Rassegna stampa


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Association enfants otages

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3 dicembre 2015










5 novembre 2015

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Il modello tedesco per le unioni civili e la violazione della Convenzione sui diritti del fanciullo


Il governo e i media tornano ad occuparsi di Unioni civili facendo credere ai più che si tratti di disposizioni finalizzate a riconoscere uguali diritti a tutti i cittadini, lasciando ad intendere che pensarla diversamente significa essere omofobi e razzisti. Le Unioni civili riguarderebbero infatti solo le coppie omosessuali. Non è assolutamente vero. La Legge che si vuole far passare, e alla quale si vuol dare parvenza di qualità definendola con “modello tedesco”, riguarda in ugual misura i bambini di coppie eterosessuali. Per capire la fondatezza di questa affermazione basta leggere e analizzare il modello preso ad esempio e sulla falsariga di cui si costruirebbe la legge italiana, il Gesetz über die Eingetragene Lebenspartnerschaft (anche Lebenspartnerschaftsgesetz - LPartG), ovvero la Legge tedesca sulle unioni registrate (Unioni di persone dello stesso sesso).


Nella prima sezione, il legislatore tedesco (e presto italiano) definisce forme e condizioni dell’unione civile e stabilisce che si tratta di due persone dello stesso sesso che dichiarano all’ufficiale di stato civile di voler condurre una unione civile per la durata della loro vita. Cioè le coppie omosessuali, che ripetutamente e in più sedi hanno dichiarato che la monogamia è un’illusione contro natura e che la relazione amorosa non dura mai tutta la vita, adesso dichiarano solennemente di volersi unire per tutta la vita.

Nella seconda sezione della legge di cui sopra si precisano gli effetti dell’unione civile ed anche il cognome che porterà la coppia. Apprendiamo che i partner possono decidere il cognome comune (Cognome della coppia) e che questo può essere il cognome di nascita di uno dei due, oppure il cognome che uno dei due porta al momento di detta dichiarazione. Dunque mentre si è discusso fino a ieri sul diritto delle donne non solo di mantenere il proprio cognome, ma di trasmetterlo anche al figlio, ora abbiamo una coppia nella quale uno dei due cognomi scompare completamente, sempre in nome dell’uguaglianza e contro l’omofobia!

La sezione nove, sulle regolamentazioni relative ai figli minori di uno dei partner, è quella che fa sì che un bambino nato da una coppia eterosessuale separata si ritrovi poi ad essere, di nome e di fatto, figlio di una persona omosessuale che con lui non ha nessun legame di sangue.

Il primo paragrafo introduce con prudenza il campo di applicazione delle conseguenze dell’unione civile e testualmente afferma che “se il genitore che detiene l’affido esclusivo di un bambino vive in una unione civile, il suo partner, con l’accordo dell’affidatario, è autorizzato a prendere anch’esso decisioni sulle questioni attinenti la vita quotidiana del bambino”. In pratica se alla tua ex è stato affidato il figlio minore nell’ambito di un procedimento di separazione di genitori eterosessuali - e che quindi esula dal campo delle unioni civili -, e lei decide poi di andare a vivere con un’altra donna con la quale costituisce un’unione civile, sarà quest’altra donna e non tu, il padre, a decidere se tuo figlio frequenterà il corso di arti marziali o di danza classica.

Il quinto paragrafo si spinge più in là: “Il genitore che detiene l’affido esclusivo o congiunto di un minore che vive con i due partner di una unione civile può, insieme al suo partner, dare al bambino il cognome comune dell’Unione Civile”. In pratica, il sig. Rossi e la sig.ra Brambilla sono i genitori del bambino Paolo Rossi. La coppia si separa. Il bambino viene affidato in via congiunta ai genitori, con collocazione presso la madre, la sig.ra Brambilla. Quest’ultima si innamora poi della sig.ra Mazzacani, fonda con lei un’unione civile e la coppia prende il nome Mazzacani. La sig.ra Brambilla non si chiamerà più Brambilla, bensì Mazzacani. La coppia omosessuale registrata con unione civile potrà decidere che il bambino non sarà più Paolo Rossi, ma Paolo Mazzacani. La stessa cosa nel caso opposto, se il bambino, affidato congiuntamente, si trova a vivere con il sig. Rossi il quale poi convive con unione registrata con il sig. Spaccarotella dal quale ha preso il nome, il bambino potrebbe diventare Paolo Spaccarotella.

E’ dunque evidente che il “modello tedesco” sulle unioni civili che tanto piace ai politici nostrani non riguarda solo le coppie omosessuali, ma la società tutta e soprattutto i nostri figli. Tutti gli italiani che si separano potrebbero dunque ritrovarsi ad essere i genitori di nessuno, se il congiunto dal quale si separano dovesse scoprire con il passare degli anni la sua omosessualità (cosa più che possibile, secondo le teorie gender) e unirsi grazie a questa legge al un nuovo partner dello stesso sesso.
Ricordiamo infine che la Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 è stata ratificata dall’Italia nel 1991, il cui articolo 8 recita: “Gli Stati parti si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari”. Affermazione inconciliabile con la Legge che si cerca di far passare in questi mesi.

Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus

Membro dell’associazione Enfants otages


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I barconi visti dalla Germania: 
“Anche i miei nonni erano profughi”

28/04/2015

Il vertice europeo sull'emergenza profughi non ha minimamente cambiato, al di là di modifiche di facciata e di tante promesse vane, l’atteggiamento dell’Europa riguardo al problema dei profughi che continuerà ad essere un problema italiano. L’unica possibile soluzione è quella di imporre ai partner europei una modifica del trattato di Dublino in base al quale è il paese sulle cui coste approdano i migranti a doversene fare carico. La discussione dovrebbe dunque vertere su come ottenere questa modifica. Invece in Italia, purtroppo come al solito, si discute, si litiga e ci si insulta tra chi vorrebbe lasciar affondare i barconi e chi vorrebbe salvarli tutti anche togliendo risorse agli italiani. Altri ancora ricordano che anche gli Italiani sono stati migranti e la discussione si riaccende su come era una volta la realtà del migrante italiano. Del vero problema, se ne parla raramente.
Siamo andati a vedere come la pensano negli altri paesi europei, nello specifico come la pensano i lettori tedeschi per capire se la chiusura del governo tedesco corrisponde al pensiero dei cittadini. Riportiamo qui la traduzione di quanto apparso in questi giorni su “Zeit online community” (sito del quotidiano tedesco Die Zeit) con il titolo “Anche i miei nonni erano profughi”.

“Cacciati dalla patria, i miei nonni hanno vissuto la dolorosa esperienza della fuga, eppure non hanno nessuna compassione per i profughi siriani o eritrei.
I miei nonni erano profughi. Hanno dovuto combattere per arrivare in Germania, il paese nel quale avrebbero avuto una chance. Ci sono voluti molti soldi e molta forza, è stato molto doloroso, proprio una vera odissea. Prima la guerra e poi anche l’inferno. Ce l’hanno fatta e sono sopravvissuti.
I miei nonni fanno parte dei numerosi profughi della Prussia orientale che arrivarono soprattutto nel nord della Germania. Al loro arrivo si scontrarono con l’opposizione della popolazione; fu impedito loro di stabilirsi nelle città dove volevano rimanere e poi furono spesso insultati per via della loro provenienza. Dev’essere stata un’esperienza davvero dolorosa.
Ormai sono passati decenni, loro sono diventati nonni, i miei nonni, i loro fratelli hanno avuto anch’essi dei nipoti e questi nipoti sono oggi ingegneri, medici, impiegati. Quando ci ritroviamo per le feste, alcuni di loro raccontano ancora quelle esperienze, di come è stata dura, di come viaggiavano in treni stracolmi e come non mangiassero per giorni e giorni. Raccontano della guerra che avrebbero voluto lasciarsi alle spalle. Sono racconti di traumi e che richiedono comprensione per atteggiamenti che possono sembrare un po’ strani.
Sono storie che potrebbero raccontare anche i profughi dalla Siria o dall’Eritrea. Eppure, se si parla con la vecchia generazione dei profughi attuali rispondono che le situazioni non sono paragonabili. Aggiungono che loro non erano veramente dei migranti perché in fondo erano comunque tedeschi già prima di giungere in Germania. Ascolto ciò che dicono e non credo alle mia orecchie. Pensavo che chi ha vissuto l’orrore della guerra, è fuggito e si è rifatto altrove una vita, potesse comprendere in che situazione di trovano oggi queste persone. Invece no. Si chiedono perché oggi i profughi siano soprattutto giovani uomini, mentre prima si scappava con tutta la famiglia. Pensano che le persone che oggi vengono chiamate profughi siano persone che non hanno voglia di lavorare, che non intendono integrarsi e che in fondo non vogliono rimanere in Germania.
Oltre a ciò, per via della mancanza di contatto con persone di paesi diversi, nascono pregiudizi pazzeschi. Si parla di forte criminalità, grande propensione alla violenza e di tutti gli aspetti problematici della nostra città. A loro non interessa se il 30% di persone di origine straniera studia nella mia stessa università e vive “alla tedesca”. Non mettono empatia né compassione in queste discussioni. Le persone che oggi vivono in Germania e una volta erano profughi si sentono oggi tedeschi e sono felicissimi di poter finalmente respingere questi intrusi”.


Traduzione e commento di Marinella Colombo
Membro della European Press Federation




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LA GRANDE BUFALA TEDESCA
“I nostri piloti sono i migliori”, dicono alla Lufthansa
Ma anche medici, giuristi e insegnanti …. peccato che troppi si fregino di titoli comperati.

8/04/2015



In lingua straniera leggiamo un articolo dedicato ai titoli accademici rilasciati da università americane dietro un semplice compenso economico. A scrivere è il noto settimanale Der Spiegel, quello che al momento del disastro della Costa Concordia parlava degli italiani in questi termini “Questi tipi si conoscono in vacanza al mare: uomini dalla gesticolazione accentuata e che parlano con le mani. In fondo innocui, soltanto non bisognerebbe lasciare che si avvicinino a macchine pesanti, come si è visto […] Abbiamo ormai perso l’abitudine di giudicare i nostri vicini usando stereotipi culturali. Ciò è considerato zotico o, peggio ancora, razzista, anche se, per restare in argomento, non è chiaro in che misura gli Italiani siano di per sé una razza” [tradotto dall’originale: Man kennt diesen Typus aus dem Strandurlaub: ein Mann der großen Geste und sprechenden Finger. Im Prinzip harmlos, man sollte ihn nur nicht zu nahe an schweres Gerät lassen, wie sich zeigt […] Wir haben uns seit langem abgewöhnt, im Urteil über unsere Nachbarn kulturelle Stereotypen zu bemühen. Das gilt als hinterwäldlerisch, oder, schlimmer noch, rassistisch (auch wenn, um im Bilde zu bleiben, nicht ganz klar ist, inwieweit das Italienische an sich schon eine eigene Rasse begründet).]. Anche se in un primo momento Der Spiegel dissimula, continuando a leggere l’articolo e procurandosi in rete alcune informazioni supplementari, risulta chiarissimo che, benché l’offerta illecita arrivi dagli USA, i tedeschi sono tra i migliori e più numeroso clienti di questo commercio non solo illegale, ma anche pericoloso.
Sono gli attendibilissimi centri di studi e di ricerche tedeschi a darcene la conferma: la grande agenzia investigativa Kocks, di Düsseldorf, ha condotto uno studio sulla base di un campione di 5000 candidature e ha scoperto che nel 30 per cento dei casi esse riportavano titoli accademici falsi, permanenze all’estero e altre qualificazioni fasulle. Il 30 per cento è una percentuale altissima e preoccupante. Leggiamo del caso della signora S., dirigente di un importante gruppo farmaceutico, 20 anni di esperienza, padronanza di varie lingue e un titolo conseguito alla “Breyer State University”. Der Spiegel omette di precisare che la signora lavora per una grande casa farmaceutica tedesca, ma racconta che è proprio nel profilo pubblicato dalla stessa su XING, la piattaforma con sede ad Amburgo per la ricerca di impiego al servizio delle ditte tedesche (ma anche austriache e della svizzera tedesca), che si legge il suo curriculum vitae con l’indicazione dei vari titoli conseguiti.  Continua il settimanale “Sembra che il dirigente del personale [ndr. tedesco] non si sia accorto che la signora si fregia di un titolo ormai illegale in alcuni Stati degli USA”. Così come in Germania non si erano accorti delle richieste della Unione europea sui controlli ad aerei e piloti? – aggiungiamo noi - Così come non si erano accorti delle crisi depressive e delle tendenze suicide di Lubitz?
Der Spiegel continua: “in una ricerca fatta sempre su Xing, abbiamo notato, oltre alla signora S., tutta una serie di alti dirigenti di ditte tedesche che si fregiano di questi titoli contraffatti. Per esempio un “laureato” con un master in amministrazione aziendale della "American World University", che ha occupato per anni una posizione dirigenziale in una impresa controllata di una delle più grandi compagnie aeree tedesche. Quando l’FBI, nel 2005, scoprì la fabbrica dei titoli chiamata "St. Regis University", emersero almeno 50 tedeschi tra questi laureati. Uomini e donne avevano acquistato lauree in economia aziendale, sanità pubblica, ingegneria meccanica e legge, spesso a prezzi stracciati. A un uomo del Baden-Württemberg, la laurea in diritto tributario era costata soltanto 328 dollari, un altro aveva pagato 2000 dollari per una carriera accademica, laurea in psicologia e anche titolo di psicologo criminale”.
Avete letto bene, titoli contraffatti di un dirigente in una impresa controllata di una delle più grandi compagnie aeree tedesche. Sarà forse Lufthansa o Germanwings? E cosa dire del falso titolo in psicologia criminale? Questo personaggio avrà forse contribuito a mandare in prigione degli innocenti? E le lauree taroccate in ingegneria meccanica? Quanti incidenti potrebbero provocare, con la conseguente messa in pericolo delle persone?
Al lettore italiano si apre un mondo, o meglio svanisce un mito, quello della Germania da prendere a modello, del paese delle persone corrette, oneste e affidabili, ma soprattutto della nazione senza corruzione [ndr. in realtà in Germania non c’è corruzione perché corrompere un politico non è reato], della società che considera tutti gli Italiani dei mafiosi, corrotti e violenti e, nel migliore dei casi, tipi da spiaggia. La Germania è il paese che si permette di dire “i nostri piloti sono i migliori”, ignorando l’altissimo tasso di qualificazioni inesistenti che presenta il suo personale, il paese che in Europa si oppone alla certificazione di origine (la cosiddetta lotta per il riconoscimento del Made in Italy) perché il prodotto “pensato” dai bravissimi ingegneri tedeschi e prodotto in Marocco deve - secondo loro – riportare la dicitura Made in Germany. Alle migliaia di genitori non-tedeschi che si sono visti sottrarre i figli, germanizzati Oltralpe, e oltre tutto accusati dalle perizie tedesche di non essere bravi genitori perché non parlano il tedesco, sorge spontaneo il dubbio sulla qualificazione di siffatti psicologi. Impossibile non pensare al dott. Salzgeber, fondatore e dirigente della GWG (Gesellschaft für Wissenschaftliche Gerichts- und Rechtspsychologie), la società di psicologi forensi che detiene il monopolio delle perizie familiari grazie agli ottimi rapporti con i tribunali tedeschi (forse grazie alla corruzione che in Germania non esiste?). Pare che anche Salzgeber si fregi di una laurea non in psicologia, ma in filosofia, conseguita all’estero, cioè non in Germania. Eppure ogni richiesta che arriva in Italia da quel paese, diventa qui un ordine da eseguire senza discutere, i nostri tribunali recepiscono le loro decisioni senza neppure i più elementari controlli. Facciamo un ultimo sforzo, continuiamo a criticare ciò che non funziona in casa nostra, ma smettiamo di credere che Oltralpe ci sia un eldorado, convinciamoci che tutto il mondo è paese e che tutto va sempre verificato.

Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages




Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/3365/La-grande-bufala-tedesca.html
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Il giudice e la frode

11/03/2015

Ho incontrato Armen, un giovane papà disperato che non riesce più a incontrare sua figlia, pur non avendo fatto nulla di male, essendo anzi vittima di una sottrazione, un’altra delle infinite sottrazioni che la Germania trasforma in fatti legali. A pagare sono sempre i bambini -germanizzati per forza- e i genitori che risiedono all’estero, cioè fuori dalla Germania, privati della loro ragione di vita e ridotti poi anche sul lastrico. In questo caso si tratta di un papà, ma abbiamo già visto che avrebbe potuto essere una mamma. Non importa né il sesso né la nazionalità, il sistema tedesco protegge ad oltranza chi dei due è in grado di garantire la propria permanenza sul suolo tedesco e soprattutto quella del bambino, che andrà ovviamente educato secondo la mentalità tedesca e la Weltanschauung[1] di quel popolo. Quella che oggi è diventata una vera e propria frode giuridica era iniziata come una bella storia d’amore. Armen e Liana si conoscono, si innamorano e si sposano. Il 2 novembre del 2006 nasce la piccola Isabelle. Già nel 2010 però, la madre sparisce dalla casa coniugale con la bambina, lui le ritrova e le riporta a casa entrambe. Ma nella coppia ormai non c’è più armonia e nel 2012 divorziano. Il giudice, pur attribuendo alla madre ogni colpa, si preoccupa di assicurare alla bambina la relazione con entrambi i genitori e ne fissa la residenza alternata, una settimana con mamma e una con papà, con il divieto di trasferirsi al di fuori della città di residenza di entrambi. Segue una apparente, breve tranquillità che invece non è che la “calma prima della tempesta”.  Nel luglio del 2012 infatti Liana scappa di nuovo con la bambina, ma questa volta in Germania. Questa fuga in Germania non è una fuga come le altre, è l’inizio per Armen di un incubo che ad oggi non è ancora finito e che per i più non finisce mai. E’ lo stravolgimento di tutti i valori e i concetti di equità e giustizia, è la scoperta di un mondo al contrario nel quale la giustizia si mischia alla politica e all’economia, è l’entrata per Isabelle in un mondo che è anche una prigione, la prigione dorata germanica dalla quale nessun bambino può più uscire. Tutto ciò perché la Germania “bisogno di tutti i bambini” (http://ilpattosociale.it/news/3287/ACHTUNG-binational-babies-Ogni-bambino-ha-bisogno-della-Germania.html), perché la Germania sa stravolgere regolamenti e convenzioni per servire i propri interessi economici.
Armen, rispettoso delle norme e della legge, inizia la procedura per il rimpatrio della figlia subito dopo la fuga, eppure l’udienza per decidere del rimpatrio si tiene in Germania quasi un anno dopo. Questo è il primo contatto di Armen con l’infernale macchina delle amministrazioni tedesche. Questa è per lui la prima udienza in Germania ed è quella che, senza che lui lo sappia e se ne renda conto, gli toglierà per sempre sua figlia. Armen non è tedesco e non parla la lingua e neppure la sua ex-moglie è tedesca, ma la loro figlia interessa ai tedeschi. La madre è andata in Germania con la bambina e quel paese mai più lascerà partire la piccola. Come è possibile se sentiamo affermare continuamente che la “Germania è uno Stato di diritto europeo”? E’ possibile perché la Germania usa il suo diritto, le sue ratifiche e i suoi codici di procedura per legalizzare ogni sottrazione e trattenere ogni bambino che arriva dall’estero. Vediamo come hanno fatto nel caso di Armen e della piccola Isabelle. Nel luglio del 2013 Armen si reca in Germania per l’udienza nella quale si deciderà finalmente, pensa lui, di rimpatriare Isabelle. In tribunale ha un avvocato che dovrebbe difenderlo ma che, constateremo fra poco, come tutti gli avvocati tedeschi difende gli interessi della comunità dei tedeschi e non quelli del suo cliente straniero. Inoltre i due non possono comunicare perché l’avvocato parla solo in tedesco, benché consigliato ad Armen dall’Autorità Centrale di Bonn (quel dipartimento del ministero di giustizia che tiene i rapporti con gli omologhi degli altri Stati e dunque gestisce le richieste di rimpatrio). Per salvare le apparenze viene nominato un interprete che però traduce solo pezzetti di frasi e neppure correttamente. Lo stesso interprete fa presente ad Armen che i termini giuridici sono molto difficili … e così intere frasi non vengono tradotte. Contro lo “straniero” ci sono, non solo la sua ex, ma un rappresentante dello Jugendamt, amministrazione statale per la gioventù e un “Verfahrensbeistand”, un controllore statale del procedimento. Queste persone, che siedono in aula ufficialmente per “proteggere gli interessi del minore”, sono parti in causa, cioè hanno lo stesso titolo dei genitori e difendono il modo tedesco di intendere l’interesse del minore che è quello di farlo crescere in Germania. Tutto questo Armen non lo sa, così come non lo sa quasi nessuno, se non i pochi ben informati e per lo più già passati attraverso quest’esperienza devastante. Inizia dunque la prima udienza di un procedimento del quale tutti conoscono l’esito, tranne Armen. La discussione, in tedesco, si anima, poi il giudice decide di concedere una pausa. Allora viene detto ad Armen che si poteva trovare un accordo e viene richiesta la sua disponibilità. In realtà “si è trovata una base per l’accordo” significa in realtà che si è trovato il modo apparentemente legale di non rimandare Isabelle in Francia. Il giudice tedesco è infatti venuto a conoscenza del fatto che Armen, già detentore dell’affido congiunto su Isabelle, ha richiesto in Francia che gli venga riconosciuto l’affido esclusivo, ha cioè presentato istanza correttamente al solo ed unico tribunale competente per l’affido e la residenza della piccola. Per il giudice tedesco è l’occasione per prendere tempo. Ad Armen viene chiesto il consenso per chiudere l’udienza in modo mediato, con un accordo che riconosce che la residenza abituale di Isabelle è la Francia, che la madre ha commesso una sottrazione e che entrambi aspetteranno e rispetteranno la decisione francese sull’affido. Nel frattempo la bambina manterrà i contatti con entrambi i genitori, alla madre verrà cioè riconosciuto un diritto di visita fina a quando il giudice francese non avrà deciso. Ciò che Armen non sa, che nessuno gli dice e che scoprirà solo una volta rientrato in Francia, solo dopo che avrà ricevuto copia scritta di quanto stabilito in tribunale e dopo che avrà fatto tradurre a sue spese la decisione tedesca è che il “diritto di visita” della madre, le cui date sono indicate con precisione nella decisione del tribunale, si concretizza in periodi di due e tre mesi di residenza in Germania della bambina, intervallati da una settimana in Francia ogni tanto. Ciò che Armen non sa, ma sapevano bene fin dal principio tutte le parti in causa tedesche, compreso il suo avvocato e il giudice, è che quelle poche settimane di Isabelle in Francia con lui, corrispondono alle vacanze scolastiche previste dalla scuola tedesca. Tutto il sistema tedesco (giudice, avvocati, Jugendamt, Verfahrenbeistand) ha fatto in modo che Isabelle frequentasse la scuola tedesca, facendole passare quasi tutto il tempo in Germania in quello che è stato definito un “diritto di visita” e solo una settimana ogni tanto nel suo paese di residenza abituale. Una volta messe le “fondamenta” per la legalizzazione della sottrazione, tutto si è svolto senza più problemi, per i tedeschi. Quando il giudice francese ha riconosciuto ad Armen l’affido esclusivo e la collocazione della bambina, il tribunale tedesco non ha riconosciuto la decisione, guadagnando con due gradi di giudizio altri mesi preziosi di permanenza in Germania. A seguito di questa decisione di affido esclusivo, la bambina non è più stata mandata a casa, neppure per quei pochi giorni ogni tanto. Armen presenta di nuovo l’istanza di rimpatrio. Con questa nuova richiesta, lo stesso tribunale che aveva spinto a firmare l’accordo, sentenzia rivelando l’imbroglio e la distorsione germanica della legge. Il giudice ammette che la decisone di affido esclusivo non era necessaria per richiedere il rimpatrio, quindi non importa se non è stata riconosciuta in Germania (però intanto si è perso quasi un anno e tanti soldi sono entrati nelle casse tedesche, in barba alla convenzione internazionale che raccomanda che i procedimenti di rimpatrio siano gratuiti) e si concentra sul concetto di residenza abituale. E’ vero che era stato scritto che la residenza abituale rimaneva in Francia, ma il giudice sa e sapeva già allora che la convenzione definisce la residenza abituale come il luogo di residenza del minore immediatamente prima della sottrazione. Questo è un procedimento aperto dopo che la madre non ha più rimandato la bambina in Francia, cioè dopo che la bambina aveva iniziato a frequentare la scuola in Germania, cioè dopo che il giudice aveva raccomandato di aspettare la decisione francese sull’affido, cioè quando si può ormai dire che la residenza di Isabelle è la Germania. Jugendamt e Verfahrenbeistand non risparmiano relazioni che descrivono come la piccola si sia ben integrata in Germania, di quanto sia felice nel migliore dei mondi possibile e come cresca bene nella sua nuova famiglia. Infatti la madre si è risposata con un tedesco e con questo ha dato allo Stato la garanzia di voler restare in Germania e lì far crescere la bambina. Il 19 marzo Armen si recherà in Germania per l’udienza in Corte d’Appello. Anche questa udienza sarà una farsa, ormai la strada è tracciata. Lui ha sempre lo stesso avvocato che fa solo finta di difenderlo, gli verrà tradotta solo la minima parte di quanto verrà detto in aula, il console francese sarà assente perché la sua presenza “potrebbe irritare i tedeschi”, insomma si adopereranno tutti per legalizzare la sottrazione e trattenere, questa volta legalmente, Isabelle in Germania. A partire dal momento in cui verrà emessa la sentenza, Armen riceverà richieste pressanti di alimenti, i tedeschi speculeranno persino sull’eredità all’estero che potrà ricevere un giorno la bambina e Armen non sentirà più sua figlia, neanche al telefono. Mai più. L’interruzione di ogni contatto servirà a far ritrovare “serenità ed equilibrio” a Isabelle nella sua nuova patria.
E’ questo il modo in cui in Germania si rendono felici i bambini, mutilandoli.

Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages




[1] Termine usato per la prima volta da Kant, filosofo tedesco, nella sua opera “critica del giudizio”; ved. anche:  http://it.wikipedia.org/wiki/Weltanschauung

Fonte: http://ilpattosociale.it/news/3301/ACHTUNG-binational-BABIES-Il-giudice-e-la-frode.html

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I nonni ‘del buon contatto’ 


26/03/15 

Era arrivata dalla Calabria a Stoccarda per ricongiungersi con il marito che lavorava lì da tempo e permettere ai suoi tre figli di vivere in una famiglia unita. Dal profondo sud dell’Italia al cuore della Germania per ricominciare in un Paese che da lì a breve sarebbe diventato l’emblema della nuova Europa, quella senza frontiere, capace di mandare in soffitta le ideologie, pronta a vedere transitare migliaia di giovani al suo interno per imparare a conoscere nuove culture e stili di vita e, insieme, condividere sogni, idee, progetti, studi, lavori. Rosa Perrone, una laurea in Lingue e Letterature straniere, una passione per i classici e la scrittura e il grande amore per gli odori e i sapori della sua terra decide di fare il grande passo, lasciare luoghi noti e rassicuranti per cominciare una nuova vita e andare a inculcare tutto ‘quel tanto’ che si portava dentro ai ragazzi di Germania. Inizia a insegnare tedesco al Consolato Italiano di Stoccarda (oggi insegna in un liceo paritario a Bressanone) e a vedere crescere i figli, all’epoca di 9, 7 e 5 anni, bilingue, binazionali e con due genitori finalmente vicini. All’epoca la Germania era ancora il luogo di approdo principale di tanti immigrati italiani, provenienti soprattutto dalle regioni del sud, alla ricerca di un lavoro che nel proprio paese scarseggiava, e definiti in maniera poco elegante ‘Gastarbeiter’, cioè ‘lavoratori ospiti’. In poche parole dovevano offrire manodopera fino a quando necessaria e poi tornare nei propri paesi d’origine. Le premesse per l’integrazione o, per lo meno, per una convivenza a medio lungo termine, sembravano non esserci proprio. E ben presto Rosa, malgrado un buon lavoro, la famiglia unita e i progetti da fare tutti e cinque insieme si imbatte in una realtà diversa da quella che si aspettava: le sue sacrosante premure per i figli sono criticate, la sua italianità deve diventare un ricordo, capisce ben presto che convivere in Germania significa ‘adeguarsi ai modi di vivere tedeschi’. La cultura d’origine è solo un dettaglio che presto o tardi cadrà nel dimenticatoio. Gli anni passano, i tre bambini, padroni di due lingue, sono cresciuti, hanno imparato a vivere, giorno dopo giorno, in quel nuovo paese. Riconoscono gli odori della cucina di casa ma sanno apprezzare i sapori tedeschi, amano trascorrere le vacanze in Italia, tuffarsi nelle acque cristalline del suo mare e respirare l’aria delle sue montagne ma non disdegnano le acquisite abitudini quotidiane e luoghi e ritrovi di Stoccarda, come tutti i ragazzi della loro età. Arrivano così le prime cotte, i primi amori, i primi dolori. D’improvviso il secondogenito di Rosa si scopre innamorato di un’amica di scuola di sua sorella e che ben presto diventa la sua ‘Freundin’, la sua fidanzata. E’ una bella ragazza, arriva da un piccolo paese del Land del Brandeburgo, nella ex DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, dove in un passato non troppo lontano, insieme al regime totalitario socialista, dominava la cultura del sospetto e spesso, per far salva la propria, c’era chi spiava e denunciava la vita (corretta) degli altri. E non solo. Anche essere ragazza madre, "Allein-Erzieherinnen", era una pecca, non per questioni morali, ma perché non in grado di crescere il figlio secondo i dettami dello Stato e contemporaneamente procacciarsi da vivere. Un figlio lasciato in casa da solo mentre la madre lavorava non sarebbe mai stato un buon tedesco! Meglio se affidato ad una famiglia allineata con le direttive del governo. E così gli Jugendämter, strutture organizzate da Heinrich Himmler nel 1939, in pieno regime Nazista, continuano indisturbati il loro operato in quella parte di Germania oltrecortina e blindata, e di colpo le madri sole si vedono rapire i propri figli per non  meglio imprecisate adozioni. Rosa e la sua famiglia non sanno niente di tutto questo. Nella Germania unita non se ne parla, certe storie appartengono al passato, ammesso che qualcuno le abbia mai narrate, o almeno così si crede. Succede così che a suo figlio e alla sua fidanzata nasce un bambino, i due giovani genitori non sono sposati, né convivono, anzi, sono agli sgoccioli della loro storia, ma il lieto evento non fa badare a certi dettagli. Il piccolino viene alla luce 15 giorni prima della data prevista, sta bene, è coccolato da subito, tutte le attenzioni sono per lui e per la sua mamma che ha partorito tra le amorevoli cure della famiglia italiana che l’aveva accolta da subito in casa e fatta sentire una di loro, portandola anche a trascorrere le vacanze qua e là per l'Europa e l'Italia. I suoi genitori sono lontani 750 km, non si affrettano ad accorrere alla culla del nipotino. Bastano le parole di Rosa a tranquillizzarli: mamma e pargolo stanno bene, ogni desiderio della giovane sarà esaudito. E così i nonni tedeschi aspettano un mese prima di far visita al neonato, figlio di due culture. Rosa, suo marito e gli altri due figli si preoccupano di non far pesare al piccolo la ‘stranezza’ di vivere tra mamma e papà, in due case diverse nel Land del Baden Wuertemberg: perciò per lui due identiche culle azzurre, doppi giochi, paroline pronunciate in due lingue, doppie feste di compleanno, una a casa del papà e una a casa della mamma e, di conseguenza, doppi regali. Gli anni passano velocemente, l’amatissimo primo nipotino compie cinque anni, ai suoi compleanni c’è sempre la famiglia italiana e non quella tedesca ma quando quest’ultima comincia a essere più presente le feste si organizzano solo a casa della mamma e solo con i nonni tedeschi. Inizia pian piano un inspiegabile e malcelato allontanamento che culmina con la decisione della ragazza di portare via il bambino al suo paese, nel Land del Brandeburgo, dove abitano i suoi genitori, lontano dal padre e da quella famiglia così presente, così italiana e perciò così ingombrante. All’inizio Rosa e suo marito non possono neppure avvicinarsi all’adorato nipotino, devono rimanere in macchina e confidare in un desolante silenzio assoluto per ascoltare da lontano la sua voce. Dopo un anno viene concessa loro la possibilità di trascorrere due ore con lui sotto la stretta sorveglianza dell’assistente sociale che però non si accorge mai del saluto segreto tra nonna e nipotino: uno sfiorarsi di mani sotto il piedino del bambino che chiede aiuto per togliersi le scarpe. Una genialità da vero piccolo italiano! Eppure a Rosa, a suo marito e ai suoi figli erano stati garantiti, come decretato dalle sentenze di Boeblingen e di Cottbus, contatti telefonici, di fatto mai esistiti, e, seppur contestati, mai sostenuti. La mamma aveva deciso per se e per il figlio da sola, coadiuvata  dagli Jugendamter di Herrenberg e di Spremberg, e fortemente appoggiata dalle due impiegate addette allo Jugendamt. Ecco allora che quelle pagine della tragica storia nazionale non lontana nel tempo cominciano a essere sfogliate nuovamente e a svelarsi con tutta la loro crudeltà e contraddizione. Di colpo il piccolo viene di fatto privato della sua parte italiana, di un pezzo fondamentale della sua identità, di quella che sarebbe stata la sua storia futura e che da ora in poi sarà raccontata e vissuta da un solo punto di vista: quello tedesco. Accade così che durante l’udienza in tribunale il bambino viene avviluppato dalle gonne della madre e della ‘Oma’, la nonna tedesca, lontano da quelli che potevano essere gli sguardi pericolosi dei familiari italiani. Del papà italiano. Di colpo tutte quelle persone che avevano vissuto in funzione sua per cinque anni erano degli estranei con i quali aveva avuto soltanto un ‘buon contatto’, ben diverso dal ‘rapporto intimo’ con i nonni tedeschi, nonni che erano stati così ansiosi di conoscerlo a tal punto da recarsi da lui dopo un mese dalla sua nascita, nonni che tenevano così tanto alle ricorrenze da non essere presenti alla maggior parte delle sue feste di compleanno e ai quali era bastata una telefonata di Rosa per rassicurarsi delle buone condizioni di salute della loro figlia, madre del piccolo, poco dopo il parto. Un’intimità tutta teutonica, evidentemente! Eppure il bimbo era solito rimanere per settimane intere dai nonni con i quali aveva solo ‘un buon contatto’ quando sua madre si assentava senza mai chiedere di lui. E con loro stava pure benissimo, anzi baci e coccole erano sempre in agguato. Proprio da quei nonni dal ‘buon contatto’ c’era e c’è una cameretta tutta sua, decorata in azzurro, come piaceva a lui, piena di peluche e giochi che attendono il suo ritorno. Anche scarpe e spazzolino sono ancora adesso nella casa dei nonni ‘dal buon contatto’ che attende il suo ritorno. Niente. Durante l’udienza, dopo le gonne di madre e nonna che lo separavano dalla visione della famiglia dove era stato fino a pochi mesi prima, al bimbo era toccato aspettare nella sala adiacente la fine delle motivazioni di quelle strane scelte fatte per il ‘suo bene’ di giovane tedesco. Con i nonni ‘dal buon contatto’ poteva vedersi, sempre più di rado, solo in presenza di un’assistente sociale che puntava la sveglia un quarto d’ora prima della fine del tempo concesso per l’incontro. E lui, piccolo conteso, aveva capito tutto tanto da scattare alla sorvegliante una foto e darla alla nonna di nascosto così ‘aveva le prove’, e sempre a Rosa, temendo di non vederla più, aveva donato un laccetto perché si ricordasse lui. Oggi ha sette anni, da due non vede più il suo papà, i suoi nonni, gli zii italiani. Una parte importante della sua vita e della sua cultura gli è stata brutalmente strappata, e lui è stato brutalmente strappato a quella vita e a quella cultura tanto che adesso vogliono cambiargli perfino il cognome: non più quello italiano del padre ma quello tedesco della madre. E’ per ‘motivi sociali’, il bene supremo è essere figli della Germania e il cognome italiano potrebbe essere motivo di vergogna, roba di serie B, da perdenti. Per poter rivedere il nipote Rosa, che ha narrato la sua storia nel libro ‘La bambola di pezza’, inviata a Papa Francesco, ai Presidenti del Consiglio e della Camera Matteo Renzi e Laura Boldrini, all'Ambasciatore italiano a Berlino e ad altre personalità, ha dovuto sottoporsi a perizia psichiatrica. Di questa vergogna e dell’intera triste vicenda ha scritto all’Ambasciatore italiano a Berlino. Non ci risulta sia giunta risposta.

Raffaella Bisceglia



Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/3344/Achtung-binational-Babies-I-nonni-%E2%80%98del-buon-contatto%E2%80%99.html
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Ogni bambino ha bisogno della Germania




A volte fare ricerche in Internet diventa un viaggio e un’avventura. Soprattutto quando si passa da un paese all’altro, da una lingua all’altra, si può andare molto lontano. Ancora più lontano si va quando si viaggia sul web tedesco e si inseriscono nel motore di ricerca parole come “Kind” (bambino), “Deutschland” (Germania), “Einwanderer” (immigrato). Cercavo il testo del discorso della ex ministra per la famiglia, Ursula von der Leyen, pronunciato anni fa in occasione del congresso del suo partito, cioè quello di Angela Merkel. Sapevo che a suo tempo la von der Leyen aveva affermato che “la Germania ha bisogno di ogni bambino” (“Deutschland braucht jedes Kind”), ma non sapevo che, su questa base, la politica tedesca fosse andata molto più in là. Nel giro di pochi anni siamo infatti passati dal “la Germania ha bisogno di ogni bambino” al “anche ogni bambino ha bisogno della Germania” (“auch jedes Kind braucht Deutschland”). Sì, avete capito bene, un bambino, per dare il meglio di sé, ha bisogno di vivere in Germania. Questa nazione si è resa conto, ormai da decenni, che un paese in crisi demografica è un paese senza futuro, è un paese che non sarà in grado di pagare le pensioni e che mancherà di forza lavoro, con le conseguenti ricadute economiche. Poiché i tedeschi, nonostante le politiche familiari che dovrebbero favorire la nascita di bambini, preferiscono non metterne più al mondo, la repubblica federale tedesca si è “attrezzata” con le sue “particolari” ratifiche delle convenzioni e dei regolamenti europei[1] per impossessarsi dei bambini altrui, di preferenza binazionali (ma vanno bene anche quelli interamente stranieri, basta rieducarli). E’ infatti sufficiente risiedere sei mesi in Germania per avere difficoltà ad andarsene con la prole, a meno di farlo senza che lo Jugendamt [Amministrazione per la gioventù] se ne accorga. Ma se i bambini vengono sempre trattenuti in Germania non è solo per un tornaconto economico, è anche perché tutti, ma davvero tutti e a tutti i livelli, sono davvero convinti che la cosa migliore che possa succedere ad un bambino è quella di crescere in Germania, parlare tedesco, frequentare le scuole tedesche e soprattutto pensare tedesco.
Se infatti andiamo alla pagina della Rappresentanza della Bassa Sassonia presso il Bund a Berlino, leggiamo che “Soprattutto gli immigrati che potrebbero dimostrare di avere affinità allo studio – a differenza delle affermazioni populistiche –, spesso falliscono perché – così sostiene Margot Käßmann - non conoscono a fondo il sistema di istruzione tedesco. La base di una buona istruzione è infatti data, oltre che dai geni dei genitori, anche dai “meme” (dall’inglese memories), cioè una sorta di eredità trasmessa dalla società in cui si è cresciuti. Far crescere i bambini rappresentata un dovere per tutta la società: la Germania ha bisogno di ogni bambino, ma anche ogni bambino ha bisogno della Germania”
In parole povere: i figli degli immigrati potrebbero anche riuscire bene a scuola, a differenza della comune opinione. Dunque apprendiamo che l’opinione diffusa tra il popolo tedesco riguardo ai non-tedeschi residenti in Germania è che siano incapaci di riportare successi scolastici, vanno bene per la scolarizzazione di base e i lavori manuali, ma nulla di più. Se si registrano successi scolastici, essi non sono dovuti alla intelligenza del bambino figlio di immigrati (che qui evidentemente si continua a mettere in dubbio), bensì sono dovuti a ciò che questi bambini hanno vissuto e vivono nella società tedesca. Ci stanno dicendo che, nonostante i geni “scadenti” ereditati dai genitori non-tedeschi, i bambini che crescono in Germania diventano più intelligenti. La conclusione, “la Germania ha bisogno di ogni bambino”, ci era già nota grazie al monitoraggio delle sottrazioni deutsch-legal verso la Germania (in costante aumento dalla caduta del muro), mentre l’affermazione seguente, “ogni bambino ha bisogno della Germania”, è proprio la ciliegina sulla torta, è l’atteggiamento alla base del cosiddetto “Kinderschutz” (protezione dell’infanzia) che porta a privare i bambini binazionali dei propri genitori, a privarli della loro seconda lingua, cultura e famiglia per proteggerli, per germanizzarli, “sicuramente per il loro bene”. Adesso sappiamo che diventano anche più intelligenti.


Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages





[1] E’ vero che i Regolamenti europei non hanno bisogno di ratifica ma la Germania, unico paese in Europa, li inserisce ugualmente nei suoi codici, facendone una sorta di ratifica, non senza valutare preventivamente la compatibilità di quanto firmato a Bruxelles con gli interessi del popolo tedeschi.


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GERMANIZZAZIONE ai più alti livelli!
Ovvero il disperato tentativo dello psicologo forense tedesco di dimostrare che la germanizzazione non esiste.


Nel raccontarvi questa storia vera, della quale conosciamo i protagonisti, ci siamo rifatti anche all’articolo apparso in lingua polacca su: http://leitkultur.salon24.pl/627192,germanizacja-na-najwyzszym-poziomie
Lo psicologo (diplomato) tedesco, Sebastian Bartoschek è stato nominato dal tribunale familiare di Geldern (Germania) per redigere una perizia che risponda al seguente quesito: “Quale regolamentazione dell’affido serve al meglio il “bene” dei bambini oggetto del procedimento?”
Vediamo come si è arrivati a tutto ciò. I bambini di cui si parla sono Angela Danuta Alfieri (oggi di 10 anni) e Dario Alfieri (oggi 9 anni). Sono nati in Germania, ma hanno un papà italiano e una mamma polacca. Quindi risiedono in Germania, ma hanno la nazionalità italiana e polacca e non tedesca.
Quando erano molto piccoli, cioè quando avevano 2 e 3 anni, lo Jugendamt li ha tolti ai loro genitori. Si dice che li volessero portare in Italia (paese che, secondo lo Jugendamt tedesco, è nocivo al bene del bambino), i genitori dicono che in Italia volevano invece trascorrere soltanto le ferie, fatto è che i bambini sono stati dati ad una famiglia affidataria e che da allora, sette anni fa, non la hanno più lasciata. Lo Jugendamt ha anche cercato di far separare questi genitori che però si sono resi conto del tentativo di manipolazione e sono rimasti insieme, anzi si sono sposati ed hanno avuto un’altra figlia due o tre anni fa, Gianna. La piccola vive con i genitori, cresce bene ed è felice. Ma allora perché Angela e Dario non tornano a casa? La scusa che i genitori non siano capaci di occuparsi dei figli pare inadeguata e allora il tribunale, alla richiesta di questo papà e di questa mamma di riavere i loro piccoli, ha risposto nominando un perito. Il perito dovrebbe dire al tribunale cosa è meglio per questi bambini, dopo averli osservati e aver parlato con lo Jugendamt, con la famiglia affidataria e la sorvegliante delle poche visite che i genitori hanno con i loro figli. Sorvoliamo per il momento sul fatto che nessuno è in grado di spiegare perché questi genitori debbano essere sorvegliati. Si sorvegliano genitori pericolosi, ma i genitori pericolosi di due bambini di 9 e 10 anni non allevano con successo una bambina di ormai tre anni.
Troviamo molte risposte, o meglio la conferma degli abusi e delle violenze istituzionali dello Stato tedesco nella perizia, della quale riportiamo qui letteralmente alcuni passaggi. Le istituzioni tedesche, accusate apertamente di voler germanizzare i bambini altrui, tentato maldestramente di difendersi attraverso il perito psicologo.
Quando i bambini sono stati dati alla famiglia affidataria avevano solo 2 e 3 anni, pertanto stavano imparando, oltre al tedesco, anche l’italiano e il polacco, ma è ovvio che non parlassero ancora correntemente le tre lingue. Questo fatto così banale viene ignorato e addirittura palesemente distorto dal perito che conversa con i bambini e così riporta i colloqui:
Psicologo: “Parli polacco?”
Angela: “No. Neanche Dario”
Psicologo: “Okay”
Angela: “E neanche italiano”
Psicologo: “In realtà è un peccato, vero?”
Angela: “No”
[…]
Dario: “Ho odiato l’inglese e continuo ad odiarlo”
Psicologo: “Parli altre lingue, oltre all’inglese?”
Dario: “Solo il tedesco”
Psicologo: “Non parli polacco?”
Dario: “No”
Psicologo: “Veramente? Non lo hai mai parlato?”
Dario: “No, lo parlavo solo quando ero molto piccolo, piccolo come Gianna”
Psicologo: “A quel tempo capivi e parlavi polacco?”
Dario: “Sì”
Psicologo: “Tutti e due? Te lo ricordi?”
Dario: “Sì, tutti e due”
Psicologo: “E oggi non comprendi più il polacco? E’ un peccato però, vero?”
Dario: “Sì. No, non è così grave”
[…]
Psicologo: “E l’italiano?”
Dario: “Non lo so”
Psicologo: “Per niente? Non lo hai mai saputo?”
Dario: “Non lo ho mai saputo.”
Lo psicologo aggiunge che “Dario, subito dopo il contatto non sorvegliato con i genitori, [NdT: ma davvero, adesso lo decidono i bambini stessi se devono essere sorvegliati?], ha detto che anche lui non vuole più contatti non sorvegliati, poiché non si sente a suo agio. Concretamente cita quanto si può vedere anche dal video [NdT: l’incontro non sorvegliato era stato video registrato!], cioè che lui e i genitori non si capiscono bene per via della lingua.”
Anche la famiglia affidataria, i coniugi R., ha deciso che i contatti bambini-genitori devono essere sorvegliati. Lo motiva con il fatto che i bambini, soprattutto Angela, sono molto insicuri. Ma anche Dario. Il commento del signor R. sul punto: “No, di queste cose non gliene frega un cazzo” [NdT: in tedesco, la perizia riporta proprio questa espressione volgare]. Lo psicologo chiede alla famiglia affidataria anche cosa ne pensi dell’eventuale restituzione dei bambini ai genitori. I coniugi affidatari sono sicuri – così come anche lo Jugendamt – che i bambini non devono assolutamente essere restituiti. Lo psicologo ne chiede le ragioni e la signora R. motiva in questo modo l’affermazione:
“Lo dico sempre, i genitori hanno merdato, peggio per loro!” [NdT: in tedesco, la perizia riporta proprio questa espressione volgare]. Per inciso, i coniugi affidatati, lei donna delle pulizie con un passato di parrucchiera e lui camionista, non parlano né polacco né italiano. Eppure si esprimono in questi termini: (Signora R.) “I bambini non hanno mai capito né l’italiano né il polacco” [Ndt: come fa a saperlo lei che parla solo tedesco? come potevano i bambini parlare perfettamente queste due lingue all’età di 2 e 3 anni, cioè all’età che avevano quando lo Jugendamt li ha tolti ai genitori?].
Psicologo: “E’ sicura che non parlassero quelle lingue neanche fra di loro?”
Signora R. “Sì, non le parlavano, siamo sicuri.”
Signor R. “Lo avremmo notato”.
[…]
Signora R. “Il Dario non parlava neanche correttamente. Nessuno lo capiva, farfugliava, non pronunciava chiaramente le parole”
Signor R. “Farfugliava, come i vecchi.” [il signor R. utilizza l’espressione “i vecchi”, quando parla dei veri genitori dei bambini]
Signora R. “E la madre polacca, neanche lei parla perfettamente il tedesco …”
Lo psicologo aggiunge, a proposito del padre italiano: “La barriera linguistica non va sottovalutata e il signor Alfieri pare non abbia avuto l’esigenza di apprendere meglio il tedesco”
Alla fine lo psicologo qualifica queste persone e anche Sabine Münnekhoff [la sorvegliante delle visite] quali esperti linguistici. Qualsiasi altra motivazione o valutazione scientifica, che ci si aspetterebbe da un perito forense, è completamente assente.
Riportiamo anche un passaggio del colloquio con Frau Sabine Münnekhoff, colei che sorveglia le visite e che non parla né italiano né polacco.
Psicologo: “Ha constatato che i bambini parlino in italiano o in polacco con i genitori biologici?” [NdT: cioè durante quelle visite per le quali è stata imposta la lingua tedesca, pena l’interruzione dei contatti]
Signora Münnekhoff: “Non ne sono capaci.”
Psicologo: “Questo è un punto importante. Significa che secondo quanto da lei osservato né Dario né Angela abbiano mai parlato con i genitori né in Italiano né in polacco?”
Signora Münnekhoff. “In mia presenza, mai.”
Infine anche la signora Kersjes dello Jugendamt di Kleve si sente in dovere di respingere l’accusa di attuare una germanizzazione “non ci sono assolutamente indizi di germanizzazione di nessun tipo”, afferma perentoriamente.
Sempre più preoccupato dell’accusa di germanizzazione che del destino di questi bambini, lo psicologo aggiunge: “Per verificare l’accusa che i bambini sarebbero stati volutamente germanizzati, il sottoscritto pronuncia una frase in polacco, come fosse una cosa normale. Angela reagisce con irritazione e sicuramente non in modo adeguato alla frase.” Purtroppo lo psicologo non scrive cosa avrebbe detto in polacco. L’associazione polacca che insieme ad una associazione italiana sostiene e cerca di aiutare questi genitori ci segnala che questo psicologo ha un fortissimo accento tedesco quando parla in polacco e che ciò rende molto difficile la comprensione di ciò che dice in polacco; inoltre utilizza la coniugazione sbagliata con alcuni verbi polacchi. Di questo, ovviamente, nella perizia non c’è traccia.
Non sappiamo come il tribunale valuterà questa perizia, né se questi bambini torneranno a vivere con i loro genitori e la sorellina, ma adesso sappiamo come vengono redatte le perizie degli psicologi forensi tedeschi che sistematicamente chiedono al giudice l’allontanamento dei bambini dal loro genitore non-tedesco (o da entrambi come in questo caso). Se non vogliamo usare la parola „germanizzazione”, dovremo per forza usare l’altra, „razzismo”.

Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages

Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/3241/ACHTUNG-binational-BABIES-GERMANIZZAZIONE-ai-pi%C3%B9-alti-livelli-.html



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Da “Zwangsarbeit” a “Zwangsgeld” per i genitori non-tedeschi di bambini binazionali


 “Bambini ostaggio, bambini sottratti, bambini rubati dalle amministrazioni tedesche”: decine, centinaia e migliaia di volte sono state denunciate le sottrazioni legalizzate dallo Stato tedesco; dieci, cento e mille volte abbiamo spiegato come ciò sia possibile proprio grazie ai Regolamenti europei, firmati per tutelare genitori e figli, ma che in realtà servono gli interessi tedeschi. In che senso? E’ noto che la società tedesca non è certo una società che ama i bambini. Se ne pretende i rimpatri e trattiene tutti quelli che passano dalla sua giurisdizione (dopo 6 mesi di permanenza in Germania il giudice familiare tedesco diventa competente per tutte le questioni relative al minore, di qualsiasi nazionalità) è perché i bambini sono fonte di guadagno, oggi e soprattutto domami. Domani saranno la forza lavoro che permetterà il pagamento delle pensioni proprio a coloro che oggi ne hanno preteso il rimpatrio o il trattenimento e saranno gli eredi di case e terreni al di fuori del suolo tedesco. Ma già oggi possono far circolare molto denaro, ovviamente solo in una direzione, dall’estero verso la Germania. Gli alimenti dovuti al genitore che ha con sé il figlio vengono tutelati da ogni giurisdizione, ma in ogni giurisdizione vengono calcolati in base al guadagno e alle disponibilità economiche di chi è tenuto a pagare. E chi ha il dovere di pagare ha anche il diritto di mantenere un rapporto e delle frequentazioni regolari con i propri figli. In Germania no. In Germania i procedimenti sono distinti e mentre quello per le visite viene protratto in eterno, grazie a Jugendamt, psicologi e collaboratori che intervengono a vario titolo, impedendo di fatto ogni contatto, quello per gli alimenti procede spedito e non solo. Il giudice tedesco non si preoccupa di verificare le disponibilità economiche del genitore che risiede all’estero (quello che non ha più nessun contatto con il proprio figlio), gli impone di pagare e calcola gli importi dovuti sulla base di parametri tedeschi. Questo non significa solo che pretende la traduzione in tedesco di ogni documento, ma pretende anche che la dichiarazione dei redditi, per esempio italiana, venga redatta secondo i parametri tedeschi. Pare incredibile, ma è così. Abbiamo decine di decreti che stabiliscono condizioni tali da mettere necessariamente il genitore non-tedesco nella condizione di non poter ottemperare a quanto gli viene richiesto. Abbiamo anche decine di decreti che sostengono che, se il genitore non-tedesco è disoccupato, non sta lavorando perché è un gran fannullone. Allo stesso modo, quei decreti tedeschi intimano ai genitori non-tedeschi che guadagnano poco di trovarsi un secondo lavoro, di andare a “consegnare le pizze” (pare che questo sia il secondo lavoro degli italiani più diffuso in Germania, ma purtroppo per loro non in Italia!). In mancanza d’altro, arrivano a stabilire che il genitore non-tedesco disoccupato, che non è ancora morto di fame o ridotto a vivere sotto i ponti, deve necessariamente avere dei soldi nascosti e dunque che paghi, che si indebiti per mandare soldi in Germania. Tali decreti vengono poi fatti valere all’estero grazie al Regolamento europeo 4/2009. In sintesi avviene questo: il tribunale tedesco decreta, l’avvocato tedesco di controparte invia il decreto per es. in Italia e la Corte d’Appello italiana preposta alla volontaria giurisdizione lo dichiara immediatamente esecutivo. All’Italia resterebbe solo un’unica, piccola possibilità di contestazione e cioè il controllo del fatto che la decisione sia stata presa in contraddittorio, cioè alla presenza delle parti. Ma l’Italia, attentissima a non infastidire i tedeschi, non lo fa. L’Italia si accontenta di leggere decreti sui quali non è mai indicato chi fosse presente all’udienza e che elencano semplicemente i nomi delle parti e dei rispettivi avvocati e li dichiara esecutivi. Addebita inoltre al genitore italiano le spese processuali italiane per un procedimento al quale nessuno è stato convocato, ma che si è svolto e concluso solo sulla base delle richieste tedesche. Le richieste tedesche accolte dall’Italia prevedevano il pagamento degli alimenti calcolati come spiegato più sopra e anche delle spese processuali tedesche, le spese cioè di un altro procedimento al quale il genitore italiano non ha preso parte. Chi non è d’accordo, ci ha detto il giudice della Corte d’Appello di Milano che abbiamo intervistato, può presentare ricorso alla Suprema Corte di Cassazione di Roma. Per completezza d’informazione dobbiamo precisare che per adire la Cassazione, tra le spese per i bolli e per il proprio rappresentante legale, sono necessarie somme vicine ai 10.000 euro e il tempo a disposizione per farlo è di soli 30 giorni. Conclusione? Anche il Regolamento europeo 4/2009 è stato redatto e firmato per favorire le casse tedesche, in apparente legalità. Un trucchetto semplice, ma estremamente efficace e soprattutto redditizio. Continua a sfuggirci perché l’Italia favorisca gli interessi tedeschi al posto di quelli italiani.

Se con questo pensavamo di aver visto di tutto, non è così! 

Un papà italiano del quale ci eravamo già occupati (http://www.ilpattosociale.it/news/2712/Il-padre-il-padre-sociale-e-il-postino.html), esempio di obbedienza totale alle richieste tedesche, è stato condannato, pochi giorni fa, a 10 giorni di prigione o 1.000 euro [1], oltre alle spese processuali di un processo tenutosi senza udienza.
Cosa è successo? Questo cittadino italiano ha conosciuto in Italia una ragazza tedesca. Innamoramento, decisione di formare una famiglia, desiderio di un figlio. Lei torna in Germania a partorire e una volta là gli comunica di sparire dalla sua vita. A quest’uomo non resta che accettare quanto lei ha deciso, ma desidera comunque costruire un rapporto con il bambino che è indubbiamente suo figlio (si assomigliano come due gocce d’acqua). Interminabili procedimenti e spese enormi lo portano a incontrare il bambino, sempre e solo in Germania e sotto controllo, per 64 ore in sette anni. I procedimenti per le visite si sono conclusi con una perizia che sottolinea quanto la signora manipoli il bambino e lo ponga in una situazione di conflittualità. La conflittualità provoca stress nel bambino. Per evitare questo stress, si cancella il padre dalla sua vita. I due non dovranno più vedersi. Poiché la signora si è nel frattempo sposata (con un cittadino tedesco!), quel bambino italo-tedesco ha comunque un padre e il suo vero papà (che non ha mai avuto il permesso di chiamare così, ma solo per nome) non serve più. Anzi serve, ma solo per pagare gli alimenti. Infatti, contemporaneamente ai procedimenti per le visite, si sono istruiti procedimenti per gli alimenti e quest’uomo, al quale è stato chiaramente detto che senza pagare non poteva neppure chiedere di incontrare il figlio, ha sempre ottemperato a tutto ciò che gli è stato richiesto. Non è stato sufficiente. Le buste paga che ha consegnato erano “vergognosamente” in italiano e quindi non redatte nel modo richiesto. Il recente decreto precisa: “I redditi da lavoro dipendente non sono stati sufficientemente documentati. Manca un lista sistematica, comprensibile e ininterrotta dei redditi dell’intervallo di tempo in questione. Oltre a questo, non possono essere accettati documenti in italiano in un procedimento in tribunale. La lingua del tribunale è il tedesco [2]”. Il tribunale decide dunque di condannarlo precisando e motivando che “l’opponente [il genitore italiano] non ha dimostrato di aver rispettato gli obblighi relativi alla causa in questione [3]”. Avete letto bene, “non ha dimostrato di aver rispettato gli obblighi”. E gli obblighi del tribunale a far rispettare i diritti del bambino di crescere in entrambe le culture alle quali appartiene? Questi non esistono. In Germania e in Europa non esistono, anche se è vietato sostenerlo e dimostrarlo.
Va inoltre ricordato che invece nei rarissimi casi in cui il bambino binazionale risiede all’estero con il genitore non-tedesco, quest’ultimo, pur invitando l’ex-coniuge a passare del tempo con il bambino, non riceve mai gli alimenti e il regolamento 4/2009 non sortisce nessun effetto. L’esecutività della decisione straniera, per es. italiana, seppur riconosciuta, viene sempre bloccata grazie al codice di procedura tedesco, inoltre se il genitore tedesco non ha introiti, o introiti ridotti, o non presenta la dichiarazione dei redditi, non si può fare nulla e non segue nessuna condanna.
Questa è l’Europa dei sensi unici, nella quale tutti collaborano a far guadagnare la Germania, a redigere e firmare Regolamenti che fingono di proteggerci, ma che servono gli interessi tedeschi e soprattutto a far finire tutti i bambini in Germania. Perché i nostri governanti e rappresentanti politici vendono i nostri figli e con essi il futuro di tutto il Paese? Questa è la vera domanda alla quale non troviamo risposta.


Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages





[1] Zwangsgeld in Höhe von 1.000,00 € ersatzweise für den Fall, dass dieses nicht Beigetrieben werden kann, Zwangshaft von 10 Tagen
[2] Die Einkünfte aus nichtselbständiger Tätigkeit wurden nicht ausreichend belegt. Es mangelt bereits an einer schriftlichen, systematischen, verständlichen und lückenlosen Aufstellung über Einnahmen in dem betreffenden Zeitraum. Abgesehen davon können im gerichtlichen Verfahren Dokumente in italienischer Sprache nicht gewürdigt werden. Die Gerichtssprache ist Deutsch.
[3] Der Antragsgegner hat nicht dargelegt, dass die streitgegenständlichen Verpflichtungen erfüllt wurden




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L’educazione di Stato: lo JUGENDAMT prima organizzato da Himmler, poi braccio esecutivo della Stasi e più che mai attivo oggi, nella Germania riunificata 


Vite rubate nella DDR dove decine di bambini furono sottratti ai propri genitori per crescere in famiglie idonee ai canoni dello Stato 






Katrin e Andreas hanno una storia simile alle spalle, dolorosa quanto assurda ma legittimata, se così si può dire, dal contesto dal quale proviene: gli anni bui della DDR. Allora la Stasi controllava le vite di tutti e così ‘scoprì’ che la mamma di Katrin non sarebbe stata idonea a svolgere il suo ruolo e Andreas non sarebbe stato il padre giusto per suo figlio. Motivo? Aver espresso il desiderio di voler lasciare la Germania Est. Meglio allora se i bambini fossero stati allevati da genitori leali alla DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. Sono tantissime le storie simili a quelle di Andreas e Katrin, non è dato sapere quante, oggi forse c’è chi cerca di far dimenticare quel passato di omologazione delle coscienze o addirittura negarlo. E chi, invece, vuole riportarle alla luce, con tutto il rispetto per tanto dolore. Sul numero del 23 dicembre 2013 di Focus, un settimanale tedesco, il giornalista Alexander Wendt racconta e denuncia le due storie. Katrine Behr ha addirittura pubblicato la sua vicenda in un romanzo struggente. Essere figli dello Stato, pensare e vivere per lo Stato era il diktat della DDR che, in modo più celato ma identico, si riverbera ancora oggi nella moderna Germania unita in cui lo stesso “Jugendamt” di allora sottrae i bimbi dei genitori non sufficientemente obbedienti. Oggi poi, se i bambini sono stranieri obinazionali, vengono dati a famiglie tedesche o affidati al solo genitore tedesco, perché prima che dei propri genitori i piccoli sono figli della Germania. Pubblicare l’articolo di Alexander Wendt, tradotto dalla dottoressa Rosa Perrone, è un modo per non dimenticare e tenere sempre più viva l’attenzione sulle vicende attuali che questa rubrica racconta periodicamente, contribuendo così a anche rendere più comprensibili i motivi delle scelte sulla collocazione dei bambini attuate tutt’oggi dalle amministrazioni tedesche.

La vita rubata - Articolo di Focus pubblicato da Alexander Wendt (23.12. 2013)

Andreas Laake custodisce un piccolo tesoro: una mezza dozzina di foto che lo ritraggono con un ragazzo in un soleggiato giorno di ottobre in un piccolo parco vicino alla stazione di Lipsia. Il ragazzo supera quasi di una testa Andreas Laake, sorride e cinge con il braccio le sue spalle. Laake appare quasi impacciato; questo momento é troppo importante per lui. Le immagini immortalano un momento della sua vita che lui aspettava da 29 anni! Esse mostrano il primo incontro con suo figlio. Nessuno può sapere quanti tedeschi dell’est abbiano avuto esperienze simile a quella di Andreas Laake. Un legame accomuna tutte queste esperienze: in un momento qualunque della loro esistenza un ufficiale della D.D.R. strappò loro i loro figli contro la loro volontà e non seppero mai dove e come i loro figli sarebbero diventati adulti. Di tante storie non rimane più niente o se ne sono perse le tracce. Ma quando persone come Anderas Laake o Katrin Behr raccontano la loro storia, allora ritorna improvviso l’odore degli atti polverosi che affollavano le stanze degli uffici dell’epoca, con il quadro Honeker alle pareti, e si ammassavano sulle scrivanie di quel tempo. L’odore della burocrazia e della paura. Katrin Behr non dovette andar troppo lontano per respirare quest’atmosfera. Solo un paio di scale più giù. Il suo ufficio si trova due piani più su dell’antico ufficio nel quale il Ministro per la Sicurezza, Erich Mielke, risiedeva. Nel suo ufficio, situato nella sede dell’allora Stasi-Centrale della Berlin-Lichtenberg, Katrin Behr ha avuto modo di avere tra le mani gli atti delle vittime delle separazioni forzate tra genitori e figli durante gli anni della D.D.R. Un computer ed un paio di faldoni, tanto doveva bastare per i 1433 casi di denunce di ricerche di genitori e di figli ormai diventati grandi. Un risultato felice come quello di Andreas Laake riguarda appena 422 casi. Chi pensa che a 23 anni dalla caduta del muro le ferite si siano rimarginate, può venire in queste celle della vecchia prigione della Stasi per convincersi del contrario. “All’inizio – racconta la Behr – sapevo a memoria ogni singola richiesta di ricerca; ora é impossibile, sono troppe!”. Quello che soprattutto l’aiuta é la sua stessa esperienza personale. Una mattina di febbraio del 1972 i poliziotti della Stasi piombarono nella sua casa e portarono via sua madre. Abitavano a Gera e lei aveva appena 4 anni. “Ti prometto che stasera saremo di nuovo a casa” - le aveva detto la madre. Ci vollero 19 anni per rivederla. “Ogni caso é diverso dall’altro”, dice la Behr. Gli agenti della Stasi nella DDR privavano i genitori fuggiaschi del loro diritto di educare i loro figli, come nel caso di Andreas Laake. Ma anche giovani madri potevano restare impigliate nelle maglie oscure della burocrazia. I funzionari della DDR parlavano di “uomini nostri” e di “contratti per l’educazione da parte dello Stato”. E la pensavano così. Quello che era successo alla mamma di Katrin si può riassumere in questo modo: aveva due figli ed era una donna sola. Di sicuro non sarebbe potuta andare al lavoro se uno dei suoi figli si fosse ammalato. Inoltre una volta aveva detto che sarebbe andata volentieri nell’ovest. Tanto bastò per condannarla per “messa in pericolo dell’ordine stabilito per comportamento asociale”, sbatterla in prigione e portarle via i bambini, che furono rinchiusi in una casa-famiglia. Fintanto che il fratello restò nella ‘casa-famiglia’, per lei a Gera era impossibile essere data in adozione. Negli atti si recita: “per volontà della madre”. La nuova madre di Katrin, una segretaria del partito, si fece carico del contratto, ossia di “educare” la bambina secondo le prospettive volute dallo Stato. Il modello era conforme a tanti altri casi di adozioni forzate. Gli addetti agli uffici preposti sceglievano coppie affidatarie, che risultavano “idonee” ai canoni imposti dallo Stato. Anche Andreas Laake fu messo in prigione quando il tribunale gli prese il figlio. Questo accadde a Lipsia e la sua unica colpa era quella di aver manifestato il desiderio di andare nell’ovest. Con la compagna ancora incinta aveva tentato di attraversare in barca il mare nel 1984 e raggiungere le coste di Lubecca. Mancavano appena due chilometri di mare quando la guardia costiera della DDR si avvide della piccola imbarcazione che navigava verso ovest. Lui si assunse tutta la responsabilità, non voleva che la anche sua compagna ne pagasse le conseguenze. La Stasi lasciò lei libera, ma mise lui in prigione per 4 anni e 6 mesi. La donna però interruppe ogni contatto con lui. Se costretta o per sua scelta, lui non lo ha mai saputo. Non solo interruppe ogni contatto con lui, ma diede poi il loro figlio in adozione. In prigione gli recapitarono una foto del neonato che la donna gli aveva mandato: un bimbo con un tubo di plastica nel naso. “Era nato prematuro”, dice Laake. Sulla foto un nome: Marko. Nient’altro. La madre di Andreas avrebbe volentieri accudito al nipote. Ma, secondo la volontà degli addetti alla sicurezza e all’educazione dei bambini, la mamma di un “traditore” non era la persona adatta. Il bambino fu messo in una “casa-famiglia” prima e dato poi in adozione ad una famiglia leale alla DDR. Negli anni che trascorse in prigione Andreas pensava spesso al momento in cui avrebbe potuto raccontare a suo figlio quello che era successo, ma soprattutto che lui non l’avrebbe mai dato via. Dopo la caduta del muro pensò che finalmente niente e nessuno lo avrebbe fermato nella ricerca del figlio. Ma si accorse subito che si sbagliava. Lo “Jugendamt” di Lipsia gli negò, pur nel nuovo Stato, ogni informazione sul luogo di dimora di suo figlio. Inoltre l’addetta allo “Jugendamt” gli notificò di essere sempre lei medesima la persona incaricata, sin dai tempi della DDR. Cioè lei aveva rappresentato lo “Jugendamt” nei tempi della Stasi e sempre lei era ora l’incaricata ufficiale dello “Jugendamt” dopo la ‘caduta’ del muro. Lei gli aveva negato il diritto di educare il figlio negli anni ’80 e ora glielo negava negli anni ’90. “I bambini che furono tolti ai loro genitori hanno solo la possibilità di avere più facilmente notizie sui loro genitori”, dice Katrin. “I genitori però non hanno alcun diritto di avere notizie dei loro figli”. Questa prassi vale ancora oggi.



Raffaella Bisceglia

26/01/15


Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/3164/-ACHTUNG-binational-BABIES-L%E2%80%99educazione-di-Stato-lo-JUGENDAMT-prima-organizzato-da-Himmler-poi-braccio-esecutivo-della-Stasi-e-pi%C3%B9-che-mai-attivo-oggi-nella-Germania-riunificata.html

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Due fratellini di padre svedese e madre camerunese: lo Jugendamt tedesco se li porta via! 


Egr. Presidente della Commissione Petizioni, Cecilia Wikström
Egregi membri della Commissione Petizioni
Relatrice del Consiglio d’Europa, Commissione sulle questioni sociali, Olga Borzova
Egregi e gentili lettori

Sulla vicenda di cui sopra non è stata scritta ancora nessuna petizione e forse nessuna verrà mai scritta visto che la stragrande maggioranza delle petizioni contro il sistema familiare tedesco (Jugendamt e tribunale) vengono giudicate irricevibili o chiuse senza neppure avvertire il petente, su pressione degli eurodeputati tedeschi. Noi però desideriamo parlarne, perché pensiamo che i bambini abbiano dei diritti, e pensiamo che essi vadano difesi anche se il sistema tedesco vi dirà che tutto è avvenuto in perfetta legalità (deutsch-legal), che i genitori sono inidonei e che i bambini sono stati tutelati.

Innanzi tutto spieghiamo cosa significa “noi”. Noi siamo cittadini europei di diversi paesi che si aiutano e si sostengono senza distinzione di sesso, razza, o religione. Siamo padri e madri, italiani, francesi, polacchi, spagnoli, greci, brasiliani, svedesi e camerunesi. Noi siamo i veri europei che in questa Europa fanno però molta fatica a riconoscersi. Siamo i veri europei perché genitori di bambini binazionali, cittadini che credevano nella legalità e nella giustizia fino a quando hanno visto sparire i propri figli in Germania, in perfetta legalità tedesca che è riuscita anche ad usare i nostri diversi Stati per criminalizzarci e metterci a tacere. Chiunque ha cercato di parlare del problema che il sistema familiare tedesco rappresenta per l’Europa ha subito pressioni, compresi alcuni eurodeputati onesti ed impegnati della scorsa legislatura.
Questa nuova legislatura non ha cambiato nulla, o meglio ha rafforzato la posizione di dominio tedesca, affidando loro la maggior parte delle cariche di peso. Nello specifico, in questa commissione vediamo in breve tempo petizioni (della cui ricezione abbiamo la conferma) che misteriosamente “scompaiono”, altre che vengono chiuse senza darne comunicazione ai petenti e le restanti che non vengono mai inserite nell’ordine del giorno, mentre assistiamo alla ricerca spasmodica da parte tedesca di un nuovo “cattivo”: le ultime sessioni ci hanno mostrato tutto lo sdegno tedesco nell’attaccare l’orco danese o il mostro britannico. Così facendo, ancora una volta, si evita di parlare di come opera la Germania e del suo sistematico rapimento di bambini deutsch-legal. Per completezza ricordiamo che anche in Seduta Plenaria si vieta da mesi di pronunciare un “one minute speech” sul tema.
Se la Danimarca non riconosce le decisioni sull’affido emesse negli altri Stati europei, è anche vero che la Danimarca ha onestamente manifestato questa sua intenzione non aderendo al Regolamento 2201/2003, se la Gran Bretagna pratica le adozioni senza il consenso dei genitori, va però detto che questa stessa identica pratica, e in modo numericamente più importante, è prassi corrente nella Repubblica Federale di Germania, anche se ufficialmente negata. In Germania infatti si tolgono i figli ai genitori (di preferenza stranieri, ma anche tedeschi) per “sospetto di” e si ricorre all’affido temporaneo. Fin qui tutto normale, va però precisato che l’affido temporaneo in Germania dura fino al 18° anno del bambino e questo, i colleghi tedeschi non lo ammetteranno mai, così come non ammetteranno che l’affido, molto più dell’adozione, genera fatturati immensi, in gran parte finanziati dall’Unione Europea per programmi di “tutela dei minori” ed è pertanto preferibile soprattutto per le casse tedesche. Quanto al consenso, la prassi per estorcerlo è “se non acconsenti non vedrai più tuo figlio”. In questo modo viene poi preclusa ai genitori qualsiasi possibilità di difendersi perché tutti i documenti saranno solo a loro sfavore.

Nelle coppie, nelle quali uno dei genitori è tedesco, è più facile fomentare il litigio grazie a tutti gli attori della tragica farsa che si rappresenta nei tribunali familiari tedeschi, dove non ci sono solo i genitori dei i bambini binazionali, ma anche una terza parte in causa, lo Jugendamt, il terzo genitore (e non un servizio sociale) oltre al controllore del procedimento e spesso anche lo psicologo (di solito neppure laureato) e un controllore delle visite (nei rari casi in cui queste esistono).
Nei trasferimenti transfrontalieri, sempre legali dall’estero verso la Germania e sempre illegali dalla Germania verso l’estero, il sistema di criminalizzazione del genitore straniero è ancor meglio rodato. Questo è un tema a sé, ma se davvero le istituzioni europee vogliono fare chiarezza e cercare una soluzione, dovranno coinvolgere i nostri giuristi in grado di spiegare quali sono le leggi impiegate per trattenere “legalmente” tutti i bambini in Germania, leggi di cui nessun giurista tedesco farà mai menzione e di cui nessun internazionalista è al corrente. Ci riferiamo per esempio ad un eventuale e ulteriore “Comparative study on how children´s rights are taken into account in case of separation, Joint Hearing”, ecc….

Nelle coppie interamente straniere residenti in Germania e per le quali, grazie al regolamento 2201/2003, è competente il giudice familiare tedesco, è sufficiente sospettare i genitori di essere inidonei o parzialmente tali per portar via loro i figli, ridurli sul lastrico coinvolgendoli in lunghissimi procedimenti giuridici, e relegarli nel silenzio e nello sconforto per l’impossibilità di gestire tale dolore, dichiarandoli poi psichicamente instabili.

La sorte dei bambini di padre svedese e madre camerunese (naturalizzata svedese) citati più sopra non si discosta da quanto descritto. I tribunali tedeschi stanno tentando di sottoporre questa donna, vedova da poco dell’amato marito e madre alla quale lo Stato tedesco ha sottratto i figli nell’ottobre 2014, a perizia psicologica per costruire ora, a sottrazione statale ormai avvenuta, la ragione – fin qui inesistente - dell’allontanamento.
C’è una sola differenza: il grido di questa donna si è unito al nostro e le nostre grida la sostengono.
Chiediamo alle Autorità Svedesi di intervenire e alla Commissione Petizioni di unirsi alla nostra richiesta di restituire questi due bambini svedesi alla loro mamma in Svezia.

Dott.ssa Marinella Colombo
Con i genitori dei bambini binazionali e per le Associazioni
Centro Servizi interdisciplinare Onlus
Enfants Otages

Federico nel cuore Onlus



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Gli assassini ricoverati in psichiatria costruiscono giocattoli e lo Stato ci guadagna.
Ovvero gli infiniti utilizzi della psichiatria nel paese che l’ha fatta nascere.




