti paesi dell’Unione. Nessuno ne sa nulla e soprattutto dicono di non saperne nulla i nostri giuristi e magistrati che dunque consegnano ingenuamente, o in modo volontariamente inconsapevole, i nostri bambini, cioè il nostro futuro e supportano le autorità tedesche nel processo di criminalizzazione dei genitori italiani che perdono i figli, la relazione con loro, ma anche ogni avere e la futura pensione. Giovedì sarà affrontato questo tema per permettere ai giovani avvocati di reperire gli strumenti per difendere efficacemente i loro clienti italiani e ai media di svelare una realtà provata, ma fino ad ora troppo ben dissimulata. L’ingresso è libero e aperto al pubblico.

La Redazione


Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/3384/L%E2%80%99Europa-unita-nel-diritto-.html


 
Estratto dall'intervento di Cristiana Muscardini, europarlamentare per 5 legislature, veramente impegnata nel sostegno dei suoi concittadini, anche contro lo Jugendamt:
"“Dobbiamo cominciare a dire, noi europeisti, che gli Italiani non devono sposare nessuno che sia di lingua tedesca? Dobbiamo cominciare a dire che non ci sia può fidare, all’interno dell’Unione europea, di un paese che è nostro alleato?

Il bambino portato via dal padre marocchino non è diverso dal bambino portato via dalla mamma tedesca! Questo dovrebbero capire gli amici che a volte fanno discorsi sull’immigrazione. 
Il discrimine è all’interno dell’Europa. Non possiamo pensare solo a discrimini con altre religioni o con altre cultura, il discrimine è all’interno della stessa cultura europea, della stessa religione e della stessa Unione politica ed economica. 

Come fai ad avere ragione del terrorismo se non sei capace di avere ragione del terrorismo psicologico di un paese che si fa forza del proprio potere economico per costringere il resto dell’Europa a cedere i propri figli nell’interesse della grande Germania? Questo quesito va posto alle autorità politiche e alla stampa (che tace) … 

Va formulata una richiesta al Santo Padre affinché si affronti questo tema per fare chiarezza … perché non è possibile che i Cristiani si facciano la guerra all’interno dell’Unione europea … “



La finalità del diritto di famiglia tedesco non è il “bene del bambino”, ma il “bene della comunità dei tedeschi attraverso il bambino”, quindi la possibilità di trattenere tutti i bambini in Germania.
Estratto dall’intervento del 16 aprile 2015 all’incontro “Europa unita nel diritto, realtà o utopia? La questione dello Jugendamt tedesco”



Ciò che per noi è illegale, è legale in Germania, cioè deutsch-legal. 
Intervento dell’avvocato Irene M. Gonnelli

con il contributo del dott. A. Ferragni


Un sentito grazie all’avv. Laura Tusa Salvetti che ha confermato i nostri timori, riportandoci le parole dei magistrati di Milano in relazione ai casi italo tedeschi:
“Speravo in una smentita, almeno parziale da parte dei tribunali italiani, sull’essere pedissequi a questo tipo di scempio giudiziario che viene perpetrato ai danni di persona come la dott.ssa Colombo. Purtroppo mi è stato risposto, con un mezzo sorriso sulle labbra: “quello che noi stiamo cercando di comprendere e di approfondire è la cosiddetta teoria partecipativa”. Mi si è aperto un mondo. La teoria partecipativa è una modalità attraverso la quale i nostri tribunali, le nostre corti di merito e, in tendenza, la Corte di Cassazione, desiderano conformarsi, nel rispetto della normativa e dell’applicativa dei tribunali di famiglia di tutti i vari stati membri, ma che poi sostanzialmente devono ridursi ad una adesione pedissequa al diktat dello Stato membro più forte. Questa è la teoria partecipativa. Alla mia domanda “ma voi concretamente che cosa fate?” è stato risposto
“Cerchiamo di temperare le necessità contingenti e stiamo facendo dei corsi di tedesco”