Ancora un’emblematica manipolazione dei tedeschi. Ancora un lato dell’icosaedro germanico: si parte da una vera e incontestabile affermazione di principio, il lavoro riscatta e reinserisce i detenuti nella società, per arrivare a giustificare la mercificazione delle persone e l’idolatria del profitto. E non solo. Perché anche qui, nella “corretta” e “incorruttibile” Germania, la Procura apre fascicoli per introiti poco chiari dei politici preposti, i ministri e i loro parenti. Ma come sappiamo, corrompere un politico, nella terra di Goethe non è reato. Quindi questi fatti non compariranno mai in nessuna statistica

Il settimanale bavarese Wochenblatt pubblica questo mese un articolo dal titolo: “Gli assassini ricoverati in psichiatria costruiscono giocattoli e lo Stato ci guadagna”
(http://www.wochenblatt.de/nachrichten/regensburg/regionales/Moerder-bauen-in-der-Psychiatrie-Spielzeug-und-der-Staat-verdient-daran;art1172,278008). L’autore, Christian Eckl, precisa nel sottotitolo, “Lo Stato libero della Baviera guadagna bene con i detenuti in psichiatria che lavorano, da Mainkofen fino a Regensburg, con terapie lavorative. Nella sola clinica di Mainkofen, dove lavorano tra gli altri 15 assassini, si incassano 800.000 euro all’anno”. E prosegue “Lo Stato guadagna bene con i delinquenti rinchiusi nelle cosiddette cliniche penitenziarie. Lo si evince da un’inchiesta del parlamento del Land. Nella sola Regensburg, 16 ditte fanno lavorare delinquenti psichicamente malati: lavori di imbianchino, di ristrutturazione, fabbricazione di mobili, riciclaggio di rifiuti elettrici. E lo Stato ci guadagna, e non poco.

Tutto ciò avviene soltanto per il bene del paziente, afferma il Ministero per gli Affari Sociali, “per la loro partecipazione alla terapia lavorativa i pazienti ricevono anche un compenso. Questa remunerazione è una misura terapeutica”.

Il numero più interessante di contratti si registra nella clinica di Haar [Ndr. il più grande ospedale psichiatrico della Repubblica, già manicomio], dove si lavora per 57 ditte e in quella di Parsberg con 39 ditte. La clinica di Straubling invece detiene il record per numero di assassini occupati: 65. Per quante ditte lavorino questi detenuti, precisa l’autore dell’articolo, non ci è dato sapere: documenti e atti sono tutti in mano alla Procura competente a seguito dell’indagine in corso guarda caso proprio contro il marito dell’ex Ministro per gli Affari Sociali, Christine Haderthauer. Ed è infatti a Straubling che si è registrato il guadagno più ingente. Non certo per caso.

E dunque? Mal comune mezzo gaudio? No, lo sfruttamento e la corruzione sono crimini e come tali vanno combattuti, ma farci additare, sbeffeggiare e, peggio ancora, farci dare lezioni dal Paese che per anni ha imbrogliato sul numero effettivo degli abitanti (per aver più deputati al Parlamento europeo), che non conosce la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), che fornisce dati ingannevoli sulla sua disoccupazione, che non rispetta le Convenzioni e i Regolamenti che ha firmato (per la Germania le sentenze della Corte di Strasburgo non sono vincolanti, ma semplici consigli giuridici da sottomettere alla sua Corte costituzionale), che favorisce il proliferare di associazioni apparentemente senza scopo di lucro, in realtà fondate per abbattere la concorrenza con processi basati sulla delazione, da questo Paese riteniamo di non dover prendere lezioni e gradiremmo che anche la maggior parte dei media italiani smettesse di presentarci l’eldorado tedesco che esiste solo e soltanto nel nostro immaginario collettivo.

Marinella Colombo

Giornalista della European Press Federation

Fonte: http://ilpattosociale.it/news/3111/Gli-assassini-ricoverati-in-psichiatria-costruiscono-giocattoli-e-lo-Stato-ci-guadagna.html
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Non solo lingua: l’assimilazione forzata in Germania


«Era il 2004, mio figlio aveva due anni e frequentava l’asilo nido. Un giorno sono stata convocata dalla direttrice: “Suo figlio ha quasi due anni e ancora non parla, sicuramente perché lei gli parla in italiano”, si lamentava. “Dovrebbe comunicare solo in tedesco con lui”, mi suggeriva in modo perentorio, anche se eravamo in ottimi rapporti, essendo io la presidente del comitato genitori». Marinella Colombo, italiana con un passato di mamma, moglie e professionista in Germania, non è rimasta per nulla stupita di fronte alla proposta avanzata la scorsa settimana dall’Unione Cristiano Sociale (Csu), partito alleato alla Cdu di Angela Merkel. «Le persone che vogliono restare qui (in Baviera, ndr) in modo permanente dovrebbero essere obbligate a parlare tedesco in pubblico e in famiglia», si leggeva sul paper diffuso dal partito di Horst Seehofer, governatore della Baviera e leader della Csu. Niente che lei già non sapesse, appunto. Perché in Germania con gli immigrati ci si è sempre comportati nello stesso modo: «Non interessa l’integrazione, ma solo l’assimilazione», spiega Marinella. Perdere, cioè, la propria cultura per assumere quella dominante. Nonostante questo possa provocare danni ai bambini stessi.

Laureata in lingue (ne parla perfettamente cinque), un master in Protezione, diritti e tutela dei minori, mamma di due bambini ed ex moglie di un cittadino tedesco, la sua vicenda è stata al centro delle cronache di qualche anno fa, quando la sua causa di separazione è stata complicata dall’intervento dello Jugendamt, l’istituzione che in Germania agisce d’ufficio in tutti i procedimenti che coinvolgono minori (La vicenda è raccolta nel libro autobiografico Non vi lascerò soli, Rizzoli 2012). Da quel momento Marinella si è impegnata in una lotta volta non solo a riavere i propri figli (che non vede da quattro anni), per tornare a far parte della loro vita e rustabilire i loro diritti fondamentali, ma anche per salvare altri bambini dal sistema tedesco che attraverso i tribunali, la scuola e le amministrazioni discrimina sistematicamente – ci dice – anche nell’ambito scolastico, i figli dei migranti. Marinella cita il relatore ONU Vernor Muñoz che già nel 2007 denunciava la scuola tedesca come principale strumento di discriminazione e ghettizzazione dei bambini di origine straniera.

“Quello sulla scuola è un capitolo molto ampio, nel quale troviamo il carcere per i genitori che non mandano i figli alle lezioni che introducono alla vita sessuale, il carcere per i genitori che scelgono la scuola parentale, ma anche tanti altri dettagli sintomatici. Lo Stato, ad esempio, sottopone il bambino di cinque anni a un test per sapere se sarà maturo l’anno successivo, quando dovrà iniziare la scuola. E guarda caso, anche qui, riescono a dire a due genitori napoletani che il bambino ha bisogno del logopedista perché non sa pronunciare il suono della “sc”. Le pare possibile che un figlio di napoletani non sappia pronunciare la “sc” che in napoletano viene utilizzata anche quando l’italiano non la prevede?”.

Ma non solo. Il figlio di un migrante rischia di accumulare ritardi, e guadagnare l’esclusione da un certo tipo di formazione e professione (quindi di salario e di classe sociale) anche poco più tardi, in quarta elementare, quando viene sottoposto a un nuovo test. «In quarta, ultima classe delle elementari, viene calcolata la media matematica tra i voti che un alunno ha in queste tre materie: tedesco, matematica e HSU (Heimat- und Sachkunde, materia per la quale si studia tra l’altro la flora e la fauna del territorio). Sia scritto che orale. In base al risultato, lo Stato decide a quale scuola superiore l’allievo avrà accesso. Quelli con punteggio migliore andranno al Gymnasium, che consente l’accesso a tutte le università. Quelli con voti medi andranno nelle scuole tecniche (Realschule), che permettono l’accesso solo a un ristretto numero di facoltà, mentre gli altri bambini sono destinati alle scuole professionali (Hauptschule). A dieci anni si decide dunque il destino di una persona, senza che la famiglia possa opporsi». Suo figlio maggiore, racconta, nato in Germani e da padre tedesco, è stato messo, fin dalla prima elementare, in una classe per stranieri, anche se erano tutti bambini nati in Germania. «Lui è l’unico che è riuscito ad accedere al Gymnasium».

Finché sono stata sposata senza figli, continua Marinella, in Germania non ho avuto nessun problema. Parlavo perfettamente il tedesco, facevo ogni sforzo per adattarmi e integrarmi, inoltre non mi riconoscevano come italiana per via del mio aspetto che non coincide con il loro stereotipo del tipo mediterraneo”. I problemi sono arrivati alla nascita di Leonardo e Nicolò. «Se uscivo con i miei bambini e mi rivolgevo loro in italiano, lo sguardo della gente cambiava. Succedeva al supermercato, a scuola con le mamme degli altri bimbi ed ogniqualvolta qualcuno ci sentisse». Nella perizia sull’idoneità genitoriale cui è stata sottoposta dallo Jugendamt, Marinella ha letto: «La signora parla italiano con i suoi bambini». «Nessun commento di disprezzo, anzi, mi hanno considerata il solo genitore idoneo, ma allora mi sorprese che la cosa fosse per loro tanto rilevante».

Il modello tedesco è per Marinella Colombo del tutto disinteressato alla volontà di integrare culture diverse. Anzi. «Riconosce le differenze solo per screditarle e punta solo all’assimilazione nella cultura tedesca». È così da sempre e la proposta della Csu è solo «mettere nero su bianco questa opinione».
In un articolo pubblicato ieri, Marinella afferma: «Queste affermazioni sono emblematiche della manipolazione e della distorsione che in terra germanica si riesce a fare di ogni principio. Si parte dalla vera e incontestabile affermazione che l’integrazione passi per la lingua, per arrivare a imporre quanto di più assurdo e inumano si possa pensare, la cancellazione della lingua madre, la lingua dei sentimenti e delle proprie radici. Un uomo senza radici è un uomo senza identità. È un uomo che mai potrà integrarsi, ma verrà facilmente assimilato».

Il livello di immigrazione in Germania è in crescita soprattutto per i nuovi arrivi dall’Est Europa: Polonia Romania, Bulgaria. Gli stessi migranti che oltre Manica hanno fatto promettere al premier conservatore James Cameron di bloccare o comunque ridurre l’accesso per i migranti comunitari ai sussidi pubblici britannici.
E che forse ora, la presenza (in Germania come in Gran Bretagna e in molti altri Paesi europei) di nuovi e aggressivi partiti popolusti, che nella lotta all’immigrazione hanno un punto programmatico chiave. In Germania, in particolare, è presente Alternative fur Deutchland, partito politico tedesco euroscettico fondato nel febbraio del 2013 da Bernd Lucke.
Secondo alcuni dati diffusi dal Wall Street Journal, la principale comunità di migranti è costituita dai Turchi, famiglie arrivate per lo più negli anni Sessanta. Ma sono in crescita anche i rifugiati in fuga dalle guerre del Medio Oriente, Siria e Iraq.  In tutto, 4 milioni di Musulmani. Tanto che secondo recenti sondaggi, il 27 % dei tedeschi afferma che i musulmani sono più aggressivi degli altri cittadini. Il 2o% ritiene che i musulmani non possano avanzare proposte concernenti la sfera pubblica, e il 42% vorrebbe limitare la costruzione di moschee. Ad indebolire la cultura turca ci pensa la legge; ogni anno, denuncia il governo turco, vengono tolti ai genitori turchi residenti in Germania, quattromila bambini che vengono dati in affido a famiglie tedesche.

Dentro ogni lingua c’è un mondo, e negare da un giorno all’altro la lingua dei propri genitori, spiega Marinella Colombo, «è negare l’intero mondo degli affetti, è mettere il bambino in una sensazione di incertezza, confusione e crisi di identità».





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La direttiva della CSU tedesca sulle lingue

Ordine per gli immigrati di usare la lingua tedesca anche a casa!

Il Bayerischer Rundfunk ha pubblicato il 7 dicembre 2014 un articolo dal titolo “La CSU [ndr. Christlich-Soziale Union in Bayern, il partito gemello del partito di Angela Merkel, la CDU, Christlich Demokratische Union Deutschlands] appoggia le direttive linguistiche - Nonostante le forti critiche la CSU è ferma sulle controverse direttive linguistiche per gli immigrati: gli immigrati devono parlare tedesco non solo nei luoghi pubblici, ma anche a casa, in famiglia! Il segretario generale della CSU non vede alcun motivo per rinunciare alla pretesa che gli immigrati parlino tedesco anche in famiglia”.

L’articolo procede con le dichiarazioni di altri politici. “L’approvazione arriva dal Presidente della Commissione interna del Bundestag, Wolfang Bosbach che dichiara al giornale Bild am Sonntag: Le conoscenze linguistiche sono importantissime per avere buone possibilità di integrazione. Perciò è importante che si parli in tedesco con i bambini anche a casa”.

Queste affermazioni sono emblematiche della manipolazione e della distorsione che in terra germanica si riesce a fare di ogni principio. Si parte dalla vera e incontestabile affermazione che l’integrazione passi per la lingua, per arrivare a imporre quanto di più assurdo e inumano si possa pensare, la cancellazione della lingua madre, la lingua dei sentimenti e delle proprie radici. Un uomo senza radici è un uomo senza identità; è un uomo che mai potrà integrarsi, ma verrà facilmente assimilato. La Germania, in preoccupante calo demografico dal secondo dopoguerra, si impossessa sistematicamente - dalla riunificazione, cioè dal momento del ritiro delle istanze di controllo - dei bambini stranieri e binazionali. E li assimila. Ne fa dei tedeschi. Lo fa dagli anni 90 e ora, come tristemente in altri ambiti, motiva, giustifica e legalizza ciò che è già in essere.

Inoltre, ciò che non ci dicono, ma che ogni linguista potrà confermare, è che parlare con i propri figli una lingua che non si padroneggia e soprattutto che non è la madrelingua, cioè quella che si è usata nella comunicazione familiare fino al giorno prima dell’ingresso in Germania, porta a conseguenze devastanti per i bambini, sia sul piano scolastico che psichico. E’ come se i genitori erigessero un muro tra sé e i propri figli. Inoltre, gli inevitabili errori grammaticali dei genitori verranno trasmessi ai figli che, una volta iniziata la scuola, avranno grossi problemi di rendimento e integrazione.
Questo però è voluto, questo è l’obbiettivo a cui si punta quando si vuole mantenere una società a classi sociali ben divise e distanti: i figli degli immigrati non continueranno le scuole, ma andranno ad ingrossare le fila dei manovali non specializzati e sottopagati. Questa non è un’affermazione personale, ma del relatore ONU Vernor Muñoz sulle scuole tedesche e senz’altro da me condivisa.

Le critiche riportate dall’articolo, sia interne che dell’opposizione, non attaccano la proposta nel merito, ma solo nella difficoltà del controllo, “Quale guardiano dovrebbe controllare?” (Volker Beck, portavoce dei Verdi), “Adesso mettiamo videocamere nelle cucine?” (Martin Neumeyer, deputato CSU del Landtag) e confermano così l’affermazione precedente su manipolazione e distorsione che avviene in tutti gli ambiti.
Quando si sarà trovato il modo di installare le videocamere in ogni salotto o cucina, tutto sarà perfettamente legale, anzi deutsch-legal.

Marinella Colombo
Giornalista della European Press Federation
9 dicembre 2014

Articoli citati:











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Maternità surrogata in Germania, doppio linguaggio.



Con una sentenza emanata il 10 dicembre 2014, la Corte federale di giustizia tedesca (Bundesgerichtshof, BGH) ha riconosciuto «due papà» ad un bambino nato da utero in affitto.

La coppia omosessuale di Berlino aveva stipulato, con una madre surrogata americana nell'agosto del 2010, un contratto che ha prodotto nel maggio del 2011 la nascita, in California, di un bimbo concepito per mezzo di una donazione di ovuli fecondati in vitro con i gameti di uno dei due uomini della coppia.

Il padre biologico ha riconosciuto il neonato al Consolato tedesco di San Francisco e un tribunale californiano ha inscritto i due uomini come genitori del bambino nell'atto di nascita. Rientrato a Berlino dopo la nascita, il bambino vive da allora con i due uomini.

La coppia ha da subito intentato, presso le autorità competenti, il riconoscimento del secondo uomo come secondo genitore legale del bambino, attraverso la trascrizione dell'atto di nascita degli Stati Uniti nel registro delle nascite dello stato civile tedesco, ma invano perché in Germania la maternità surrogata e la donazione di ovuli non sono permesse. Per di più, per il diritto tedesco, è la puerpera che dovrebbe essere considerata il genitore legale del bambino.

Inaspettatamente, la Corte federale di giustizia ha accolto la loro domanda, in spregio alle leggi nazionali che vietano la GPA (gestazione per conto di altri). Molteplici gli argomenti che hanno motivato tale decisione.

Innanzi tutto, la madre surrogata non essendo stata riconosciuta come genitore legale nel paese di nascita, non poteva esserlo in Germania. La madre surrogata non ha alcun legame genetico con il bambino. Solo uno dei due uomini è il padre biologico.

La BGH (pag.17, § 42) precisa che il diritto del bambino al rispetto della sua vita privata (quale definito all'art. 8.1 della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo) costituisce uno dei fondamenti dello status di genitori.

Infine, la BGH ha richiamato la sentenza Mennesson della Corte europea dei Diritti dell'Uomo del 26 giugno 2014 che sollecita lo Stato francese ad attribuire lo stato civile ai bambini nati all'estero da madre surrogata, precisando inoltre che tale diritto al rispetto implica per il bambino la possibilità di creare un legame genitore-figlio, relazione che fa parte dell'identità del bambino.

La BGH ha dunque affermato che la decisione adottata dal tribunale della California di attribuire la «paternità» legale ai due uomini non può essere rimessa in causa da un tribunale straniero ed ha dunque concluso che i due uomini sono i due genitori legali del bambino, ciò che costituisce «una novità assoluta» in Germania.

La Germania entra, al seguito della Francia, in tale situazione paradossale di doppio linguaggio che da un lato proibisce una pratica contraria alla dignità umana, dall'altro ne convalida gli effetti, approvandone l'esecuzione all'estero.

La Germania va anche molto più lontano: accordare la nazionalità è una cosa, anche se ciò fa venir meno il profilo dissuasivo del ricorso alla GPA (gestazione per conto di altri); altra cosa è attribuire la «paternità» legale a due uomini che costituisce grave violazione dei diritti del bambino, poiché tale decisione conduce alla totale negazione della maternità. Infatti, una legge che non è più dissuasiva, non è più neanche protettrice.






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L’educazione di Stato e lo JUGENDAMT: 
organizzato da Himmler, poi braccio esecutivo della Stasi e 
più che mai attivo oggi, nella Germania riunificata.


Le vite rubate: nella DDR decine di bambini furono sottratti ai propri genitori per crescere in famiglie idonee ai canoni dello Stato



20/01/15

Katrin e Andreas hanno una storia simile alle spalle, dolorosa quanto assurda ma legittimata, se così si può dire, dal contesto dal quale proviene: gli anni bui della DDR. Allora la Stasi controllava le vite di tutti e così ‘scoprì’ che la mamma di Katrin non sarebbe stata idonea a svolgere il suo ruolo e Andreas non sarebbe stato il padre giusto per suo figlio. Motivo? Aver espresso il desiderio di voler lasciare la Germania Est. Meglio allora se i bambini fossero stati allevati da genitori leali alla DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. Sono tantissime le storie simili a quelle di Andreas e Katrin, non è dato sapere quante, oggi forse c’è chi cerca di far dimenticare quel passato di omologazione delle coscienze o addirittura negarlo. E chi, invece, vuole riportarle alla luce, con tutto il rispetto per tanto dolore. Sul numero del 23 dicembre 2013 di Focus, un settimanale tedesco, il giornalista Alexander Wendt racconta e denuncia le due storie. Katrine Behr ha addirittura pubblicato la sua vicenda in un romanzo struggente. Essere figli dello Stato, pensare e vivere per lo Stato era il diktat della DDR che, in modo più celato ma identico, si riverbera ancora oggi nella moderna Germania unita in cui lo stesso “Jugendamt” di allora sottrae i bimbi dei genitori non sufficientemente obbedienti. Oggi poi, se i bambini sono stranieri o binazionali, vengono dati a famiglie tedesche o affidati al solo genitore tedesco, perché prima che dei propri genitori i piccoli sono figli della Germania. Pubblicare l’articolo di Alexander Wendt, tradotto dalla dottoressa Rosa Perrone, è un modo per non dimenticare e tenere sempre più viva l’attenzione sulle vicende attuali che questa rubrica racconta periodicamente, contribuendo così a anche rendere più comprensibili i motivi delle scelte sulla collocazione dei bambini attuate tutt’oggi dalle amministrazioni tedesche.

La vita rubata - Articolo di Focus pubblicato da Alexander Wendt (23.12. 2013)
Andreas Laake custodisce un piccolo tesoro: una mezza dozzina di foto che lo ritraggono con un ragazzo in un soleggiato giorno di ottobre in un piccolo parco vicino alla stazione di Lipsia. Il ragazzo supera quasi di una testa Andreas Laake, sorride e cinge con il braccio le sue spalle. Laake appare quasi impacciato; questo momento é troppo importante per lui. Le immagini immortalano un momento della sua vita che lui aspettava da 29 anni! Esse mostrano il primo incontro con suo figlio. Nessuno può sapere quanti tedeschi dell’est abbiano avuto esperienze simile a quella di Andreas Laake. Un legame accomuna tutte queste esperienze: in un momento qualunque della loro esistenza un ufficiale della D.D.R. strappò loro i loro figli contro la loro volontà e non seppero mai dove e come i loro figli sarebbero diventati adulti. Di tante storie non rimane più niente o se ne sono perse le tracce. Ma quando persone come Anderas Laake o Katrin Behr raccontano la loro storia, allora ritorna improvviso l’odore degli atti polverosi che affollavano le stanze degli uffici dell’epoca, con il quadro Honeker alle pareti, e si ammassavano sulle scrivanie di quel tempo. L’odore della burocrazia e della paura. Katrin Behr non dovette andar troppo lontano per respirare quest’atmosfera. Solo un paio di scale più giù. Il suo ufficio si trova due piani più su dell’antico ufficio nel quale il Ministro per la Sicurezza, Erich Mielke, risiedeva. Nel suo ufficio, situato nella sede dell’allora Stasi-Centrale della Berlin-Lichtenberg, Katrin Behr ha avuto modo di avere tra le mani gli atti delle vittime delle separazioni forzate tra genitori e figli durante gli anni della D.D.R. Un computer ed un paio di faldoni, tanto doveva bastare per i 1433 casi di denunce di ricerche di genitori e di figli ormai diventati grandi. Un risultato felice come quello di Andreas Laake riguarda appena 422 casi. Chi pensa che a 23 anni dalla caduta del muro le ferite si siano rimarginate, può venire in queste celle della vecchia prigione della Stasi per convincersi del contrario. “All’inizio – racconta la Behr – sapevo a memoria ogni singola richiesta di ricerca; ora é impossibile, sono troppe!”. Quello che soprattutto l’aiuta é la sua stessa esperienza personale. Una mattina di febbraio del 1972 i poliziotti della Stasi piombarono nella sua casa e portarono via sua madre. Abitavano a Gera e lei aveva appena 4 anni. “Ti prometto che stasera saremo di nuovo a casa” - le aveva detto la madre. Ci vollero 19 anni per rivederla. “Ogni caso é diverso dall’altro”, dice la Behr. Gli agenti della Stasi nella DDR privavano i genitori fuggischi del loro diritto di educare i loro figli, come nel caso di Andreas Laake. Ma anche giovani madri potevano restare impigliate nelle maglie oscure della burocrazia. I funzionari della DDR parlavano di “uomini nostri” e di “contratti per l’educazione da parte dello Stato”. E la pensavano così. Quello che era successo alla mamma di Katrin si può riassumere in questo modo: aveva due figli ed era una donna sola. Di sicuro non sarebbe potuta andare al lavoro se uno dei suoi figli si fosse ammalato. Inoltre una volta aveva detto che sarebbe andata volentieri nell’ovest. Tanto bastò per condannarla per “messa in pericolo dell’ordine stabilito per comportamento asociale”, sbatterla in prigione e portarle via i bambini, che furono rinchiusi in una casa-famiglia. Fintanto che il fratello restò nella ‘casa-famiglia’, per lei a Gera era impossibile essere data in adozione. Negli atti si recita: “per volontà della madre”. La nuova madre di Katrin, una segretaria del partito, si fece carico del contratto, ossia di “educare” la bambina secondo le prospettive volute dallo Stato. Il modello era conforme a tanti altri casi di adozioni forzate. Gli addetti agli uffici preposti sceglievano coppie affidatarie, che risultavano “idonee” ai canoni imposti dallo Stato. Anche Andreas Laake fu messo in prigione quando il tribunale gli prese il figlio. Questo accadde a Lipsia e la sua unica colpa era quella di aver manifestato il desiderio di andare nell’ovest. Con la compagna ancora incinta aveva tentato di attraversare in barca il mare nel 1984 e raggiungere le coste di Lubecca. Mancavano appena due chilometri di mare quando la guardia costiera della DDR si avvide della piccola imbarcazione che navigava verso ovest. Lui si assunse tutta la responsabilità, non voleva che la anche sua compagna ne pagasse le conseguenze. La Stasi lasciò lei libera, ma mise lui in prigione per 4 anni e 6 mesi. La donna però interruppe ogni contatto con lui. Se costretta o per sua scelta, lui non lo ha mai saputo. Non solo interruppe ogni contatto con lui, ma diede poi il loro figlio in adozione. In prigione gli recapitarono una foto del neonato che la donna gli aveva mandato: un bimbo con un tubo di plastica nel naso. “Era nato prematuro”, dice Laake. Sulla foto un nome: Marko. Nient’altro. La madre di Andreas avrebbe volentieri accudito al nipote. Ma, secondo la volontà degli addetti alla sicurezza e all’educazione dei bambini, la mamma di un “traditore” non era la persona adatta. Il bambino fu messo in una “casa-famiglia” prima e dato poi in adozione ad una famiglia leale alla DDR. Negli anni che trascorse in prigione Andreas pensava spesso al momento in cui avrebbe potuto raccontare a suo figlio quello che era successo, ma soprattutto che lui non l’avrebbe mai dato via. Dopo la caduta del muro pensò che finalmente niente e nessuno lo avrebbe fermato nella ricerca del figlio. Ma si accorse subito che si sbagliava. Lo “Jugendamt” di Lipsia gli negò, pur nel nuovo Stato, ogni informazione sul luogo di dimora di suo figlio. Inoltre l’addetta allo “Jugendamt” gli notificò di essere sempre lei medesima la persona incaricata, sin dai tempi della DDR. Cioè lei aveva rappresentato lo “Jugendamt” nei tempi della Stasi e sempre lei era ora l’incaricata ufficiale dello “Jugendamt” dopo la ‘caduta’ del muro. Lei gli aveva negato il diritto di educare il figlio negli anni ’80 e ora glielo negava negli anni ’90. “I bambini che furono tolti ai loro genitori hanno solo la possibilità di avere più facilmente notizie sui loro genitori”, dice Katrin. “I genitori però non hanno alcun diritto di avere notizie dei loro figli”. Questa prassi vale ancora oggi.


Raffaella Bisceglia

Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/3164/-ACHTUNG-binational-BABIES-L%E2%80%99educazione-di-Stato-lo-JUGENDAMT-prima-organizzato-da-Himmler-poi-braccio-esecutivo-della-Stasi-e-pi%C3%B9-che-mai-attivo-oggi-nella-Germania-riunificata.html




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Masturbazione e gioco del dottore per bambini dai 4 anni

Un altro diktat tedesco che arriva in Italia dissimulato da istanze europee e mondiali


Questa è la prima pagina dell’opuscolo intitolato “Standard per l’Educazione Sessuale in Europa” dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA”. E’ noto che OMS è l’acronimo di Organizzazione Mondiale per la Sanità, mentre sotto a BZgA si legge “Federal Centre for Health Education”, ma è evidente che BZgA non può esserne l’acronimo. Ma allora cos’è questo Centro Federale? Non esiste né una federazione europea né tanto meno una italiana. E’ dunque il Centro di quale Federazione? A voler pensar male, sembrerebbe quasi che questo anonimato, questa vaghezza dell’informazione sia voluta, mentre è fondamentale sapere da dove vengono queste direttive, proprio per l’importanza del tema che sta cambiando e cambierà radicalmente le nostre vite e quelle dei nostri figli, determinerà cioè il tipo di società nella quale ci troveremo a vivere.
Allora è fondamentale sapere che BZaG è l’acronimo di “Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung” un organo di Stato tedesco. Se poi controlliamo sul sito di questo Centro Federale tedesco (ecco a quale Federazione si fa riferimento!), vediamo che in effetti ha sede a Colonia, è diviso in cinque reparti e uno di questi si occupa specificatamente di pianificazione familiare. Ma leggiamo anche che questo Centro Federale fa parte a tutti gli effetti del Ministero della Salute tedesco (BMG) che – continuiamo a leggere – “in ottemperanza alla Legge fondamentale (tedesca) [ndr: La Germania non ha una costituzione, ma solo questa Legge fondamentale che funge da costituzione provvisoria], il Ministero della Salute (BMG) si occupa degli incarichi amministrativi nell’ambito della politica sanitaria”[1]. E dunque mi chiedo e vi chiedo: siamo sicuri che la politica sanitaria tedesca sia conforme alla nostra visione della salute, e soprattutto, chi di noi Italiani ha eletto i membri del governo e dunque del ministero tedesco per autorizzarli ad imporre a noi le loro politiche? A quale titolo ci insegnano come comportarci e come educare i nostri figli?
Oltre a pensare che loro sono più organizzati e più “bravi” ed è quindi per questo che ci fanno da maestri, scorrendo sempre lo stesso sito, quello del BZgA (www.bzga.de), scopriamo che vari istituti di ricerca legati a doppio filo alle case farmaceutiche tedesche fanno parte della “sfera di attività”  (Geschäftsbereich) del Ministero tedesco per la Salute, quali ad esempio il “Bundesinstitut für Arzneimittel und Medizinprodukte (BfArM)”, cioè l’Istituto federale (ovvero dello Stato tedesco) per i medicinali e i prodotti medici, la cui finalità –leggiamo – è di “assicurare a tutti i cittadini e le cittadine [ndr. tedeschi?] un approvvigionamento rapido e ininterrotto di medicinali e prodotti medici efficaci”[2]. Potrebbe allora essere che gli interessi in gioco siano di tipo finanziario?
Continuiamo a verificare quali altri istituti/imprese tedesche fanno parte della “sfera di attività” del Ministero tedesco per la Salute e che con esso collaborano; forse sarebbe più veloce elencare chi non ne fa parte. Tra i partner troviamo infatti: la Clinica Universitaria di Amburgo (Kooperation zwischen der Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung (BZgA) und dem Universitätsklinikum Hamburg Eppendorf (UKE)), altre istituzioni tedesche come l’Unione Federale e regionale dei Medici, delle Casse Mutua e delle Associazioni caritatevoli (Verbundprojekt von Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung (BZgA), Bundes- und Landesvereinigungen für Gesundheit, Krankenkassen und Ärzten, Wohlfahrtsverbänden und weiteren Partnerorganisationen), la Società tedesca di Ginecologia psicosomatica e natalità (Deutsche Gesellschaft für Psychosomatische Frauenheilkunde und Geburtshilfe e.V. (DGPFG e.V.), così come anche Istituti tedeschi attivi negli ambiti più disparati: Deutsche AIDS-Hilfe (DAH), Deutsche AIDS-Stiftung (DAS), Deutsche STI-Gesellschaft (DSTIG), Deutsche Gesellschaft für Ernährung (DGE), Deutsche Hauptstelle für Suchtfragen e.V. (DHS), Bundesvereinigung Prävention und Gesundheitsförderung e.V.
A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare, il Centro federale tedesco ha solo collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, essendo forse l’unico, tra tutti quelli europei, che ha voluto apportare il suo contributo. Errato.
L’opuscolo che ci fanno passare come redatto dall’OMS insieme al BZgA, è invece stato redatto interamente dal solo centro federale tedesco, come ci rivelano gli autori stessi, forse in un momento di autocompiacimento. Ecco l’immagine dell’impressum di detto opuscolo


Redazione, progetto grafico, impaginazione, stampa e persino la distribuzione della versione inglese, tutto rigorosamente Made in Germany! 




[1] Die Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung gehört zum Geschäftsbereich des Bundesministerium für Gesundheit (BMG). Das BMG führt im Rahmen des Grundgesetzes die gesetzgeberischen und verwaltungsmäßigen Aufgaben auf dem Gebiet der Gesundheitspolitik durch.

[2] Ziel des Bundesinstituts für Arzneimittel und Medizinprodukte ist die Gesundheit aller Bürgerinnen und Bürger durch eine schnelle und lückenlose Versorgung mit sicheren, wirksamen Arzneimitteln und Medizinprodukten.

Sul perché i bambini debbano imparare all’asilo a masturbarsi, lo analizzeremo nel prossimo articolo, per ora fermiamoci a fare due conti e riflettere su quanto questa normativa e le conseguenze che ne deriveranno (compresi i finanziamenti europei, cioè quelli che paga anche e ampiamente il contribuente italiano) farà entrare nelle casse del governo tedesco.


Corpo, amore, gioco del dottore. 1-3 anni


Corpo, amore, gioco del dottore. 4-6 anni

Marinella Colombo

Giornalista membro della European Press Federation









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E’ una bambina tedesca! 

Das ist ein deutsches Kind!“ precisa l’impiegata dello Jugendamt a proposito di una bambina ebrea, di padre israeliano e madre ucraina 

Giovane, sportivo, professionalmente preparato, è arrivato in Germania partendo da Israele, con l’entusiasmo e la positività di chi guarda avanti, di chi è convinto che l’Europa di oggi non sia più quella dell’inizio del secolo scorso e che, allo stesso modo, la Germania sia solo uno dei tanti paesi dell’Unione che sempre più si sviluppa come incontro di popoli e di culture. Lei è nata in Ucraina e dopo gli studi informatici si è trasferita nel paese nel quale intendeva realizzarsi come persona e come professionista. Ha anche preso la cittadinanza tedesca. Ma mentre la carriera procedeva come sperato, si faceva più profondo il sentimento di maternità mancata e più la fine biologica di questa fase della vita si avvicinava, più cresceva il desiderio di un figlio.

Poi i due si sono incontrati. O meglio il desiderio di lui, di famiglia, tranquillità e armonia ha incontrato il desiderio di lei di diventare madre. 
Tragico malinteso, il malinteso che ti cambia e stravolge la vita. Infatti appena lei scopre di essere incinta, allontana da sé per sempre il padre di quella figlia non ancora nata. Lo chiama solo per pretendere “informazioni sulla situazione genetica” della famiglia di lui, con la freddezza di chi ha appena comperato una macchina e vuole sapere dove potrà procurarsi eventuali pezzi di ricambio. Nasce la bambina, una bambina ucraino-israeliana che riceverà tutta la protezione delle autorità tedesche affinché cresca nel migliore dei mondi possibili: in Germania.
Per questo, anche il giorno del parto, il padre viene tenuto lontano e non gli si permette di vedere la bambina neppure per un attimo, né quel giorno, né in quelli seguenti. Non ha nessuna colpa e non viene accusato di nulla, semplicemente non serve più. I genitori non sono sposati e pertanto, se la madre non vuole che la bambina conosca suo padre, può farlo senza doversi giustificare. Viene naturale chiedersi, “ma in Germania la bigenitorialità non esiste? Ma la Germania non ha firmato tutte le possibili convenzioni e dichiarazioni sui diritti dei minori?” 
Sì, lo ha fatto, ma in Germania, al posto del cosiddetto genitore biologico, c’è lo Jugendamt. E’ infatti lo Jugendamt che anticipa al genitore tedesco gli alimenti, anche per anni, salvo poi rivalersi, nella sua qualità di Stato tedesco, nei confronti del genitore “cancellato”. Lei ha infatti preso la cittadinanza tedesca, ha deciso di passare in Germania il resto della sua vita, lui no. Lui forse potrebbe insegnare l’ebraico alla bambina, potrebbe parlarle della famiglia che abita in Israele, potrebbe addirittura pensare di portarla in quel “paese pericoloso”. E lo Jugendamt, che racconta al mondo di agire con il solo fine di tutelare i bambini, lo sta appunto facendo, nel suo modo tutto particolare, il modo deutsch-legal.

Non sappiamo cosa verrà detto alla bambina per spiegare la totale assenza del padre nella sua vita, sappiamo però che lui, il padre che ha iniziato ad amare questa creatura nel momento stesso in cui ha saputo della sua esistenza, si è sentito derubato di una parte di sé, ferito in uno dei sentimenti più profondi, usato e gettato via, violentato. Sappiamo che negli anni ha parlato con la madre per tentare di portarla a riflettere, le ha scritto e ha interpellato lo Jugendamt (http://jugendamt0.blogspot.it/2012/12/lo-jugendamt-tedesco-da-dove-viene-e.html ) e si è rivolto al tribunale. Ha speso decine di migliaia di euro per tentare di adempiere al suo diritto-dovere, quello di padre e di genitore. Tutti i tribunali tedeschi, fino alla suprema corte, hanno rigettato i suoi ricorsi: ha riconosciuto la bambina, ma non è sposato, quindi per la legge non c’è violazione ravvisabile. Tutto a posto, tutto nella legalità. Ma quale? E’ questa la legalità del paese che si vuole motore d’Europa? E’ questo il rispetto dei diritti fondamentali e di quello dei minori? E’ a questo che servono regolamenti, convenzioni e trattati internazionali?
In tutti questi anni di tentativi - oltre cinque ormai –volti a incontrare la propria figlia, l’esperienza più devastante è stato il contatto con lo Jugendamt e le associazioni satellite ad esso correlate, come ad esempio il Kinderschutzbund. Questi enti sono interessati a prender tempo, per poter poi dire “Lei è un estraneo per sua figlia, non c’è posto per Lei nella vita della bambina, disturberebbe la sua quotidianità e il suo equilibrio, sarebbe una violenza”. 
E così si “passano” questo genitore-non-tedesco, ossia il genitore-senza-diritti, da un impiegato all’altro, da una segretaria a una funzionaria e poi di nuovo daccapo … Molte parole, nessun fatto concreto, solo richieste di denaro. 
Quando fa loro comodo sottolineano di essere l’organo giudicante che può indicare al magistrato quanto sentenziare, che può presentare appello, che siede in tribunale a rappresentare gli interessi tedeschi (tutelati impossessandosi dei bambini soprattutto binazionali), quando invece vogliono guadagnare tempo, si fanno piccoli piccoli, fingono di essere un servizio sociale e di non poter nemmeno interferire nella vita della madre e della bambina, si nascondono dietro ad un improbabile diritto alla privacy. Le argomentazioni del padre si fanno però sempre più oggettive, documentate e
difficilmente opponibili. 
E’ allora con un sorriso ironico, ma anche supponente che l’impiegata finisce per dirgli: “Wussten Sie nicht, Herr […], wie es in Deutschland ist?” che altro non significa se non “non sapeva, Signor […], come funziona in Germania?” 
Come? 
Il genitore non tedesco non ha nessun diritto e lo Stato si frappone tra lui e sua figlia perché, anche questa bambina ucraino-israeliana, per lo Jugendamt è semplicemente “una bambina tedesca!”, che deve pensare e parlare solo tedesco, così come la funzionaria si affretta a precisare nel concludere l’incontro.
16/09/14
Marinella Colombo
Membro della European Press Federation


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Cinque anni di sofferenza per perdere mia figlia
Il meccanismo infernale delle case per donne maltrattate

Via mail mi giunge questo scorcio di tanti, troppi anni di sofferenza, che desidero condividere con i lettori. Ancora una volta non si tratta di violazioni dei diritti verificatesi in situazioni di dittatura o di regimi militari, ma nel cuore dell’Europa, nel paese che troppo spesso gli ignari prendono a modello. 

 “Sono venuta in Germania per una specializzazione post-universitaria e ho conosciuto un tedesco con il quale mi sono sposata e ho avuto una bambina. Una bambina binazionale che avrebbe dovuto crescere bilingue, una piccola europea.
Purtroppo, dopo la nascita della bambina, mio marito ha avuto delle crisi durante le quali gridava e mi picchiava, a volte anche in presenza della bambina. Uno degli episodi al quale ha assistito la piccola è stato anche uno dei più violenti. Sono stati proprio i suoi occhioni sbarrati a far sì che suo padre si fermasse, le ordinasse di andare in camera sua e smettesse di picchiarmi. Per qualche ora. E’ uscito ed al suo rientro sembrava si fosse ravveduto, o per lo meno calmato. Invece, verso sera, in camera da letto, pretendeva che gli dicessi che andava tutto bene e che non era successo niente. Alla mia risposta che non avrei sopportato oltre la sua violenza e che avrei iniziato a gridare in caso di ulteriore aggressione, ha iniziato a gridare lui. E anch’io. Allora mi ha messo le ginocchia sulle spalle, immobilizzandomi. Mi ha dato una sberla, mi ha chiuso il naso e la bocca con le mani, mi stava soffocando. Se ne deve essere reso conto, perché si è spaventato e ha allentato la presa. Poi si è seduto sul bordo del letto e pareva riflettere. Ha preso la mia mano destra, lentamente e la ha guardata a lungo. Poi ha preso le mie dita e le ha piegate all’indietro. Avevo un dolore terribile, ma non osavo gridare. Poi il crack delle ossa. Non ho pianto, ero così terrorizzata che in un primo momento non ho neppure sentito dolore. Lui si è spaventato, penso si sia reso conto di ciò che aveva fatto, ha lasciato la mia mano e ha iniziato a piangere. La mia mano, ormai tutta rossa, ha cominciato a gonfiarsi. Non era la prima volta che mi picchiava, ma quel giorno ho avuto la sensazione che se non lo avessi lasciato mi avrebbe uccisa.
Il giorno dopo ha voluto accompagnarmi all’università, cosa che non aveva mai fatto, ma forse temeva che io andassi dal medico. Non ha considerato il fatto che in università c’era un ambulatorio, dove infatti sono andata, anziché assistere ai corsi. Il medico ha voluto sapere cosa fosse successo ed io sono scoppiata a piangere. Tra i singhiozzi gli ho raccontato tutto. Lui mi ha visitata e ha steso un rapporto menzionante tutti i lividi che avevo sul corpo. Anche le dita della mano, lo ha confermato la radiografia, erano rotte. Era molto preoccupato e con lui i suoi colleghi. Mi hanno tutti consigliato di lasciare mio marito. Ho chiesto consiglio ad una compagna di corso che aveva il padre poliziotto e che mi ha spinta a sporgere querela. Il giorno dopo la polizia è venuta a prendermi, insieme alla mia bambina e mi ha portato in una casa per donne maltrattate. E’ in questo momento che si è messo in moto un meccanismo infernale dal quale non sarei più uscita.
Dal giorno seguente quelle donne facevano pressione su di me affinché mettessi mia figlia sotto la tutela dello Jugendamt [con la scusa di anticipare gli alimenti, lo Jugendamt si fa firmare, soprattutto dalle donne chiuse in queste case create per difenderle, una dichiarazione con la quale aprire la procedura amministrativa della Beistandschaft, far cioè anticipare degli importi, ma soprattutto far cedere dalla madre i diritti sul minore che passano dunque a tutti gli effetti allo Jugendamt!] e mi chiedevano con insistenza il permesso di soggiorno.
Mio marito ha contattato la polizia per denunciare la nostra scomparsa ed è così che è stato informato della querela che avevo sporto contro di lui. Ma lui, tedesco, sapeva bene come muoversi. Ha pagato 450 euro affinché la sua fedina penale restasse limpida e subito dopo ha chiesto il divorzio e la potestà esclusiva sulla bambina. Le impiegate della casa per donne maltrattate mi hanno consigliato un avvocato, ma mi hanno anche imposto incontri settimanali con la psicologa per superare lo shock; anche la bimba doveva seguire una terapia, mentre la mia stessa avvocata organizzava incontri della piccola con il padre. Me ne sono andata da quella casa che mi faceva paura e mi sono rifugiata da amici, ma ormai dovevo rispondere di tutto allo Jugendamt.
In questo periodo, il fatto più devastante è stato senz’altro l’incontro settimanale con la psicologa della casa dalla quale dovevo continuare ad andare. Questa donna, pagata dallo Jugendamt, provava un piacere perverso a destabilizzarmi, a relativizzare ogni mia sofferenza rispetto al mio vissuto di violenza e soprattutto ad impormi il suo punto di vista. Mi stava crollando il mondo addosso, non capivo più cosa mi stava succedendo e tanto meno capivo perché solo io dovevo ricevere un tale trattamento psicologico, mentre il mio ex marito ne era del tutto esente. Questa “terapia” è andata avanti per otto settimane, al termine delle quali ero completamente priva di forze. 
Invece mia figlia era stata obbligata ad andare in visita dal padre. Piangeva e si dibatteva, si avvinghiava a me per non salire in macchina, ma io non potevo aiutarla ed ero obbligata a dargliela.
A questo punto, mentre il procedimento di divorzio era ancora in corso [in Germania non esiste la separazione, dopo un anno di separazione di fatto viene decretato il divorzio, tranne quando il genitore collocatario dei figli è straniero; in questo caso il tribunale tedesco non sentenzia fino a quando non sono state costruite le motivazioni per trasferire il collocamento del minore presso il genitore tedesco!], la giudice ordina una perizia psicologica. Sono stati incaricati due psicologi, due uomini che sono venuti a casa nostra per un mese e mezzo e hanno osservato, ogni volta per un’intera mattinata, l’interazione tra me e mia figlia. Con il mio ex marito hanno parlato in privato una sola volta. La relazione da loro redatta consigliava una terapia per me e visite sempre più ampie per il padre. Anche la giudice, durante l’udienza, mi ha accusata di essermi inventata le violenze e di avere una erronea percezione della realtà. Ha lasciato che la bambina continuasse a vivere con me, ma con enormi limitazioni alla mia libertà. Pochi mesi dopo il mio ex marito ha fatto aprire un nuovo procedimento con il quale richiedeva nuovamente la potestà esclusiva. La giudice ha nuovamente disposto una perizia e ha nominato un “Verfahrenspfleger” [sorta di curatore o tutore che collabora con lo Jugendamt e che viene nominato anche se i genitori hanno la piena potestà], una donna che veniva regolarmente a casa nostra e sgridava mia figlia ogni volta che non rispondeva come lei desiderava. Questo donna ha scritto due relazioni, nella prima consigliava che la bambina andasse a vivere dal padre e nella seconda evidenziava che la bambina stesse psicologicamente molto male, che soffrisse per via del conflitto genitoriale e che dunque la giudice avrebbe dovuto sentenziare al più presto per calmare la situazione.
Nell’udienza fissata e rimandata più volte, l’avvocato del mio ex marito non c’era e la mia è arrivata con grande ritardo. In realtà la presenza dei genitori non è determinante nei tribunali familiari tedeschi; erano presenti lo Jugendamt e questa “Verfahrenspflegerin”, dunque i veri genitori, per la giurisdizione tedesca, della bambina. Sono stata criticata per qualunque cosa, dalla scelta della scuola, a quella dell’appartamento che sarebbe stato troppo piccolo, dal tipo di letti, ecc… La mia avvocata, taceva [fatto raccontato da tutti i genitori non-tedeschi alle prese con la giurisdizione tedesca!]. Pochi giorni dopo, la giudice e la Verfahrenspflegerin hanno ascoltato la bambina, come sempre avviene in Germania, senza registrazione, senza la presenza delle parti, senza uno straccio di prova. Mia figlia, si legge comunque nel riassunto redatto dalla giudice, avrebbe detto di voler continuare a vivere con me e vedere il padre con la cadenza già in atto.
Sono giunte le vacanze estive. La bimba ha passato la seconda metà delle vacanze con il padre e in quel periodo il tribunale ha emesso la sentenza: la piccola vivrà con il padre, andrà in una scuola soltanto tedesca, i genitori hanno l’affido condiviso. La giudice ha però omesso completamente di indicare quando e come la bambina vedrà sua madre. [come sempre quando si tratta di genitori non-tedeschi].
Risultato: cinque anni e mezzo di sofferenze per perdere mia figlia”.

Marinella Colombo

Membro della European Press Federation


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Il rapitore cieco e la lungimiranza dello Jugendamt
Una bambina, due nazionalità e la lingua del mal di testa

La sua compagna tedesca glielo aveva detto, “se non intendi avere un altro figlio con me, vado a farlo con qualcun altro” e così, quando lui torna da un viaggio di lavoro all’estero, lei è scomparsa con la figlioletta. La coppia franco-tedesca viveva in Germania ed era pertanto il giudice familiare tedesco a dover decidere dell’affido. Vari mesi dopo la scomparsa, il giudice fissa finalmente un’udienza ed è proprio in tribunale che A.J. scopre che la sua ormai ex-compagna ha realizzato la sua minaccia, è incinta. Il giudice tedesco non trova nulla di riprovevole nell’atteggiamento di questa madre tedesca ed è invece molto sospettoso nei confronti del padre francese che, in quanto francese, potrebbe rapire la figlia, quella figlia che la madre ha appena rapito in tutta impunità, ma della quale ottiene l’affido e il collocamento. Al padre potrebbero spettare delle visite, ma il giudice dispone invece una perizia psicologica per determinare se concedere o meno questo diritto. Nella sentenza del tribunale leggiamo infatti che il giudice ha seri dubbi sulle capacità genitoriali di questo papà perché ritiene che esse siano notevolmente limitate dalla sua disabilità: è cieco. E’ cieco e questo dovrebbe essere il motivo per cui si mette in discussione la possibilità di continuare ad incontrare sua figlia. Ciò che invece non è in discussione è il fatto che egli debba iniziare subito a pagare gli alimenti, in attesa della nuova decisione del giudice e della perizia che dovrà pagare per sapere se davvero la cecità limita le sue capacità genitoriali.
Ma ben più veloce del perito è lo Jugendamt. Un funzionario comunica al giudice di aver ricevuto una telefonata anonima che lo avvertiva che il signor A.J. avrebbe intenzione di rapire sua figlia. Senza valutare le prove – forse perché non ci sono – né interpellare il signor A.J., il giudice emette immediatamente un decreto urgente e provvisorio (e dunque non suscettibile di appello): nessun incontro tra la bambina e il padre fino a data da stabilirsi.
Dopo quasi un anno e dopo aver cambiato quattro avvocati, A.J. riesce ad ottenere il permesso di incontrare la figlia in Germania, sotto sorveglianza. Poiché ormai è tornato a vivere nel suo paese, in Francia, dovrà farsi un viaggio di mezza giornata per incontrare la bambina per tre ore. La piccola, che cresce ormai in un ambiente solo tedesco, gli spiega, con i suoi quattro anni, che la sua sola lingua è il tedesco e che non vuole più parlare in francese con lui, perché parlare una lingua diversa dal tedesco fa venire il mal di testa.
In queste condizioni trascorre ancora più di un anno e A.J., che sa ben poco della vita di sua figlia, si reca a scuola per sapere se si sia inserita bene e faccia progressi. Poco dopo la psicologa termina finalmente la perizia di cui l’ha incaricata il giudice e menziona anche la visita del padre alla scuola della bambina. Andando a scuola il padre sarebbe andato oltre i suoi diritti e con questa azione avrebbe evidenziato la sua “incapacità di far fronte alle frustrazioni” e con ciò la sua predisposizione a compiere gesti illegali come tentare di rapire sua figlia.
Serviranno altri processi per poter ottenere e poi allungare di qualche mezz’ora di gli incontri padre e figlia che comunque si terranno sempre rigorosamente in Germania e in ambiente chiuso. A.J. infatti, anche se cieco, si ritiene possa affrontare da solo il lungo viaggio fino in Germania, ma non può, poiché cieco, uscire a fare una passeggiata con la figlia (che orami vive di fatto con i nonni per via del disinteresse e dell’incapacità della madre ad occuparsene), perché potrebbe rapirla e vivere con lei nascosto per anni. Altra singolare condizione stabilita dal giudice per gli incontri è che A.J. abbia un appartamento in Germania, da usare uno o due giorni al mese, benché la sua residenza e il suo lavoro siano in Francia.
Presentare appello serve a ben poco, perché A.J. più che cieco, è francese, è il genitore non tedesco e come tale il possibile rapitore. Pur riconoscendo che la madre manipola la bambina, i giudici tedeschi ritengono che questo non sia grave, perché viene fatto assicurando comunque la permanenza della bimba in territorio tedesco. A.J. perde anche il ricorso in Corte d’Appello.
L’ultimo grado di giudizio, il Bundesverfassungsgericht, al quale A.J. denuncia il mancato rispetto dei Diritti del minori, così come enunciati dalla Carta Europea e da innumerevoli trattati e convenzioni internazionali, gli risponde dichiarando il suo ricorso irricevibile, senza indicare nessuna motivazione.
Ormai anche la Corte Europea per i Diritti Umani, la Corte della civile Europa dei Diritti, giudica molto spesso irricevibili i ricorsi (http://www.ilpattosociale.it/news/2754/I-diritti-umani-e-la-sua-Corte.html ), senza indicarne la motivazione
Si tratta di ordinaria follia, o forse piuttosto di inaccettabile cecità di una Europa che si rifiuta di tutelare i suoi concittadini e soprattutto i suoi figli?