martedì 17 febbraio 2015

Situazioni aberranti risultato del diritto di famiglia tedesco

M. Jean-Claude Juncker
Presidente della Commissione europea

 – Bruxelles –




Milano, 17 novembre 2014




Signor Presidente,
desidero attirare la sua attenzione sui numerosi casi di bambini figli di coppie bi-nazionali, che si trovano costretti, a causa di decisioni assunte dai tribunali minorili del Paese di un solo genitore, a rinunciare de facto alla nazionalità, alla lingua e alla cultura del Paese dell’altro loro genitore. Vi sono numerosissimi casi, tra l’altro già esaminati anche dalla commissione per le petizioni del Parlamento europeo, in cui i figli non possono più nemmeno incontrare l’altro loro genitore. Queste aberranti situazioni sono il risultato  concreto di normative del diritto di famiglia nazionale che, come lei sa, non rientra nelle competenze dell’Unione europea. E’ vero che esistono la Convenzione dell’Aja  ed il Regolamento UE n. 2201/2003 detto Bruxelles II, che dovrebbero essere punti di riferimento precisi per le coppie bi-nazionali europee e per i loro figli, ma attraverso l’applicazione del principio di sussidiarietà, alcuni Paesi sfuggono a queste norme e creano situazioni di fatto in cui la seconda nazionalità viene negata. Molti bambini quindi vengono impoveriti intellettualmente da questa sottrazione e defraudati di un diritto che i principi giuridici europei gli riconoscono: quello della nazionalità dell’altro loro genitore.
Da notizie di stampa apprendo che la Commissione avrebbe avviato studi per modificare il Regolamento 2201/2003. Sarebbe l’occasione buona per definire finalmente una normativa che sia valida ed applicabile a tutti i bambini degli Stati dell’UE, per garantire la loro tutela ed il rispetto dei diritti legati alla bi-nazionalità per i bambini figli di coppie bi-nazionali separate o divorziate. Negare questi diritti è un delitto che non trova compensazioni. Affermarlo de iure negli Stati dell’UE non basta, infatti, anche oggi tutte le convenzioni e le carte dei diritti fondamentali lo riconoscono, ma in alcuni Paesi questo diritto non è riconosciuto de facto, defraudando i bambini di un valore non negoziabile.
Signor Presidente,
la nuova Commissione nel suo website afferma di essere “una squadra forte ed esperta per il cambiamento”. Abbia la forza ed il coraggio di porre mano al cambiamento che vedrebbe tutti i bambini europei posti sullo stesso piano e titolari veri di diritti che ora ad alcuni di loro sono negati, come quello della seconda nazionalità. Migliaia di famiglie si riconcilierebbero con l’Europa e la riconoscerebbero davvero come la patria dei diritti umani e si aprirebbe finalmente la strada per la  riconciliazione con la cittadinanza europea.
La ringrazio per l’attenzione che vorrà dedicare a questa questione e La prego di gradire i miei migliori saluti ed auguri.

                                                                                                          Cristiana Muscardini

Il Ministro Orlando difenda i bambini italiani!

MUSCARDINI: il Ministro Orlando difenda i bambini italiani e smetta di inchinarsi davanti allo Jugendamt tedesco


Martedì 21 Ottobre 2014





“Constatare che il genitore italiano, padre o madre che sia, viene privato della potestà genitoriale o dell’affido e costretto a pagare gli alimenti dei figli, obbligati a loro volta a vivere in Germania con il genitore tedesco, anche contro la loro volontà”. E’ quanto Cristiana Muscardini, presidente del Movimento Conservatori Social Riformatori, torna a chiedere, al Guardasigilli Andrea Orlando in merito allo Jugendamt, l’ente per l’infanzia e la gioventù tedesco cui la Germania demanda anche le questioni inerenti i minori con cittadinanza doppia e non solo tedesca.

Sollecitato lo scorso 19 giugno sui poteri coercitivi che lo Jugendamt esercita anche nei confronti di minori di nazionalità non esclusivamente tedesca, il ministero della Giustizia ha fornito una risposta che secondo Cristiana Muscardini, eurodeputata per 5 legislature, “sarebbe stupefacente ed incredibile, se non fosse tragicamente vera ed esemplarmente corrispondente allo stato del rapporto di docilità e condiscendenza delle autorità italiane nei confronti della Germania in merito al diritto di famiglia”.