Marinella Colombo

Membro della European Press Federation


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Lo Jugendamt e la copertina trasformista

Nicht ohne meine Kinder. Eine Mutter kämpft gegen das Jugendamt” - 
Non senza i miei figli. Una madre lotta contro lo Jugendamt

Quando si ha a che fare con lo Jugendamt tedesco, si scopre un mondo che purtroppo ai più è precluso (ma buon per loro!), si ha l’onore di fare esperienze altrimenti inimmaginabili, come quella della “copertina trasformista”, cioè la copertina del libro che resta uguale, ma diviene fondamentalmente diversa, senza che nessuno se ne accorga (davvero sono l’unica ad essersene accorta?), una sorta di messaggio subliminale al contrario, nel quale le informazioni anziché essere fornite, vengono sottratte.
Vediamo di cosa si tratta.
Nel 2006 viene pubblicato in Germania (ma presentato anche a Bolzano) un libro dal titolo “Nicht ohne meine Kinder. Eine Mutter kämpft gegen das Jugendamt” (Non senza i miei figli. Una madre lotta contro lo Jugendamt), della nota scrittrice Karin Jäckel e Joumana Gebara, la protagonista della vicenda, la madre in lotta contro lo Jugendamt.
Il libro si presenta con la copertina dell’illustrazione sovrastante e che riporta i nomi delle autrici: Karin Jäckel con Joumana Gebara.
La vicenda di Joumana è simile a quella di mille altri genitori con figli binazionali, nati o residenti in Germania. Madre sola per forza e non per scelta, Joumana ha difficoltà a trovare lavoro. Le amministrazioni tedesche le consigliano di cercare all’estero, dove si parla tedesco e le assicurano che si faranno carico anche del trasloco. Joumana, che è molto qualificata, trova velocemente lavoro a Trento, lascia i bambini alla vicina, una tata di fiducia dello Jugendamt, per andare ad affittare un bell’appartamento a Trento per tutta la famiglia. Dopo pochi giorni torna in Germania a riprendere i bambini, ma … i bambini sono scomparsi, lo Jugendamt li ha portati via, in un luogo segreto.
Forse è superfluo riportare le accuse dello Jugendamt a Joumana, i funzionari dicono di aver visto un appartamento dismesso, visto che in effetti lei lo aveva svuotato per poter procedere al trasloco e la “tata di fiducia dello Jugendamt” ha pensato bene di metterci, durante l’assenza di Joumana, la sua spazzatura per rendere il tutto ancora più sinistro. Inutile ricordare l’accusa di aver abbandonato i figli, visto che Joumana aveva concordato i giorni esatti della sua assenza con lo Jugendamt, con un contratto. Inutile ricordare che la sua vera colpa è quella di essere una madre straniera che sta per portare tre bambini all’estero in tutta legalità, visto che questa e solo questa è la sua colpa. Come per tutti. Come sempre.
Constatata la sparizione dei figli, Joumana si dispera, ma reagisce come ogni persona civile reagirebbe, controllando la sua rabbia e il suo dolore, si rivolge ad un avvocato e al tribunale. Purtroppo le basta poco per accumulare le esperienze che altri fanno nell’arco di vari anni: lo Jugendamt che, nell’unico incontro con suo figlio, le impedisce di abbracciarlo perché appunto “non è un maglione da stringere a sé”, il giudice che non la ascolta e soprattutto non valuta neppure le prove che lei produce, l’avvocato che dovrebbe difenderla che in udienza semplicemente tace … Cosa fa un genitore al quale spariscono i figli senza una vera ragione nella grande Germania? Inizia a cercarli. Li cerca disperatamente insieme ad un altro genitore, un padre al quale il sistema tedesco ha legalizzato la sottrazione del figlio compiuta dalla madre tedesca e ha criminalizzato lui, il padre straniero, Olivier Karrer. Olivier Karrer è colui che ha scoperchiato il vaso di Pandora del sistema familiare tedesco, è colui che si è dedicato solo e soltanto ad aiutare i genitori che stavano vivendo il suo stesso incubo, è colui che, secondo le autorità tedesche (ma anche italiane) andava messo a tacere, a tutti costi, quindi criminalizzandolo (http://www.ilpattosociale.it/news/2144/A-Milano-per-incontrare-Olivier-Karrer.html ).
E forse è questo il motivo per cui la coraggiosa scrittrice tedesca Karin Jäckel ha dichiarato che il capitolo su Olivier del libro che la indica come autrice (e unica destinataria degli introiti sulle vendite) non lo ha scritto lei, ma lo stesso Olivier. Ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni.
Torniamo a Joumana che, ritrovati i propri figli, se li porta in Italia. In un primo momento il tribunale italiano conferma la sua legittimità a restare in Italia con i figli, grazie anche all’aiuto dei servizi sociali e del tribunale per i minorenni italiani che si schierano dalla sua parte, soprattutto dopo aver parlato con lo Jugendamt. In realtà è lo Jugendamt stesso che inconsapevolmente la ha aiutata, dichiarando candidamente ai servizi sociali italiani (credendo fossero “colleghi” con cui si può parlare apertamente) che i bambini dovevano crescere in Germania perché “l’Italia non è un paese adatto ai bambini, è pericoloso”. Solo in seguito le pressioni politiche hanno fatto sì che venisse ribaltata la sentenza e Joumana, per non perdere di nuovo i propri figli, ha dovuto andarsene.
Oggi Joumana vive in Libano con i suoi figli dei quali detiene l’affido esclusivo. Il Libano, paese nel quale le donne non possono neppure dare il loro cognome ai figli, ha rilevato l’evidente illegalità di ciò che le era stato fatto e il tribunale le ha riconosciuto l’affido esclusivo. Mentre invece dalla civile Europa, l’Europa dell’equo processo, della legalità e della giustizia, continuano a partire azioni persecutorie nei suoi confronti, con accuse sempre più gravi.
E’ forse questo il motivo per cui la coraggiosa scrittrice tedesca Karin Jäckel ha fatto togliere il nome di Joumana dalla copertina del libro che narra la storia di Joumana? L’attuale copertina è quella riportata più sopra, a fianco dell’originale. Ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni e di farsi un’opinione, ma almeno ora sa che esistono anche le “copertine trasformiste”.


Marinella Colombo

Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/2775/Lo-Jugendamt-e-la-copertina-trasformista.html

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Fratelli, ma non da molto 

Così sentenzia la giustizia familiare tedesca (Tribunale e Jugendamt) che decide di affidare la bimba al padre tedesco, che la pretende e di lasciare il maschietto alla madre francese, che li vorrebbe vedere crescere insieme.


Proseguono le storie della rubrica 
“Storie di genitori discriminati e di bambini con due nazionalità, ma metà diritti”
Succede ogni giorno decine di volte, nel cuore dell’Europa teoricamente senza frontiere, ma con una barriera attorno alla Germania, dove i bambini entrano, ma non ne escono mai. Ecco un’altra delle tante vicende e dei tanti genitori al fianco dei quali Marinella Colombo si sta battendo.


24/7/2014



Non si è fratello e sorella a lungo nella vita, parola di Jugendamt. Partendo da tale presupposto, l’ufficio per la gioventù tedesco ha deciso di separare due fratellini affidando la sorellina al padre tedesco, che ne rivendica la ‘proprietà’, e il fratello alla madre che, come tutte le mamme, li vorrebbe vedere crescere insieme. Una decisione tanto strana quanto è dolorosa la vicenda. 
Tutto inizia nel 1998 quando S.C., cittadina francese in possesso di un BTS, specializzazione tecnico scientifica post diploma, decide di recarsi in Germania per un periodo di esperienza professionale di nove mesi, qui incontra un uomo, se ne innamora e decide di trasferirsi in terra teutonica. La storia sembra andare a gonfie vele tanto che ne 2003 S.C. e il suo compagno decidono di coronare il loro sogno d’amore con il matrimonio, un sogno che però ben presto si infrange, trasformandosi in un incubo. Come nella più degna fiction a caccia di audience S.C. scopre che il suo futuro sposo, per il quale ha deciso di lasciare la Francia per la Germania, aveva già una figlia. Nata nel 1992! Malgrado l’amarezza e la delusione decide comunque di rimanere con lui anche perché è incinta di un figlio tutto loro. E così nel 2004 nasce una bimba, e nel 2007 arriva il fratellino. Malgrado i due figli però il compagno di S.C. continua a vedere con regolarità la madre della sua primogenita e una sera del 2008 tornando a casa dopo il lavoro S.C. scopre che lui se n’è andato, o meglio è andato a vivere dalla madre di sua figlia, una ragazza ormai sedicenne, piena di problemi e appena uscita da una casa di cura psichiatrica dopo avervi trascorso sei mesi. Oltre al danno per S.C. e i suoi figli l’anno dopo arriva anche la beffa perché l’uomo per il quale lei ha deciso di cambiare tutta la sua vita sposa la sua vecchia fiamma e addirittura prende il cognome della donna.  
Il 2009 si trasforma rapidamente in annus horribilis perché tra S.C., i suoi figli e il suo ex compagno ci si mette anche il giudice che decide di affidare la bimba al padre, che la reclama a gran voce (evidentemente la piccola gli serviva come ‘riscatto’ per la delusione provocata dalla figlia problematica avuta in precedenza dalla sua attuale moglie), e il fratellino alla madre, che non capisce la ragione di questa assurda decisione. Il funzionario dello Jugendamt, sempre presente in aula in qualità di terzo genitore, dichiara candidamente che: “i due fratelli non sono fratelli da molto tempo e pertanto possono essere tranquillamente separati”. Tutto ciò è talmente delirante che nell’aprile dello stesso anno la Corte d’Appello stabilisce invece che i due bimbi devono restare assieme, e con la madre. Questo però pare salvare solo le apparenze, in quanto le visite del padre dovranno essere così frequenti che la regolamentazione assomiglia piuttosto ad un affido alternato. A questo punto l’uomo sembra aver accettato il verdetto, invece, dopo aver avuto in visita i due bimbi, non li restituisce alla madre. Riesce, con l’appoggio dello Jugendamt e del giudice, a sovvertire completamente la sentenza della Corte d’Appello: in attesa della perizia familiare ordinata dal giudice, e di fatto poi per sempre, la figlia vive con lui e il figlio con la madre. Alla bimba che vive con il padre, sua madre può far visita ogni due settimane e al bimbo che vive con la madre suo padre può far visita secondo le stesse modalità. Ciascuno dei due genitori deve mantenere il figlio che ‘gli è toccato in sorte’, a prescindere dalle disponibilità economiche, sebbene nel periodo in cui S.C. aveva entrambi i figli ricevesse un’autentica miseria per il mantenimento. 
A dicembre 2010 S.C. ottiene dall’autorità giudiziaria il permesso di trascorrere una settimana in Francia per il Capodanno ma il suo ex compagno glielo impedisce accusandola di voler rapire i figli, mentre invece lui con la piccola si sposta dove e come vuole senza informare S.C. Nel 2011 S.C. torna a vivere in Francia con il figlio, mentre il padre continua comunque a tenere la bambina in Germania. Concordano, verbalmente, di mandare la figlia dalla madre a Pasqua per due settimane, ma S.C. la vedrà soltanto a Pentecoste e solo per una settimana…
La bambina parla spesso della mamma, ma la persona alla quale si riferisce non è la sua mamma naturale bensì la moglie di suo padre che sempre più sta prendendo posto nella sua vita quotidiana, una vita quotidiana stravolta e germanizzata, anche grazie alle scelte educative di suo padre che la iscrive a scuola o ad altre attività, senza mai chiedere il permesso a S.C. Infine il padre impone la sua volontà riuscendo anche a impedire ogni contatto tra gli insegnanti e S.C. 
Ad oggi S.C., che vive in Francia, non vede più la sua bambina, in Germania con suo padre; ogni volta che si avvicinano le vacanze spera di poterla riabbracciare e vive con l’incubo che il maschietto non ritorni più da lei dopo il periodo che trascorrerà con il padre.


Raffaella Bisceglia

Fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/2848/Fratelli-ma-non-da-molto.html


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L’infinita gentilezza dello Jugendamt 
e della polizia tedesca

I genitori di M.I. sono entrambi italiani. Sono due persone colte. Sono due persone del sud Italia che non riuscivano a trovare lavoro e ai quali, come purtroppo a tanti, il proprio paese non ha lasciato che un’alternativa, andarsene. Con i loro tre figli si trasferirono in Germania, quella Germania ancora divisa, quella in cui lo Jugendamt e il suo collaboratore, il tribunale familiare, non avevano ancora ripreso le attività che li caratterizzano, controllare la società attraverso il controllo dei bambini e della loro educazione. La famiglia dunque, installatasi nel nuovo paese, ricostruì la propria esistenza; i bambini, che erano ancora piccoli, appresero velocemente la lingua del posto e terminarono il ciclo di studi senza nessuna difficoltà, inseriti e integrati – così almeno credevano – in quella Germania produttiva e multiculturale della seconda metà del secolo scorso. Poi la caduta del muro di Berlino, la Germania riunita, ancora più “multi-culti”, come si dice da quelle parti. M.I. ormai giovane uomo conosce una ragazza proveniente dalla ex Germania est. Proprio sul finire della loro relazione, la ragazza resta incinta. Discussioni e opinioni divergenti delle due famiglie. La famiglia tedesca si schiera per l’aborto, quella italiana vuole che quel bambino nasca e dà la sua disponibilità ad aiutare i giovani genitori. Alla fine il bambino nasce. M.I. è diventato padre e quel piccolo esserino porta solo gioia nella vita di tutti. E’ il bambino della Germania riunificata che ha lasciato alle spalle il suo passato, è il bambino dell’Europa dei popoli che si incontrano, si conoscono e si amano. Così almeno dovrebbe essere. Quello che M.I. non sa e nessuno gli fa sapere è che invece lui non è altro che uno straniero in terra tedesca, figlio di “Gastarbeiter” (i “lavoratori-ospiti” che, appunto in quanto solo ospiti, avrebbero dovuto arrivare in Germania, lavorare finché la Germania ne avesse avuto bisogno, e poi andarsene), che è un padre non sposato e pertanto non ha nessun diritto ad avere un posto nella vita di suo figlio o peggio, che quel bambino europeo, in realtà è un bambino nato orfano, orfano del genitore non tedesco, orfano perché di padre italiano. Ma M.I. tutto questo non lo sa. Cerca di superare gli screzi con la sua ex compagna e cerca di essere, nonostante la loro separazione, un buon padre per suo figlio i cui genitori sono sì, separati, ma abitano a poca distanza l’uno dall’altro e dunque potrebbero essere, se non più una coppia, almeno dei genitori responsabili. E poi ci sono anche i nonni, disponibili e presenti nella vita del piccolo. Soprattutto i quei nonni italiani, così affettuosi e premurosi con il bambino e sinceramente desiderosi di offrirgli una vita serena. Perché è così che sono questi migranti italiani, anche se colti restano semplici, sempre pronti a sostenere la famiglia e chiunque alla famiglia sia vicino. Già avevano accolto la ragazza della ex Germania est come una figlia, a maggior ragione sono ora pieni di attenzioni per questo nipotino che pensano abbia tutto il diritto a crescere felice. Invece, loro ancora non lo sanno, non è così che è organizzata la società tedesca, non è così che crescono i piccoli tedeschi. Da subito infatti la giovane mamma si comporta come la depositaria esclusiva di una proprietà che è solo tedesca e in quanto tale va difesa da ogni influenza estranea. Non le piacciono le effusioni di questi nonni, i baci, gli abbracci, le ore che passano a giocare con il bambino, i pranzetti e le torte che preparano per lui e soprattutto non le piace constatare come suo figlio si senta tanto a suo agio con quel padre italiano e con tutta la sua famiglia. E poi sono così insistenti questi Italiani! Addirittura pretendono di portare il piccolo in Italia per una breve vacanza. La cosa peggiore è che il bimbo torna felice da questa vacanza e che il rapporto con suo padre si intensifica sempre più. La madre tedesca, che sa di avere dalla sua parte tutto il sistema statale di protezione alle donne sole e all’infanzia, mette in pratica ciò che le istituzioni le consigliano da tanto tempo e interrompe i contatti tra i due.
Cosa farà M.I.? M.I. fa ciò che farebbero tutti coloro che sono cresciuti in Germania e si sono sentiti ripetere fin dalla scuola elementare che l’istituzione che tutela i bambini è lo Jugendamt. Si rivolge allo Jugendamt e si fa dare un appuntamento. Tanto grande era la fiducia che M.I. riponeva nello Jugendamt e tanto più scioccante è stato il constatare di essere, per gli addetti dello Jugendamt, uno straniero da cancellare dalla vita del bambino. “Lei sta parlando di un bambino tedesco (!), non conosce le leggi del posto? Non sa che se per la madre (tedesca) lei non deve vedere il bambino, a noi va bene così e non abbiamo bisogno di prove? Avrà le sue valide ragioni. E poi Lei è Italiano, certamente è un violento e potrebbe anche pensare di rapire il bambino. Qui la legge è così, se non le sta bene, se ne vada.”
Bambino tedesco ….. se ne vada …” M.I. è confuso, non sa più cosa pensare; non era questo il paese che lo aveva accolto i suoi genitori e i suoi fratelli. Come aveva potuto non capire? Che senso aveva tutto questo? M.I. ha solo una certezza, quel piccolo essere indifeso è suo figlio e lui lo ama più della sua vita. Tenta di nuovo la strada del dialogo con la madre e in un breve, ultimo incontro con suo figlio, il bambino si confida con il suo papà e gli racconta quello che sua madre gli ha vietato di dirgli: i giochi che sua madre e il nuovo compagno fanno con lui. Una bomba. E’ come se nella testa e nel cuore di M.I. esplodesse una bomba. E poi un unico pensiero, “devo proteggerlo! Devo proteggerlo!”.
Questo padre-violento-perché-italiano sceglie dunque l’unica strada che conosce, va alla polizia a sporgere denuncia. Ma dopo pochi giorni, il tempo che la polizia prenda contatto con lo Jugendamt e la madre, lo ricontatta. Anzi si reca direttamente al suo posto di lavoro, “ci segua!” gli ordina e lo conduce alla stazione di polizia. Qui gli viene “gentilmente” spiegato che deve ritirare la denuncia, pena gravissime conseguenze, fino all’espulsione dal territorio tedesco e gli fa firmare l’atto di ritiro di denuncia che “gentilmente” il poliziotto ha già preparato per lui. Questa ritrattazione gli varrà una condanna per calunnia.
Il ciclo della (in)giustizia familiare tedesca ha così completato un’altra volta il suo ciclo per la “protezione del minore” (Kinderschutz): ha difeso il Kindeswohl (il bene tedesco del bambino) rendendo un altro, l’ennesimo bambino orfano del genitore straniero.



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I Bambini Italiani Made in Germany

Il sito di Liberazione Italiana propone l'articolo articolo “Moralità attaccata dall'organizzazionemondiale della sanità


Premesso che le informazioni date dall'autore sono esatte e pienamente condivisibili, vorrei attirare la vostra attenzione sulla prima pagina dell’opuscolo intitolato “Standard per l’Educazione Sessuale in Europa” dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA”. 

E’ noto che OMS è l’acronimo di Organizzazione Mondiale per la Sanità, mentre sotto a BZgA si legge “Federal Centre for Health Education”, ma è evidente che BZgA non può esserne l’acronimo. 

Ma allora cos’è questo Centro Federale? Non esiste né una federazione europea né tanto meno una italiana. E’ dunque il Centro di quale Federazione? A voler pensar male, sembrerebbe quasi che questo anonimato, questa vaghezza dell’informazione sia voluta, mentre è fondamentale sapere da dove vengono queste direttive, proprio per l’importanza del tema che sta cambiando e cambierà radicalmente le nostre vite e quelle dei nostri figli, determinerà cioè il tipo di società nella quale ci troveremo a vivere.
Allora è fondamentale sapere che BZaG è l’acronimo di “Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung” un organo di Stato tedesco. Se poi controlliamo sul sito di questo Centro Federale tedesco (ecco a quale Federazione si fa riferimento!), vediamo che in effetti ha sede a Colonia, è diviso in cinque reparti e uno di questi si occupa specificatamente di pianificazione familiare. Ma leggiamo anche che questo Centro Federale fa parte a tutti gli effetti del Ministero della Salute tedesco (BMG) che – continuiamo a leggere – “in ottemperanza alla Legge fondamentale (tedesca) [ndr: La Germania non ha una costituzione, ma solo questa Legge fondamentale che funge da costituzione provvisoria], il Ministero della Salute (BMG) si occupa degli incarichi amministrativi nell’ambito della politica sanitaria[1]. E dunque mi chiedo e vi chiedo: siamo sicuri che la politica sanitaria tedesca sia conforme alla nostra visione della salute, e soprattutto, chi di noi Italiani ha eletto i membri del governo e dunque del ministero tedesco per autorizzarli ad imporre a noi le loro politiche? A quale titolo ci insegnano come comportarci e come educare i nostri figli?

Oltre a pensare che loro sono più organizzati e più “bravi” ed è quindi per questo che ci fanno da maestri, scorrendo sempre lo stesso sito, quello del BZgA (www.bzga.de), scopriamo che vari istituti di ricerca legati a doppio filo alle case farmaceutiche tedesche fanno parte della “sfera di attività”  (Geschäftsbereich) del Ministero tedesco per la Salute, quali ad esempio il “Bundesinstitut für Arzneimittel und Medizinprodukte (BfArM)”, cioè l’Istituto federale (ovvero dello Stato tedesco) per i medicinali e i prodotti medici, la cui finalità –leggiamo – è di “assicurare a tutti i cittadini e le cittadine [ndr. tedeschi?] un approvvigionamento rapido e ininterrotto di medicinali e prodotti medici efficaci”[2]
Potrebbe allora essere che gli interessi in gioco siano di tipo finanziario?

Continuiamo a verificare quali altri istituti/imprese tedesche fanno parte della “sfera di attività” del Ministero tedesco per la Salute e che con esso collaborano; forse sarebbe più veloce elencare chi non ne fa parte. Tra i partner troviamo infatti la Clinica Universitaria di Amburgo (Kooperation zwischen der Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung (BZgA) und dem Universitätsklinikum Hamburg Eppendorf (UKE)), l’Unione Federale e regionale dei Medici, delle Casse Mutua e delle Associazioni caritatevoli (Verbundprojekt von Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung (BZgA), Bundes- und Landesvereinigungen für Gesundheit, Krankenkassen und Ärzten, Wohlfahrtsverbänden und weiteren Partnerorganisationen), la Società tedesca di Ginecologia psicosomatica e natalità (Deutsche Gesellschaft für Psychosomatische Frauenheilkunde und Geburtshilfe e.V. (DGPFG e.V.), così come anche Istituti tedeschi attivi negli ambiti più disparati: Deutsche AIDS-Hilfe (DAH), Deutsche AIDS-Stiftung (DAS), Deutsche STI-Gesellschaft (DSTIG), Deutsche Gesellschaft für Ernährung (DGE), Deutsche Hauptstelle für Suchtfragen e.V. (DHS), Bundesvereinigung Prävention und Gesundheitsförderung e.V.

A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare, il Centro federale tedesco ha solo collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, essendo forse l’unico, tra tutti quelli europei, che ha voluto apportare il suo contributo. Errato!
L’opuscolo che ci fanno passare come redatto dall’OMS insieme al BZgA, è invece stato redatto interamente dal solo centro federale tedesco, come ci rivelano gli autori stessi, forse in un momento di debolezza e autocompiacimento. Ecco l’immagine dell’impressum di detto opuscolo


Redazione, progetto grafico, impaginazione, stampa e persino la distribuzione della versione inglese, tutto rigorosamente Made in Germany! 

Sul perché i bambini debbano imparare all’asilo a masturbarsi, lo analizzeremo nel prossimo articolo, per ora fermiamoci a fare due conti e riflettere su quanto questa normativa e le conseguenze che ne deriveranno (compresi i finanziamenti europei, cioè quelli che paga anche e ampiamente il contribuente italiano) farà entrare nelle casse del governo tedesco.

fonte: http://www.liberazioneitaliana.it/news/i-bambini-italiani-made-in-germany/


[1] Die Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung gehört zum Geschäftsbereich des Bundesministerium für Gesundheit (BMG). Das BMG führt im Rahmen des Grundgesetzes die gesetzgeberischen und verwaltungsmäßigen Aufgaben auf dem Gebiet der Gesundheitspolitik durch.

[2] Ziel des Bundesinstituts für Arzneimittel und Medizinprodukte ist die Gesundheit aller Bürgerinnen und Bürger durch eine schnelle und lückenlose Versorgung mit sicheren, wirksamen Arzneimitteln und Medizinprodukten.

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Le emozioni pericolose

La (in)giustizia familiare tedesca e la colpa di un’avvocata Brasiliana: essere nata in un paese del terzo mondo.

J.R. è avvocato, figlia di un avvocato ed è brasiliana. Si reca in Germania per conseguire un Master in Giurisprudenza. Qui conosce un altro giovane avvocato. Si innamorano, si sposano, nascono due figli. I due giovani avvocati decidono di trasferirsi in Brasile con i due figlioletti.
Lei trova subito lavoro, il marito no. Poco dopo il matrimonio entra in crisi. I due si separano e lui torna da solo in Germania. J.R., che ha ottenuto l’affido dei bambini, ma non vuole privarli del padre, programma presto un soggiorno di un paio di mesi in Germania, affinché i tre possano stare insieme.

Dopo poche settimane dall’arrivo in Germania, l’esperienza devastante: lo Jugendamt (Amministrazione della gioventù) le porta via i figli e i loro passaporti, accusandola di volerli rapire e portare in Brasile. E’ lo Jugendamt che ha così appena rapito i bambini, ma per il sistema tedesco è lei la rapitrice, con tutte le conseguenze che questo comporta. J.R. non può rientrare in Brasile perché non può e non vuole lasciare i bambini ancora molto piccoli, è dunque costretta a restare in Germania dove non ha lavoro, è costretta a trascurare la sua vita lavorativa in Brasile e a intraprendere una serie di azioni legali per la restituzione dei bambini. Nulla da fare. Il sistema della cosiddetta giustizia familiare tedesca funziona benissimo come sempre nel trattenere i bambini in Germania e invertire i dati di fatto: per i tribunali tedeschi il Brasile diventa il paese delle vacanze, anziché quello di residenza abituale e la Germania, dove lei e i bambini si erano recati in visita, diviene il paese nel quale i bambini avrebbero sempre vissuto e devono continuare a vivere. Lei, in quanto non-tedesca e possibile rapitrice, è solo qualcuno da allontanare e cancellare dalla vita dei bambini, così come la lingua e tutta la famiglia rimasta in Brasile. Una volta manipolata in questo modo la realtà di partenza, J.R. non potrà che perdere, così come perdono sempre i genitori non-tedeschi, in tutti i gradi di giudizio e in tutti i tribunali della Repubblica Federale di Germania. Intervistato, il prof. Astuto, spiega: “La nazionalità tedesca prevale, a detrimento dei diritti fondamentali […] due pesi e due misure, a seconda che si tratti di una madre tedesca o di una madre straniera”. Così è sempre e per tutti, genitori italiani, francesi, polacchi, spagnoli, brasiliani ….

Dopo lo shock e le azioni legali per riavere i suoi bambini, quando ancora pensava di poter dimostrare velocemente l’errore di partenza che ha portato a trattarla come una criminale, J.R. si rende conto che la parola “giustizia” in Germania ha un altro significato e soprattutto che il significato di “bene del bambino” (Kindeswohl) in quel paese significa restare nella giurisdizione tedesca con il genitore tedesco. Per salvare le apparenze, le concedono qualche visita sorvegliata, ma Ho visto i miei figli in una stanza, a condizione che non mostrassi emozioni, altrimenti non avrei più potuto incontrarli”, ci racconta J.R. ancora sconvolta. Quei pochi contatti erano solo lo specchietto per le allodole e sono durati il tempo necessario a costruire nuove accuse contro di lei. Scrivo “costruire” perché anche in questo caso, come in tutti quelli che avvengono sotto la regia del sistema di (in)giustizia familiare tedesco, i principi del diritto sono stravolti, così come anche l’onere della prova: qui l’accusa è di avere richiesto alle autorità brasiliane una copia dei passaporti dei suoi figli. Deve provare di non aver fatto una richiesta che, appunto, non ha mai fatto (http://www.youtube.com/watch?v=FUoBZIPrdGE&feature=youtu.be). Anche la dichiarazione del Ministro brasiliano che conferma l’inesistenza di detti nuovi passaporti non è prova attendibile per i tribunali tedeschi e pertanto questo procedimento rimane pendente.

J.R. torna in Brasile, riprende a lavorare nel suo studio legale (http://www.raduanadv.com/ ) e continua a lottare per riavere i propri figli, coinvolgendo sempre più il governo e le autorità brasiliane. Nel 2013 partecipa come relatore al Seminario bilaterale Brasile Germania sul tema dei diritti umani presso la Facoltà nazionale di Diritto a Rio de Janeiro (http://jugendamt0.blogspot.it/2013/12/current-situation-of-children-and.html ) dove illustra, sulla base di dati e statistiche, quanto avviene nella Germania odierna e come i diritti fondamentali dei bambini vengano violati.

Ormai sono tre anni che J.R. non vede i suoi figli, ma non rinuncia e, con la competenza e la professionalità che la distingue, ha preparato una proposta di legge finalizzata a modificare la ratifica alla Convenzione dell’Aja. Non dimentichiamo che a lei, come a tantissimi altri genitori non tedeschi che vengono cancellati dalla vita dei propri figli, viene impedito di essere padre/madre proprio sfruttando la buona fede e la convinzione dell’importanza della bigenitorialità. Infatti, nonostante la separazione, molti tentano di preservare il rapporto tra i bambini e il genitore tedesco e questo viene invece sfruttato per costruire le basi di una sottrazione apparentemente legale (deutsch-legal), rendendo i bambini orfani di un genitore e monchi di una importante parte della loro cultura e della loro lingua.

fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/2721/Le-emozioni-pericolose.html


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Il padre, il padre-sociale e il postino
Storie di genitori discriminati e di bambini con due nazionalità, ma metà diritti

Succede ogni giorno decine di volte, nel cuore dell’Europa teoricamente senza frontiere, ma con una barriera attorno alla Germania, dove i bambini entrano, ma non ne escono mai.
Ecco una delle tante vicende e dei tanti genitori al fianco dei quali mi sto battendo.

Una donna tedesca si trasferisce in Italia, dove trova lavoro. Conosce un ragazzo italiano. Dopo un certo periodo di fidanzamento, quando hanno ormai deciso di sposarsi, lei resta incinta. Grande gioia di entrambi, acquisto della casa e progetti per il futuro. Lei dice di voler partorire in Germania, lui cerca di comprendere e asseconda. Il bambino nasce, ma lei ha intanto deciso che il padre di questo bambino non sarà italiano (peccato che è con un italiano che ha procreato) e dunque glielo lascia riconoscere perché così potrà chiedergli gli alimenti, ma non gli dà la possibilità di avere la potestà genitoriale sul figlio (in Germania è la madre tedesca non sposata che decide tutto ciò, dunque lei sta agendo in perfetta legalità). Poi chiede al padre-italiano-senza-diritti che si era recato in Germania per il parto di sparire. 
Preso atto della penosa situazione, dopo essere stato ingannato da diversi avvocati sia italiani che tedeschi, sia in buonafede (gli avvocati italiani non conoscono necessariamente il codice di famiglia tedesco) che in malafede (gli avvocati tedeschi sono sinceramente convinti che crescere senza contatti con l’Italia, un paese “problematico”, sia la soluzione migliore per il bambino), questo padre intraprende la via del tribunale per riuscire almeno ad incontrare ogni tanto suo figlio, per il quale comunque paga gli alimenti.
Precisiamo che si tratta di una persona educata e pacifica e che non è né violenta, né affetta da disturbi. 

Mentre spende migliaia e migliaia di euro in avvocati, spese processuali e viaggi (ovviamente di far venire il bambino in Italia non se ne parla neanche), riesce a vedere suo figlio, nell’arco di sei anni, solo una manciata di ore, sempre sotto la supervisione di altre persone. Infatti, essendo lui italiano, potrebbe rapire il bambino, quindi meglio tenerlo d’occhio. Forse è superfluo aggiungere che la famiglia italiana è completamente esclusa, così come l’utilizzo della lingua italiana è strettamente da evitare. Dopo anni di procedimenti, il suo caso è ancora in prima istanza (quindi molto lontano dal poter adire la Corte per i Diritti umani), sia perché ogni volta che la signora tedesca cambia casa, cambia la competenza territoriale del tribunale e si ricomincia daccapo, sia perché quando il giudice stabilisce un calendario di incontri (tipo un’ora ogni due mesi), una volta esaurite le data indicate, quest’uomo deve ricominciare un procedimento in tribunale per ottenere altre date. Per capirci, il giudice non sentenzia mai stabilendo una volta per tutte, o fino all’accadimento di fatti nuovi, l’intervallo degli incontri, ma scrive invece “dalle ore tot alle ore tot del giorno tale, del tal mese e del tal anno”. Passato quel giorno, si ricomincia da zero. Questo padre deve cioè ogni volta tornare a dimostrare di essere eccezionale affinché gli vengano concessi dei contatti con il figlio. In pratica il contrario del buon senso e della legge di natura: non sono eventuali accuse, vere o false, a togliergli la possibilità di vedere suo figlio; si parte dal principio che la possibilità di incontrare suo figlio lui non ce l’ha e solo se dimostra di essere fantastico, forse gentilmente gli concedono qualche ora. 

Poi la signora tedesca si sposa con un tedesco. A questo punto il bambino ha finalmente un padre (!) sociale, un padre tedesco. Allora il vero padre, per di più italiano, diventa del tutto superfluo. Ma lui insiste, dice di voler bene a suo figlio e il bambino, pur incontrandolo raramente, mostra di essergli affezionato. 
Soluzione: si dispone una perizia psicologica familiare.
Non mi soffermo sull’impegno di tempo, risorse e denaro necessari allo svolgimento della perizia (siamo nell’ordine di importi a cinque cifre, ovviamente a carico del genitore non-tedesco), né sul fatto che la signora tedesca non ritenga di doversi sempre presentare, né di ottemperare a quanto disposto dal giudice, lei ha tutti i diritti in maniera esclusiva sul bambino e dunque le si perdona tutto. Passo direttamente all’esito di questa perizia di quasi 100 pagine: 
-il bambino percepisce che la madre non approva che lui instauri una relazione con suo padre [ndr. e d’altronde non gli ha mai permesso di chiamarlo papà] 
-per questo il bambino vive un conflitto di lealtà-il conflitto di lealtà crea stress nel bambino
-per eliminare lo stress del bambino si annulla ogni contatto con il papà italiano per almeno un anno

Il tribunale nomina allora un intermediario, un estraneo che durante questo anno dovrà parlare del padre al bambino e del bambino al padre, consegnando anche lettere, fotografie e regali; anche questo intermediario non ottempera e si rifiuta di conoscere il padre, mentre al padre dice di suo figlio banalità del tipo “pare gli piaccia il gelato”, lui stesso si definisce un semplice "postino” 1;
avvisato il giudice di questo comportamento da parte dell’intermediario e delle sue non ottemperanze, così come di quelle della madre, il giudice ritiene che vada bene così.
Ora l’anno è passato, il rapporto padre-figlio è stato finalmente reso inesistente; qualsiasi cosa pensi di volere questo genitore italiano deve ricominciare daccapo, con l’aggravante che, essendo il rapporto con il bambino ormai inesistente, sarà impossibile dimostrare che mantenere i contatti con il papà giovi al bambino.

Ma deve pagare! Deve pagare gli alimenti, le spese processuali, gli psicologi, e tutti gli altri “personaggi” intervenuti ad allontanare suo figlio. Non è più in grado di far fronte a questi costi, così diventerà anche lui un “criminale” –come tutti coloro che hanno tentato di opporsi a queste ingiustizie- contro il quale verrà spiccato un mandato d’arresto? 

Cosa farà l’Italia a difesa di questi suoi due concittadini, un adulto e un minorenne? 

Questo è quello che succede in Germania ogni giorno centinaia di volte, contro i padri e le madri non tedesche, ma soprattutto a discapito dei bambini binazionali. 

Questo è quello che non posso e non possiamo più accettare, è la palese negazione dei diritti fondamentali e naturali, è l’arroganza fatta legge e sistema, è la distruzione dei valori sui quali -ci hanno fatto credere- avrebbe dovuto essere costruita l’Europa della pace.

Non possiamo cambiare la Germania, ma possiamo tutelare gli Italiani. 
Chiedo un impegno ed un incontro a breve con i Ministri degli Esteri e della Giustizia.

Marinella Colombo 
Responsabile dello Sportello Jugendamt 
Associazione C.S.IN Onlus
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1. “What you still want to know in detail about your son? What should I ask him or his mother at the next meet? I do not think it makes sense that you come to Germany to talk to me. It would change nothing in the situation. I'm just the mailman”.

fonte: http://www.ilpattosociale.it/news/2712/Il-padre-il-padre-sociale-e-il-postino.html
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No allo Jugendamt tedesco: i bambini sono dei genitori!


“Il vergognoso NO del coordinatore tedesco Jahr del PPE in Commissione Petizioni  ha fatto saltare la discussione delle 24 petizioni sullo Jugendamt, prevista per il 1 aprile – ha dichiarato Cristiana Muscardini, Vicepresidente della Commissione per il Commercio Internazionale al Parlamento Europeo – nonostante l’impegno della Presidente Mazzoni e degli altri deputati, come Roberta Angelilli, Niccolò Rinaldi e Patrizia Toia, che come me da anni si battono per impedire le discriminazioni fatte in Germania dallo Jugendamt contro i genitori non tedeschi e a danno dei bambini. Ora migliaia di cittadini europei, che hanno firmato per ridare a madri e padri non tedeschi la possibilità di vedere i loro figli, rischiano che fino alla futura legislatura non vi sia una risposta chiara. La Germania rifiuta ancora una volta il confronto e lascia che vi siano sul suo territorio misure discriminatorie contro i genitori di altri paesi europei, condannando i bambini, figli di coppie binazionali, a vivere esclusivamente in Germania e privati dell’affetto e della presenza dell’altro genitore”. Quando lo Jugendamt, brutalmente e con la menzogna, separa i bambini dai loro genitori, questi ultimi si chiedono cosa hanno fatto di sbagliato, dove hanno fallito, si colpevolizzano e tutti coloro ai quali ne parlano, compresi gli stessi amici, conoscenti e familiari, pensano “ci deve essere sotto qualcosa, lo Jugendamt non porta via i bambini così facilmente e senza motivo”.Ma questi genitori che si struggono nel sentimento di colpevolezza sono assolutamente innocenti. Sono le vittime. Già molti anni fa Olivier Karrer rispondeva in questo modo a una mamma disperata:
“Non piangere, mamma ! Ciao Vicky! Non piangere, tu non hai nessuna colpa. Non piangere, tutti noi abbiamo pianto, ma le lacrime non ci hanno ridato i nostri figli. Non piangere. Ciò che ti succede, è successo a migliaia di altri. La ragione per cui vogliono prendere tuo figlio con motivazioni inventate, vergognose e ripugnanti, si può spiegare con una sola frase: la tua famiglia è di origine straniera”.
Ed ecco la spiegazione del moderno “Kinderschutz” (letteralmente: protezione del bambino). La Germania ha circa 81 milioni di abitanti. La Francia, un paese con all’incirca la stessa superficie, ne ha 63. Nel 2050, quindi in un periodo di tempo relativamente breve, la popolazione della Francia aumenterà di 3 milioni di abitanti. La Germania invece scenderà a da 81 a 63 milioni di abitanti (sempre se la quota immigrazione resterà sul valore di 170.000 persone all’anno), perderà dunque 15 milioni di abitanti. Queste persone non saranno emigrate, ma decedute. Riesci ad immaginare  che, date queste premesse, nessun bambino lascerà mai la Germania? Riesci ad immaginare  perché lo Jugendamt  fa passare ogni genitore straniero per un criminale o per un potenziale “rapitore” e vuole impedire in modo brutale ogni contatto con i suoi figli? Riesci ad immaginare  che ciò che è successo a te, a tuo figlio, a tuo marito, non è stato deciso dallo Jugendamt locale, bensì a Berlino dal governo tedesco? Riesci ad immaginare  perché il governo tedesco ti ruba i figli, ma li ruba anche ad altri 10.000 se non 100.000 genitori non-tedeschi, in modo autoritario, preventivo e basato su motivazioni idiote e inventate, utilizzando per la realizzazione di questo compito il suo Jugendamt e i periti ad esso collegati? Capisci con quale finalità ogni decisione giuridica di qualsiasi giudice familiare tedesco presunto “indipendente” viene sempre controllata (così prevede la Legge!) dall’istituzione politica denominata Jugendamt (in segreta collaborazione con il suo gregge di mentitori e di pseudo esperti) e perché lo Jugendamt provoca volutamente la discordia mettendo le madri contro i padri e i figli contro i genitori?
Può mai essere indipendente una giustizia familiare che de lege viene controllata dalla politica locale, supportata dalla mostruosa propaganda dei politici tedeschi e dal credo dei Tedeschi senza opinione propria? Il Kinder-Schutz (letteralmente : protezione del bambino) nella bocca dei moderni Kinderklauer (ladri di bambini) è il più grosso inganno in assoluto dai tempi di Hitler. Preoccupante è il fatto che il modo attuale di procedere è costruito sullo stesso identico schema di quel tempo, nel quale i veri scopi del regime dai molti non erano riconosciuti e già allora veniva proposto come Schutz (protezione) del popolo Tedesco. Il Kinder-Schutz va inteso nel senso che gli danno i politici tedeschi che oggi non solo ingannano il proprio popolo (genitori e bambini), ma anche i Governi europei : la schermatura dei bambini rispetto ad ogni influsso che potrebbe nuocere  al buon “ordine della Comunità dei Tedeschi”. E’ la protezione contro la“Kinder-Armut” (letteralmente: povertà dei bambini) che in realtà è la “povertà di bambini” in Germania (non sono i bambini ad essere poveri, ma la Germania ad avere troppo pochi bambini, ad essere povera di bambini). Anche i diritti fondamentali (così come intesi dalla comunità internazionale) vengono adattati, con questo modo di pensare, all’ordine tedesco, alla comunità locale dei tedeschi e non viceversa! Nel modo di pensare del popolo che si sente dominatore, per i politici tedeschi i nostri bambini sono proprietà dello Stato (dello Jugendamt), proprietà dei politici locali e delle loro truppe che perseguono il Kindeswohl e che ne decidono il destino nelle sedute segrete delle “Jugend-Hilfe-Ausschuss“. a cura di Emanuela Graziosi
fonte: http://www.papaboys.org/no-allo-jugendamt-tedesco-i-bambini-sono-dei-genitori/
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Intervista all’On. Muscardini: ‘salviamo i bambini dallo Jugendamt tedesco’


Onorevole Muscardini, qualche giorno addietro ha emesso un comunicato stampa dove riferiva della presa di posizione della Germania, per quanto riguarda la discussione in sede parlamentare delle petizioni sulla legge Jugendamt. Può spiegare ed illustrare ai nostri lettori di cosa si occupa questa orribile legge tedesca? Lo Jugendamt nasce nel 1922 durante la Repubblica di Weimar e viene aggiornato da Heinrich Himmler, il Reichsfhürer  delle SS, dandogli la struttura attualmente in vigore. Gli effetti di questo istituto sono che, sia nel caso di coppie binazionali, che abbiano figli e nelle quali uno dei due genitori sia tedesco, sia nel caso di coppie non tedesche che però abbiano avuto figli in Germania, nel caso di separazione tra i genitori, anche quando il tribunale civile tedesco ha affidato i figli al genitore non tedesco, o ad entrambi i genitori, o quando nel caso di una coppia non tedesca con figli avuti in Germania i genitori ritengono di tornare a vivere nel loro paese di origine, lo Jugendamt prima o poi interviene, raggiunge i bambini ovunque siano e pretende, attraverso sue disposizioni condivise e convalidate dal magistrato tedesco, riportando i bambini in Germania dove dovranno vivere fino a quando diventeranno grandi e, nella stragrande maggioranza dei casi, non avere più rapporti con i genitori di altra lingua, parlare solo il tedesco ed essere educati nel sistema tedesco.
Perchè la Germania- nazione civile e progredita-, si ostina a rifiutare il confronto sulla legge jugendamt? La Germania continua a rifiutarsi di adeguarsi alle normative che prevedono specifici diritti per i minori. Costringendo i bambini a vivere in Germania ed obbligando  il genitore non tedesco a pagare tutte le spese La Germania  ha un evidente beneficio economico in termini di soldi, ma anche in termini di “nuovi cittadini tedeschi”.
Gli effetti della legge sono poco conosciuti da tanti cittadini europei.  Come mai se ne parla poco? Ci sono stati casi di cittadini italiani coinvolti nelle maglie della legge tedesca? La Germania continua a rifiutarsi di adeguarsi alle normative che prevedono specifici diritti per i minori. Costringendo i bambini a vivere in Germania ed obbligando  il genitore non tedesco a pagare tutte le spese La Germania  ha un evidente beneficio economico in termini di soldi, ma anche in termini di “nuovi cittadini tedeschi”. Ci sono moltissimi casi di genitori europei non tedeschi, coinvolti in questa tristissima vicenda, per l’Italia uno dei casi più emblematici è quello della Dott.ssa Marinella Colombo. La sua storia è raccontata nel libro “Non vi lascerò soli”, edito da Rizzoli (2012). La Colombo è una delle tante persone che ha inoltrato una petizione al Parlamento europeo. I due bambini le sono stati tolti dalla scuola a Milano a sua insaputa per ordine del tribunale di Milano e portati in Germania. Non li vede da tre anni.
La legge danneggia la crescita dei bambini…. Certamente ogni norma od istituto che impedisce il rapporto con entrambi i genitori lede pesantemente i diritti dei bambini. Siamo in un’Europa nella quale c’è il libero transito delle merci, ma nella quale non sono riconosciuti ai bambini di tutti gli stati membri gli stessi diritti. A prescindere dai difformi diritti di famiglia che vigono nei diversi paesi europei, ritengo che gli elementari diritti dei minori di potere conoscere le culture, le tradizioni e le lingue di entrambi i genitori e di avere rapporti, il più possibile stabili, con gli stessi, sia non solo lesivo di ogni concetto di libertà e democrazia, ma sono una grave penalizzazione per questi bambini ed anche una grave penalizzazione verso il futuro dell’Europa, perché i bambini di oggi sono i cittadini di domani ed impedire perciò loro una crescita armonica è lesivo del futuro anche dell’Europa.
Nel comunicato stampa lanciato in occasione del rifiuto da parte tedesca a discutere sulla legge, ha dichiarato: “la Germania rifiuta ancora una volta il confronto e lascia che vi siano sul suo territorio misure discriminatorie contro i genitori di altri paesi europei”… Al Parlamento Europeo sono state presentate decine di petizioni di genitori e di cittadini per sollevare il problema dello Jugendamt, ma nonostante questo non si è arrivati a capo di nulla: la Commissione europea  se n’é lavata le mani e gli stessi  governi italiani non sono mai intervenuti per affrontare questo problema all’interno del Consiglio. Anche il silenzio, su questo tema, della stampa italiana è preoccupante!
Avere in un Paese Europeo leggi così restrittive e inumane, pone seri interrogativi, su come viene gestita l’emergenza famiglia nell’Unione Europea… Certamente, l’emergenza famiglia nell’Unione Europea diventa sempre più un problema, se da un lato ci troviamo ad avere norme quali quelle di “Genitore 1″ e “Genitore 2″ e dall’altro l’accettazione di un istituto come lo Jugendamt, c’è da avere veramente paura per il futuro dei nostri figli, intendendo per “nostri figli” tutti i bambini europei, perché solo se gli adulti considereranno i bambini, tutti i bambini, come loro figli, noi potremmo avere la speranza di una società più equa e responsabile.
Quali sono le interpellanze richieste al Parlamento Europeo per fare luce sulla questione? Moltissime sono state le interrogazioni presentate al Parlamento Europeo da parlamentari di diversa nazionalità e di diverso gruppo politico, per quanto mi riguarda le allego, a titolo di informazione una sintesi, non completa di quanto ho fatto in questa legislatura su questo argomento.
Cosa può fare la politica per sensibilizzare l’opinione pubblica su tale tematicaLa politica deve prima di tutto prendere atto che non si possono continuare ad ignorare problemi di questa gravità, l’opinione pubblica dovrebbe essere sensibilizzata attraverso sistemi di informazione più corretti ed il governo Italiano dovrebbe uscire dal colpevole silenzio che ha avuto in questi anni.
Alcuni osservatori pensano che questa legge sia un residuo del nazismo… Lo Jugendamt è nato nel 1922 ed in seguito è stato  perfezionato da Himmler. Che ci siano, perciò,  delle derive residuali del nazismo ci sembra evidente.
Quale appello vuole lanciare affinchè si possa affrontare serenamente un dialogo costruttivo per superare la “burtalità” dello Jugendamt? Il mio appello  è che nella prossima legislatura tutti i parlamentari europei, compresi i tedeschi, trovino la forza di chiedere, senza ulteriori silenzi e tentennamenti, al Consiglio e alla Commissione di intervenire per modificare lo Jugendamt e per consentire che una sola legge europea garantisca i diritti di tutti i bambini, nati nell’Unione o che nell’Unione vivono. Mi auguro che anche i governi nazionali affrontino in sede di Consiglio questo argomento con il governo tedesco, per fare luce su un problema inquietante. a cura di Ornella Felici
fonte: http://www.papaboys.org/intervista-allon-muscardini-salviamo-i-bambini-dallo-jugendamt-tedesco/
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Richieste le dimissioni di Martin Schulz dal Parlamento europeo

A cura di M. Colombo


Martin Schulz prevede di iniziare ufficialmente la sua campagna elettorale il 17 aprile a Parigi.  Dieci giorni prima di questo appuntamento, il capofila dei socialisti è già in lotta, all’interno dello stesso Parlamento europeo del quale è presidente, mentre aspira a subentrare a Manuel Barroso nella funzione di capo della Commissione europea.