“Non sono emerse criticità nel rapporto con le Autorità tedesche in merito al diritto di famiglia”  la risposta fornita il 2 settembre dal ministero alla segnalazione di Cristiana Muscardini, quest’ultima si è nuovamente rivolta per lettera al ministro riproponendo la questione sollevata già nei mesi scorsi (e in diversi interventi da europarlamentare): “Cosa è necessario fare per porre un freno a questa disgraziata deriva? Prima di tutto sarebbe necessario che il suo Ministero fosse consapevole e cosciente dei danni materiali e morali subiti da cittadini italiani e dai loro figli per opera dello Jugendamt. Con un po’ di buona volontà le criticità apparirebbero immediatamente e mostrerebbero tutta la loro gravità. Pensi alla situazione di una madre alla quale vengono sottratti i figli – sia pure con la violenza dell’apparente legalità – o ai bambini costretti a vivere in Germania contro la loro impotente volontà”.


lunedì 9 febbraio 2015

Tempo di statistiche e di chiarezza

E’ tempo di fare chiarezza: in Italia i bambini sottratti ai loro genitori sono sicuramente troppi, strappati ai loro affetti, nella stragrande maggioranza dei casi, senza validi e provati motivi.

Ciò che non possiamo accettare è leggere che questo è “un problema italiano”, oppure “una vergogna tutta italiana”. Peggio ancora, ci capita di leggere che gli altri paesi sarebbero più rispettosi dei diritti dei bambini e come al solito, con atteggiamento esterofilo ad oltranza (questo sì, tutto italiano), vengono presi ad esempio i “civili” paesi del centro e del nord dell’Europa.

Invece, di fronte a queste ufficialissime statistiche tedesche, redatte dai precisissimi tedeschi, che ci comunicano che SOLO nel 2012, cioè in un anno, sono stati tolti alle famiglie 40.227 bambini, i casi possono essere solo due:

ci siamo sbagliati e i civilissimi paesi presi a modello, soprattutto la Germania, sono dei barbari che usano i bambini come fonte di introiti

oppure

la Germania è un paese civile e se 40.227 bambini in un solo anno sono stati tolti ai loro genitori è perché i bambini erano in pericolo e andavano allontanati; in pratica la Germania è un paese di pazzi pericolosi, neppure in grado di amare e accudire quanto di più importante si può avere nella vita, i propri figli.



Come la Germania si appropria dei nostri figli e dei figli di tutta Europa

Attualmente, il vero problema in Europa, non è quello delle separazioni e dei divorzi binazionali, bensì quello dei bambini binazionali o stranieri che risiedono per almeno sei mesi in Germania. Grazie al regolamento europeo 2201/2003, dopo sei mesi di residenza in un Paese, la competenza giurisdizionale di tutte le cause relative ai bambini passa al giudice familiare del Paese di residenza.
Quindi dopo soli sei mesi di residenza in Germania, è competente il giudice familiare tedesco a decidere della sorte dei bambini.

Tutti i giudici di tutti i paesi devono emettere decisioni finalizzate alla salvaguardia del benessere del minore. Ma cos’è il “benessere del minore”? Se riflettiamo sull’evoluzione avvenuta e il cambiamento che si è realizzato anche nel nostro paese del concetto di educazione, constatiamo che ciò che era positivo solo cent’anni fa, oggi non lo è più. Eppure, oggi come allora, si agiva per il “bene del bambino” per educarlo in modo ottimale. Se queste differenze enormi si producono all’interno dello stesso paese e della stessa cultura, come è possibile pensare che i paesi europei, con linguaggi, tradizioni e storie differenti, possano intendere allo stesso modo il concetto di benessere del bambino? Eppure su questo si basano regolamenti e convenzioni che impongono agli Stati il riconoscimento reciproco delle sentenze, proprio perché tutte motivate dallo stesso interesse, la tutela del minore.

In realtà ogni cultura ha una visione propria di questo concetto, anche se in modo molto simile tra un paese e l’altro dell’Europa. Un caso a parte è però rappresentato dalla Germania. La società tedesca ha una concezione molto particolare del bene del bambino che potremmo forse tentare di comprendere tenendo in considerazione la sua storia, la sua cultura, la sua lingua e le sue tradizioni. Quella tedesca è una società nella quale si dà molta importanza all’obbedienza e all’accettazione delle regole, è la società nella quale il capo ha sempre ragione e ciò che prevede la legge è sempre giusto, al di là di ogni considerazione etica o morale. È la società che spinge tutti a fare la spia, ma nella quale gli spioni non esistono, bensì solo cittadini dotati di senso civico. In cambio lo Stato si occupa con zelo dei suoi cittadini. Li aiuta economicamente e distribuisce sussidi per i motivi più disparati. Lo Stato aiuta in tutto e controlla tutto, anche l’educazione che viene impartita ai bambini. Per questo in Germania, unico paese dell’Unione europea, la scuola parentale o homeschooling è categoricamente vietata, proprio perché lo Stato deve poter controllare il tipo di educazione impartita. I genitori che si oppongono, in pratica eludono il controllo statale e perciò vengono multati, messi in prigione e privati dei figli. Sono noti i casi di famiglie tedesche scappate per questo negli Stati Uniti. 

 Un altro esempio recente sono le lezioni di educazione sessuale. Contestate per i contenuti espliciti e, per alcuni genitori, immorali, queste lezioni vanno comunque accettate. I genitori dei bambini che si sono sentiti male (e che perciò non hanno più voluto assistere a quelle lezioni) sono stati incarcerati per non aver obbligato i propri figli all’obbedienza e per aver loro stessi criticato quelle lezioni.
Il sistema sanitario assicura medici, specialisti e medicine per i bambini in maniera completamente gratuita. Ma se un genitore non presenta il figlio ai controlli periodici stabiliti dallo Stato rischia seriamente di vedersi sottrarre l’affido o per lo meno una parte di esso (“diritto di decidere della salute del bambino”).
Chi trasmette ai figli questo modo di concepire la vita è un buon genitore, altrimenti diventa un genitore che “mette in pericolo il benessere del bambino”. A questo tipo di genitori vanno tolti i figli.

La posizione del genitore non-tedesco che vive in Germania è molto particolare perché, per quanto possa adattarsi e integrarsi, spesso non arriva a pensarla sempre esattamente così. E’ una persona cresciuta in un’altra cultura, con altre regole e abitudini, un altro modo di considerare il mondo e la vita. Pertanto il genitore non-tedesco è per definizione un genitore che rappresenta un pericolo per il bene del bambino (Kindeswohlgefährdend) o che potrebbe, un giorno, rappresentarlo. Lo Stato deve esercitare la sua funzione di controllo-tutela e lo fa attraverso lo Jugendamt. Questo è molto importante perché ne va del futuro della società tedesca che è, da un punto di vista tedesco, il migliore dei mondi possibili.

In pratica avviene questo: la Germania è il paese con un tasso di disoccupazione molto basso, il paese dove è ancora possibile trovare lavoro e dove arrivano continuamente immigrati, desiderosi di stabilirvisi. Spesso e volentieri queste persone trovano il lavoro ma perdono i figli che vengono “protetti” dallo Stato tedesco. Per esempio, nella sola comunità turca, si registrano ogni anno 4.000 bambini tolti ai loro genitori. Ma oltre ai Turchi ci sono anche mezzo milione di Italiani, e poi i Polacchi, i Greci, i Serbi, gli Sloveni, ecc… A tutto ciò che è positivo viene data visibilità, mentre le decisioni sui bambini avvengono nelle udienze a porte chiuse dei tribunali e prima ancora nelle stanze chiuse dello Jugendamt, completamente sotto giurisdizione tedesca, dunque in perfetta legalità. Intanto i media continuano a presentarci la Germania come l’Eldorado e ci invitano a partire e a recarci proprio là. Quando si racconta ciò che avviene veramente in Germania non si viene creduti, perché il lato oscuro è ben celato e lo si scopre solo quando è troppo tardi.

Dissimulare l’intrusione dello Stato nella vita privata e soprattutto il concetto di proprietà statale sui bambini è molto più facile in presenza di una separazione. Lo Jugendamt dovrà intervenire d’ufficio nel procedimento, per legge (SGB VIII), per “proteggere il bambino che in caso di separazione viene usato e quindi maltrattato dai genitori che si fanno la guerra”. E’ lo Jugendamt che dirà al giudice cosa deve fare e non in qualità di consulente, ma come parte in causa e terzo genitore.

Quando poi uno dei due genitori è tedesco e l’altro no, tutto diventa più facile: il genitore tedesco sarà sicuramente quello più idoneo e a lui verrà dato l’affido del bambino. Tutto ciò è stabilito prima ancora che inizi il procedimento, è nella testa dei funzionari dello Jugendamt ed in quella dei giudici, ma anche di psicologi e avvocati. Il procedimento giuridico serve piuttosto a trovare o meglio costruire la motivazione plausibile di detta decisione. E’ importantissimo far sembrare che ogni decreto o sentenza sia stato emesso a tutela dell’interesse del minore. I vari personaggi coinvolti ne sono persino convinti. Il genitore privato dei diritti genitoriali sarà semplicemente il genitore meno idoneo o addirittura non idoneo, colui che, incapace di accettare tale decisione verrà inoltre giudicato come incapace di adeguarsi alla realtà e indirizzato verso uno psicologo o uno psichiatra.