Poiché si avvicina lo scrutinio del 25 maggio, la destra, i verdi e i liberali gli chiedono di lasciare il suo incarico per non mischiare le carte. E accusano il socialdemocratico tedesco di essere in campagna elettorale ormai da mesi – cosa assolutamente veritiera – e di utilizzare i mezzi del Parlamento a sua disposizione – accusa, quest’ultima, che l’interessato contesta.

Schulz tenta di imporsi su Angela Merkel
Il rimprovero non è nuovo: sono gli eurodeputati della CSU, il partito conservatore bavarese, che hanno attaccato per primi il capofila dei socialisti su questo argomento, nell’ambito della campagna elettorale per le europee in Germania, mentre Martin Schulz moltiplica le sue presenze e gli interventi alla televisione.

In questo modo lui cerca di imporsi su Angela Merkel per avere la possibilità di vincere nella scelta dei capi di stato e di governo nella corsa alle elezioni, in caso di vittoria dei socialisti alle urne. La controversia è aumentata parecchio in queste ultime settimane.

Distinguere le funzioni di presidente da quelle di candidato
A metà marzo, i vari partiti tedeschi rappresentati nell’emiciclo, a parte l’SPD, hanno chiesto a Schulz di scegliere, cioè di dare le dimissioni dalle sue attuali funzioni. La settimana scorsa, una maggioranza di eletti di vari paesi ha persino appoggiato una relazione sul discarico per l'esecuzione del bilancio generale dell'Unione europea, mettendo in discussione le “attività politiche del presidente”.

Votato da 399 deputati, il testo “ritiene che i due ruoli sono mescolati in numerose attività”. E chiede di “distinguere la funzione di Presidente, cioè la figura con posizione neutrale rispetto ai partiti politici, dalla candidatura al ruolo di capolista dei socialdemocratici per le elezioni europee”. La relazione denuncia tra l’altro anche una “longa manus politica” su posizioni manageriali nell’amministrazione del Parlamento: “cinque membri del gabinetto del presidente sono raccomandati per occupare incarichi di direttore generale e di direttore”, si precisa.

Per Junker, “va posta la questione [delle dimissioni di Schulz]”
La guerriglia interna gioca a favore degli eletti della destra. Il loro candidato, Jean-Claude Junker, non rischia infatti tali critiche: obbligato a lasciare la funzione di capo del governo del Lussemburgo a fine 2013, l’ex presidente dell’eurogruppo non occupa più nessuna funzione europea.

Qualsiasi presidente di un parlamento nazionale candidato alle più alte funzioni, lascerebbe immediatamente il suo incarico”, dichiara comunque il capolista del partito popolare europeo, in un recente confronto tra i due uomini.

Non è che chieda lui stesso le dimissioni di Schulz, ma è certo che il “problema va posto”, aggiunge. Da parte sua Martin Schulz intende rimanere in carica fino alla fine. “Anche Jean-Claude Juncker ha condotto svariate campagne elettorali durante i diciannove anni da capo del parlamento”, argomenta il candidato dei socialisti. Ma il passaggio d’armi dimostra che l’interessato non ha soltanto amici nell’emiciclo quando si presenta come uomo del Parlamento di fronte agli Stati.

Philippe Ricard

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UE commissione di controllo: 

accusa di nepotismo e baronia a Schulz

Traduzione dell’articolo di Deutsche Wirtschafts Nachrichten – 29.03.2014

Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz

avrebbe assegnato incarichi dirigenziali nelle amministrazioni 

ai suoi stretti collaboratori (Foto dpa)
















Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz avrebbe assegnato incarichi nella pubblica amministrazione ai suoi stretti collaboratori. Soprattutto avrebbe sfruttato le amministrazioni del Parlamento europeo e utilizzato i fondi per la sua personale campagna elettorale al fine di diventare presidente della Commissione.

Le accuse vengono dalla commissione di controllo dei bilanci dell’Unione europea. La commissione critica concretamente il previsto inserimento nell’amministrazione del Parlamento europeo di cinque collaboratori del suo gabinetto in qualità di direttori generali.

“L’Unione europea critica in tutto il mondo il clientelismo e lo stesso principio va rispettato anche nel caso dell’amministrazione del Parlamento europeo, precisa la commissione.

Due dei suoi, il capo del gabinetto Schulz, certo Markus Winkler e il suo sostituto Herwig Kaiser, dovevano essere nominati direttore generale e direttore dell’amministrazione del Parlamento europeo. Entrambi i socialdemocratici, questi altissimi livelli, guadagnano 203.000 euro/anno, così il Telegraph. Il lavoro di Winkler sarebbe stato creato apposta per lui.

Altri 3 collaboratori di Schulz, Maria José Martinez Iglesias, Alexandre Stutzmann e Lorenzo Mannelli diventano direttori, con stipendi da 179.436 euro/anno.

Un portavoce di Schulz respinge le accuse. Sostiene che le promozioni dei collaboratori sono avvenute correttamente e con l’approvazione di altri alti eurodeputati.

Al contrario, per la Commissione, Schulz ha sfruttato il suo gabinetto, l’ufficio informazioni e i rimborsi viaggio per la sua propria campagna elettorale.

Quest’anno gli stipendi degli eurodeputati e degli impiegati sono stati aumentati di oltre 40 milioni di euro. Gli stipendi costano in tutto oltre un miliardo di euro all’anno.

Il regalo di commiato di Martin Schulz al Parlamento europeo [ndt.: in vista della candidatura a presidente della Commissione europea] è un nepotismo della peggiore specie”, così Nigel Farage, capo del UKIP, UK-Independence-Party, a proposito della personale politica di Schulz.

Nel Parlamento europeo cresce l’opposizione a Martin Schulz come non mai. I Conservatori e i Verdi hanno chiesto che Martin Schulz smetta di finanziare la propria campagna elettorale e la sua carriera personale con i soldi del Parlamento europeo.



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Jugendamt, Muscardini: vergognoso il rinvio ''tedesco'' delle petizioni sullo Jugendamt


Sessione straordinaria della Commissione Petizioni per fermare la negazione dei diritti dei bambini europei


Jugendamt e petizioni negate - Indetta una conferenza stampa a Bruxelles il 1 aprile con gli eurodeputati Muscardini, Angelilli, Mazzoni, Rinaldi, Toia, Boulland e rappresentanza dei genitori


Rinaldi: I tremendi abusi dello Jugendamt tedesco sui bambini e il quieto vivere dei nostri governanti


A Milano per incontrare Olivier Karrer, altra vittima dello Jugendamt


Attenzione costante allo Jugendamt!

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UE : Rencontre sur le sort des enfants de couples binationaux après décision du JUGENDAMT
10 juillet 2013

« Il est nécessaire de développer une coopération plus étroite entre les pays qui subissent des décisions du Jugendamt allemand sur les enfants de couples binationaux » a déclaré la députée européenne Cristiana Muscardini, Vice-président de la Commission du Commerce International au Parlement Européen. Accompagné des députés européens Rinaldi, Angelilli, Mazzoni, Toia et de deux parents, représentants de centaines d'autres dans la même situation, elle a participé à la rencontre qui a eu lieu hier avec le Cabinet du Commissaire Européen à la Justice, aux droits fondamentaux et à la citoyenneté, Viviane Reding.

"Il faut se coaliser contre un système de justice familiale qui considère, en cas de séparation, le parent allemand comme le seul capable d’éduquer les enfants (en réalisant ainsi un processus de germanisation) et qui empêche aux parents étrangers de dérouler la propre fonction parentale parce que dans cette manière l´amour sera soustrait aux enfants mais aussi une partie fondamentale de leur propre culture. Et nous ne voulons pas croire qu'au troisième millénaire puisse s’opérer un processus de germanisation comme les agissements du Jugendamt le font malheureusement supposer".

Le vice-président du Parlement européen, la Députée européenne Roberta Angelilli, en qualité de Médiateur européen pour les problèmes internationaux concernant les mineurs, a déclaré que son bureau reçoit de nombreuses demandes d'aide de la part de parents qui, ayant des enfants en Allemagne, n'ont plus aucun contact avec eux.
Tout cela n’est pas seulement une violation des droits des adultes, mais viole incontestablement ceux des enfants.

Monsieur l’eurodéputé Niccolò Rinaldi a rappelé les nombreuses initiatives au Parlement européen sur le problème Jugendamt en répétant aux membres du Cabinet que s’ils confirmeront encore une fois leur impuissance à intervenir, ils provoqueraient une méfiance certaine de la part des citoyens envers les institutions européennes. "La Commission, a-t-il, souligné, ne devrait pas sous-estimer ce problème qui ne concerne pas seulement les parents séparés, mais qui touche le respect des droits fondamentaux et qui concerne l'avenir de l'Europe elle-même."

Madame l’eurodéputée Toia a en outre souhaité que le Commissariat de Viviane Reding ait le courage de se battre et d'imposer le respect des droits fondamentaux des enfants, comme elle s'est déjà battue pour d’autres nobles causes.

En conclusion de cette rencontre, les parlementaires européens ont décidé d'envoyer une lettre au Président lituanien Dahlia Grybauskaite, qui prendra pour un semestre (à partir du 1er Juillet 2013) la présidence de l’Union européenne, et de demander que le Conseil affronte le problème.

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(ANSA) - BRUXELLES, 10 JUILLET 2013

L'Union européenne doit prendre position et organiser une "coopération plus étroite" entre les pays dans lesquels on subit les conséquences des actions du Jugendamt et de la législation allemande qui, dans les cas de séparation de couples binationaux, reconnaît seulement au parent allemand le droit de garde des enfants. C’est ce qui a été demandé par un groupe de parlementaires européens italiens, lors d’une rencontre avec le vice-président de la Commission européenne et Commissaire à la Justice, aux droits fondamentaux et à la citoyenneté, Viviane Reding. Les députés ont aussi envoyé une lettre au premier ministre Lituanien, Dahlia Grybauskaite, président pour six mois de l’Union Européenne (UE), afin de lui demander de faire en sorte que le Conseil affronte le problème.

Ont également participé à cette rencontre, le vice-président du Parlement européen et médiateur Européen pour les problèmes internationaux relatifs aux enfants, Roberta Angelilli, le vice-président de la Commission du Commerce international, Cristiana Muscardini, le chef du groupe ALDE, Niccolo' Rinaldi, le président de la Commission des Pétitions, Erminia Mazzoni, le vice-président du groupe S&D Patrizia Toia et deux parents qui représentaient les centaines de parents touchés par le problème du Jugendamt.

"Il faut se coaliser contre un système de justice familiale qui réalise un processus de germanisation » a observé Roberta Angelilli, en ajoutant que nous ne voulons pas croire qu'au troisième millénaire puisse s’opérer un processus de germanisation comme les attitudes du Jugendamt le font malheureusement supposer".


Monsieur Rinaldi a rappelé les nombreuses initiatives au Parlement européen sur le problème Jugendamt, en répétant aux membres du Cabinet que s’ils confirmeront encore une fois leur impuissance à intervenir, ils provoqueraient une méfiance certaine de la part des citoyens envers les institutions européennes. Madame Toia a souhaité que le Commissaire Reding ait le courage de se battre et d'imposer le respect des droits fondamentaux des enfants.

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MERCREDI 10 JUILLET 2013

Hier, avec les collègues Muscardini, Angelilli, Mazzoni, et Toia, nous avons pris part à la première rencontre entre le Cabinet du Commissariat Reding et les représentants des parents des enfants binationaux, dont Marinella Colombo, impliqués malgré eux, dans des affaires avec le Jugendamt.

Nous avons demandé cette rencontre que nous avons enfin obtenu, pour trouver une solution européenne à un problème qui est en train de mettre en péril la crédibilité des Institutions européennes, mais surtout pour continuer une bataille politique et morale et faire en sorte que tous les enfants en Europe soient égaux.

Les affaires de couples mixtes européens, dont l’un des deux parents est allemand, qui ont dû faire face, avec l'intervention du Jugendamt, à la dure épreuve de la séparation de leurs propres enfants, font partie des expériences les plus douloureuses auxquelles j’ai été confronté dans le cadre de mon mandat au Parlement européen.

Pour Marinella la rencontre d'hier a été l'occasion de parcourir à nouveau son histoire qui n’est plus un cas isolé, mais l’exemple d’un phénomène de plus en plus européen.

En 2006, quand elle se sépare de son mari allemand, elle obtient la garde des enfants. Mais tout de suite, l'institution en Allemagne qui officiellement protège les mineurs, le Jugendamt, s’immisce dans la séparation. En 2008, pour ne pas perdre son emploi, Marinella est contrainte de retourner en Italie. Malgré l’accord entre elle et le mari, à son insu Leonardo et Nicolò sont enlevés un matin par la police à l'école, et renvoyés à Munich en Bavière. Marinella découvrira également que plusieurs mois auparavant, alors que ses enfants étaient en vacances avec leur père, un mandat d’arrêt international avait été émis contre elle pour enlèvement d’enfant. Les irrégularités ne s'arrêtent pas à son cas : son histoire, en effet, porte à la lumière les pratiques anormales et discriminantes du Jugendamt à l’égard des conjoints étrangers de couples mixtes, dont les dizaines et dizaines de causes pendantes près de la Cour Européenne des Droits de l'homme en sont témoignage. Une justice, comme le soutient Marinella, contrôlée par une administration qui, contrairement à ce qu'elle revendique, ne s'intéresse pas du tout au bien des enfants, mais uniquement aux intérêts "économiques" de l'Allemagne tout en déterminant inévitablement la perte des liens, des attachements, de la culture d'un des deux parents.

Ce n'est pas la première fois que nous portons ce sujet à l'attention des Institutions européennes, Nous avons plus présenté maintes fois le problème et interrogé Commission européenne sur ce sujet. Malheureusement, à cet égard nous avons eu jusqu’à aujourd’hui une approche prudente et "légaliste", qui n'est pourtant plus crédible aux yeux des citoyens Européens. L'Europe a été trop silencieuse. D’une part, parce que l'Allemagne est un grand pays et d’autre part, parce que le droit de la famille est de compétence des États membres. Il est cependant nécessaire que la Commission se prononce. Il en va de la crédibilité et de l'image de l'Europe. Toutes les histoires inhérentes au Jugendamt renvoient à un type de langage que nous ne devrions plus entendre. Chaque fois que nous avons tâché de proposer ce débat à l'opinion publique nous avons toujours provoqué une réaction des autorités allemandes, elles ont même mis en doute notre rencontre sur ce thèmeau Parlement de Strasbourg.

Nous savons que le problème existe, qu’il n'est pas circonscrit à des cas particuliers et nous voulons le résoudre. Ensemble, les forces du Parlement européen et de la Commission peuvent vraiment faire quelque chose dans l'intérêt des citoyens. Il est nécessaire de faire un pas en avant au plus vite.

Le Jugendamt est un problème, nous ne pouvons plus le nier, nous devons le résoudre avec l’approche adéquate et le moment de le faire est arrivé. C’est pourquoi j'ai demandé qu'au prochain Forum européen sur les enfants, il soit possible d'inviter une représentation des parents.
Il est temps que la Commission assume sa responsabilité sans ces peurs révérencielles qu’elle a eues jusqu’à aujourd’hui à l’égard de l'Allemagne.

Ce que nous voulons de l'Europe est une société dans laquelle tous soient respectés et dans laquelle il n’y ait pas d’arrogances de la part des pays les plus forts. Nous avons demandé une action que, jusqu’à aujourd'hui elle a tardé, mais il faut montrer au moins le carton jaune, si non décidément le rouge, pour que cette action systématique contre les parents non-allemands puisse avoir fin. Nous espérons vraiment d’y réussir.


Ce qui est en jeu ce sont les Droits Fondamentaux et la crédibilité des Institutions Européennes !

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La Commission européenne reçoit les députés Italiens et les parents à propos du Jugendamt

Le Cabinet de Viviane Reding confronté aux parents d’enfants binationaux lors d’une rencontre au Parlement européen.
10/07/13

Il semble qu’après les nombreuses interventions et les interrogations d'eurodéputés italiens, la Commission Européenne ait décidé de s'occuper du vieux problème du Jugendamt allemand, l'organisme administratif qui « prend à la charge », en les séparant des parents étrangers, les fils de couples binationaux, ou également si aucun des parents n’est allemand. Un problème qui cause de nombreux drames dans toute l’Europe.
En effet, une rencontre au Parlement européen a eu lieu entre parlementaires Italiens, parents et membres du Cabinet du Commissaire à la Justice, aux droits fondamentaux et à la citoyenneté Viviane Reding au Parlement Européen.

Du côté des eurodéputés italiens, étaient présents, en tête, Cristiana Muscardini, qui suit ce problème depuis des années, Roberta Angelilli, Vice-président du Parlement Européen, Erminia Mazzoni, Président de la commission Pétitions et deux autres députés qui se sont occupés du problème, Niccolò Rinaldi et Patrizia Toia.
Mme Muscardini a présenté le problème et les nombreuses initiatives juridiques et politiques des parents victimes du système et Mme Mazzoni a souligné que le problème ne concerne pas seulement les parents italiens, mais ceux de toute l’Union Européenne et que dans son bureau, on reçoit des dizaines de demandes et de pétitions pour chercher à limiter le pouvoir dominant et sans appel du Jugendamt.
Mme Angelilli, qui est également Médiateur Européen pour les cas de soustraction des enfants, a rappelé que d’innombrables parents ont recours à son bureau pour des cas problématiques de séparation et d'intervention de l'administration allemande.
M. Rinaldi a demandé aux membres du Cabinet de travailler ensemble à une solution qui rentre dans les compétences des institutions européennes - entre lesquelles ne rentre pas le droit de famille – et qui soit en même temps efficace dans la résolution des controverses.

A cette rencontre ont également participé deux parents, Marinella Colombo et l’israélien Joël Peretz, dont les enfants ont été soustraits par le Jugendamt, qui leur a enlevé jusqu’au droit de les voir, ou sinon, juste pour quelques minutes et avec un contrôleur. Les deux parents qui ne voient plus leurs enfants depuis des années, ont raconté aux membres de la Commission leurs propres expériences juridiques avec des tribunaux qui ne les ont pas écoutés, non pas par simple surdité institutionnelle, mais vraiment parce qu’ils n’acceptent pas le vrai contradictoire ou un examen bilatéral du cas.


Les membres du Cabinet ont promis de travailler sur le cas, et on est également en train de tenter d'insérer un débat sur le Jugendamt dans le prochain Forum européen des droits de l'enfant qui se tiendra avec de nombreuses associations et ONG du secteur le 17 et 18 décembre prochain.

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Des Eurodéputés italiens contre les lois de l'Allemagne sur la garde des enfants
Publié le 12 juillet 2013 par la Rédaction

Cinq députés ont rencontré le commissaire Reding pour lui demander d'intervenir sur les règles du Jugendamt : s’opposer à des règles qui, en cas de séparation de couples binationaux, reconnaissent le droit de garde au seul parent allemand.

Les parlementaires européens italiens s'unissent dans la lutte contre la législation de l'Allemagne au sujet des mineurs. Cinq députés ont rencontré le Commissaire Européen à la Justice, aux droits fondamentaux et à la citoyenneté, Viviane Reding, pour lui demander d'intervenir sur les règles du Jugendamt (l’administration de la jeunesse) qui prévoient, en cas de séparation de couples binationaux, la reconnaissance du droit de garde de l’enfant  au seul parent allemand.

A cette rencontre ont participé le vice-président du Parlement européenne, Roberta Angelilli, le vice-président de la Commission du Commerce international, Cristiana Muscardini, le chef de groupe IDV, Niccolò Rinaldi, le président de la Commission Pétitions Erminia Mazzoni, le vice-président du groupe S&D Patrizia Toia et deux parents qui représentaient des centaines d’autres parents touchés par le problème du Jugendamt.

"Il est nécessaire de développer une coopération plus étroite entre les Pays qui subissent ces décisions" a proposé Cristiana Muscardini. En "empêchant les parents étrangers d’exercer leur rôle de parent -elle met en évidence- on prive les enfants de l’amour d’un parent, mais on les prive aussi une partie fondamentale de leur propre culture. Nous ne voulons pas croire qu'au troisième millénaire, puisse s’opérer un processus de germanisation, comme les agissements du Jugendamt le font malheureusement supposer".

En tant que médiateur européen pour les problèmes internationaux concernant les mineurs, Roberta Angelilli a déclaré que son bureau reçoit sans cesse de demandes d'aide de la part de parents qui, ayant des enfants en Allemagne, n'ont plus aucun contact avec eux.
"Tout cela, a-t-elle déploré, au-delà de violer les droits des adultes, viole sans équivoque les droits des mineurs ».

Monsieur l’eurodéputé Niccolò Rinaldi a rappelé les nombreuses initiatives au Parlement européen sur le problème Jugendamt (NDT : les centaines de pétitions des parents, les conférences, les questions écrites…) en répétant aux membres du Cabinet qu’en confirmant comme ils l’ont déjà fait, leur impuissance à intervenir, ils provoqueraient une méfiance certaine envers les institutions européennes de la part des citoyens.

Madame l’eurodéputée Toia a en outre souhaité que le Commissaire Viviane Reding ait le courage de se battre et d'imposer le respect des droits fondamentaux des enfants, comme elle s'est déjà battue pour d’autres nobles causes.

En conclusion de cette rencontre, les parlementaires européens ont décidé d'envoyer une lettre au Président lituanien Dahlia Grybauskaite, qui prendra pour un semestre la présidence de l’Union européenne, à partir du 1er juillet 2013, pour demander que le Conseil affronte le problème.








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http://www.ilpattosociale.it/news/1542/Frontiere-d-Europa.html

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Traduzione dal tedesco dell’articolo apparso sul quotidiano 
TAZ. Die Tageszeitung e relativo all’incontro di esperti del 17 maggio 2013 a Amburgo
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I Genitori turchi non ci stanno

Dibattito : gli Jugendamt portano via troppi bambini alle famiglie, sostiene l’associazione dei genitori turchi di Amburgo. Supporto arriva dalla Commissione Petizioni del Parlamento europeo.
Di Kaija Kutter

„Jugendamt – Davvero per il bene del bambino ?“ con questa provocazione, l’associazione dei genitori turchi di Amburgo (HTVB) ha aperto una tavola rotonda. Il punto di partenza è stato il numero sempre crescente di bambini prelevati dallo Jugendamt. Dal 2007 questa cifra è aumentata in tutta la repubblica federale del 40 percento. Il presidente dell’associazione, Malik Karabulut, definisce preoccupante la situazione, perché dopo essere stati portati via dai genitori i bambini vivono spesso “esperienze terribili” e, allontanati dalle famiglie, vengono strappati anche alla loro cultura.
Di solito la discussione che verte sulla protezione dei minori si sviluppa in questo modo : il drammatico caso di un bambino morto smuove i media e la politica, viene rimproverato agli Jugendamt di aver agito con ritardo. Di conseguenza aumenta il numero dei bambini sottratti per far così vedere che gli Jugendamt fanno il loro lavoro. Ad Amburgo, dopo la morte di Jessica nel 2005, il numero dei bambini sottratti alle famiglie è salito in ogni quartiere dai 400 ai 500 e da allora è rimasto su questi valori.
Ma l’associazione dei genitori turchi discute di questo problema da una altro punto di vista. Dopo il prelievo del bambino non viene effettuato nessun controllo per verificare che l’allontanamento fosse motivato. Su questo gli esperti della tavola rotonda erano tutti d’accordo. In modo molto critico si è espresso l’avv. Grégory Thuan. “Il fatto che i giudici non controllino gli Jugendamt rappresenta un problema per i diritti fondamentali”. L’avv. Thuan era referendario alla Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo che più volte ha condannato la Germania per non aver rispettato il Diritto alla vita familiare. In altri paesi non è normale che il tribunale tolga l’affido ai genitori nel giro di 48 ore, senza che questi abbiano la possibilità di opporsi.
L’educatrice professionale Monika Armand di Halle ha relazionato la vicenda di un bambino che è stato portato via alla famiglia solo perché una ex amica della madre, in cerca di vendetta, ha lanciato il sospetto che la madre volesse suicidarsi. Questo non era vero, lo chiarì uno psicologo il giorno seguente, mentre il rientro in famiglia del bambino è durato settimane. Molto di ciò che subiscono i genitori, esula dall’ambito della legalità. E’ vero che quando viene tolto l’affido, vengono fatte delle perizie, ma anche queste non sono imparziali perché i periti vogliono continuare a ricevere incarichi dalla stessa autorità. Non è certo che i bambini presso istituti e famiglie affidatarie crescano meglio. Armand “il rischio di maltrattamenti e abusi è, secondo studi recenti, maggiore di sette volte rispetto alle famiglie naturali”. Anche la separazione dei genitori è un problema. Le famiglie affidatarie avrebbero senso se coinvolte come supporto per la famiglia di origine e non come alternativa ad essa.
In Turchia provoca molto sdegno il fatto che i bambini vadano a finire presso famiglie tedesche e non vengano socializzati nella loro lingua e cultura. Si parla di “germanizzazione”. Il Console turco Berati Alver si appello perciò ai genitori turchi perché si propongano come genitori affidatari. Invece di lamentarsi dell’assimilazione, bisognerebbe fare qualcosa di concreto.
Purtroppo la discussione di venerdì non ha registrato la presenza di rappresentanti dello Jugendamt. Invece, ha affermato Karabulut, saremmo interessati ad una dichiarazione.
http://www.taz.de/Diskurs-um-Kinderschutz/!116547/
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Abusi-jugendamt-situazioni-inammissibili-nello-spazio-giudiziario-europeo

Perché-tutti-siano-consapevoli-delle-discriminazioni-dello-Jugendamt

Jugendamt-