I genitori vittime di questo sistema, i genitori non-tedeschi tutti privati dell’affido dei figli e quasi sempre anche della potestà hanno da mostrare solo documenti che attestano le loro manchevolezze. Le scorrettezze, le falsità, le frasi distorte, i verbali delle udienze che non coincidono con le relazioni sono tutti fatti avvenuti, ma impossibili da provare. Questi genitori, quando si rivolgono ai tribunali del loro paese o alle corti europee, intenzionati a dimostrare la falsità e la malafede di un sistema che, oltre tutto, ha fama internazionale di essere efficiente e corretto, non vengono creduti. Anche di fronte all’evidenza (per es. una traduzione falsificata), i funzionari (ma anche i cittadini) dei nostri paesi non riescono a capacitarsi del fatto che in Germania possano verificarsi scenari di manipolazione e corruzione che assomigliano molti a quelli di tipo mafioso e dunque si presume siano sconosciuti in Germania.   Questi genitori si sono rivolti anche al Parlamento europeo, ma la Commissione Petizioni del Parlamento è controllata dagli eurodeputati tedeschi che, oltre ad essere più numerosi, sono anche sempre presenti (e questo è davvero un loro merito) e soprattutto lavorano esclusivamente nell’interesse del loro paese. Le petizioni sono pertanto, nove su dieci, ritenute irricevibili. Anche la CEDU, la Corte europea per i diritti umani, è sotto controllo tedesco: la ricevibilità dei ricorsi è stabilita da un giudice monocratico (un solo giudice) che conosce bene il diritto del paese contestato (quindi è austriaco, svizzero tedesco o di un paese dell’est ma ha fatto carriera in Germania) e che non è tenuto a motivare la sua decisione. La CEDU pertanto risponde ai genitori affranti con lettere di questo tenore: “il suo ricorso non è ricevibile. Non siamo tenuti ad illustrarne le motivazioni. Non cerchi di ripresentare ricorso su questo argomento. I suoi documenti non saranno restituiti, ma verranno distrutti a breve. Distinti saluti”.

In sintesi, tutto ciò che avviene sotto giurisdizione tedesca non è contestabile. I giuristi tedeschi nascondono bene – direi perfettamente – ciò che stanno facendo per il loro governo (in Germania non esiste la divisione dei poteri, caratteristica di ogni Stato democratico).

 Se invece un bambino per metà tedesco si trova all’estero, è sufficiente che il genitore tedesco lo porti in Germania (non importa se in modo legale o illegale) e reclami lì tutti i diritti genitoriali. Il fatto che il trasferimento possa essere illegale non costituisce un problema e neppure che il giudice del paese di residenza abituale, quello precedente, possa aver emesso un divieto di espatrio. Il giudice tedesco che sentenzia in nome del Kindeswohl, il concetto tedesco di bene del bambino, saprà trovare una soluzione. D’altronde a questo bambino appena arrivato in Germania non poteva succedere di meglio, ora potrà finalmente crescere in Germania (il migliore dei mondi possibili) con il suo genitore tedesco, libero dall’influenza (sempre negativa) di un’altra lingua, un’altra nazionalità e un’altra cultura. Sappiamo infatti che è legalmente possibile rifiutare un rimpatrio, basandosi sul bene del bambino.
Inoltre il codice penale tedesco scrive chiaramente che la sottrazione è un reato che si compie portando un minore dalla Germania verso l’estero e non dall’estero verso la Germania (§235 StGB). Dunque non ci saranno conseguenze penali per il genitore sottrattore, né verrà dato corso ad un mandato di arresto europeo poiché il delitto (sottrazione dall’estero verso la Germania) non è contemplato dal codice penale tedesco.
Sul piano civile sarà relativamente semplice, lo abbiamo visto, utilizzare il regolamento europeo a favore del genitore tedesco con la motivazione dell’interesse del minore. Resta solo un problema da risolvere, quello della credibilità internazionale e a questo i tedeschi tengono molto.

 Soprattutto nei casi frequenti con l’Italia, dove le ragazze tedesche vanno volentieri a cercarsi un padre per il figlio che intendono avere (assicurandosi così un introito mensile e una eredità immobiliare per il figlio), bisogna dissimulare la sottrazione (di solito la ragazza tedesca non si sposa e rientra in Germania prima o subito dopo il parto). La questione, se il bambino dovrà crescere in Italia con il genitore italiano non si pone neppure: il bambino è portatore di diritti suoi propri e pertanto anche di quello di crescere nel migliore dei mondi possibili, in Germania; inoltre in Germania “sanno” che i padri italiani hanno tutti la tendenza ad essere violenti, così come le madri italiane, se non sono un po’ squilibrate, sono per lo meno tutte delle chiocce, dunque madri negative per la crescita e lo sviluppo equilibrato del minore. Eppure troppe richieste di rimpatrio negate, anche se legalizzate dal giudice, andrebbero ad incidere negativamente sulle statistiche e metterebbero in cattiva luce il sistema tedesco, offuscandone la fama di paese onesto e corretto. Era necessaria una soluzione e i tedeschi l’hanno trovata nella mediazione.
Non a caso la mediazione familiare internazionale è oggi monopolio dei tedeschi che, ancora una volta, sono i migliori, danno lezioni, tengono congressi e conferenze a Bruxelles.

Appena il bambino (sottratto) arriva in Germania, nel giro di 24-48 ore succedono molte cose: la madre tedesca chiede allo Jugendamt di confermarle che detiene, in quanto madre nubile, la potestà esclusiva. Cambia l’indirizzo di residenza del minore (se non lo ha già fatto prima). Lo Jugendamt attiva un procedimento di Beistandschaft (procedimento amministrativo con il quale lo Jugendamt si sostituisce al genitore privato di suo figlio) e pretende immediatamente dal genitore non-tedesco il pagamento degli alimenti per il bambino e sovente anche il mantenimento per la madre. La madre cambia molto spesso anche il cognome del bambino poiché la legge tedesca glielo permette. Se l’altro genitore – il padre non-tedesco nel nostro esempio, ma potrebbe essere anche una madre – presenta istanza di rimpatrio, denunciando la sottrazione, viene subito bloccato dall’autorità centrale tedesca che gli chiede di anticipare un acconto di 1.500,- € per spese di avvocato e lo informa che dovrà anche pagare interamente le spese processuali (nulla è a carico del genitore tedesco che ha sottratto il bambino, perché lo Stato tedesco sa fare i conti meglio di quello italiano e difende ad oltranza il suo cittadino). Senza il versamento dei 1.500,- € non si muove neanche una foglia. Se questo padre è deciso a far rimpatriare il bambino e ha le possibilità economiche per sostenere le spese, fa cioè inoltrare la sua istanza al tribunale competente, verrà allora immediatamente contattato, con una lettera, una mail o direttamente al telefono, da una associazione di Berlino che gli proporrà (o meglio cercherà di imporgli) una mediazione. I suoi avvocati gli consiglieranno di accettare, perché in effetti, di solito, un accordo tra i genitori è meglio di una guerra senza fine. Ciò che i non-tedeschi non sanno è che in fase di mediazione verranno promessi al genitore non-tedesco frequentazioni intense con il figlio in cambio del suo consenso al trasferimento e la rinuncia alla richiesta di rimpatrio, ma subito dopo aver ottenuto questo consenso, cioè avere reso la sottrazione un atto legale, in Germania (a questo punto competente per il minore) si aprirà un nuovo procedimento sull’affido con il quale verranno tolti al genitore non-tedesco tutti i diritti sul bambino, che mai più rivedrà. Il vantaggio della mediazione è che tali sottrazioni non compaiono più nelle statistiche perché sono divenute trasferimenti legali, ci sarà una sottrazione in meno a carico della Germania e una mediazione conclusasi positivamente in più. I tedeschi continueranno a decantare la loro bravura nelle lezioni a Bruxelles e mai nessuno, tranne il genitore vittima e beffato, ci diranno che il bambino è diventato un tedesco puro.

Questa necessità di continuare a mostrare mezze-verità, solo la parte che dà lustro alla Germania, è uno dei motivi per cui i genitori che hanno vissuto, conoscono e sono in grado di analizzare questo sistema non vengono mai invitati a parlare, le loro petizioni spariscono e i loro ricorsi a Strasburgo sono irricevibili.

D’altronde la verità della Germania del 2015 è talmente infernale che nessuno ci crederebbe…

Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages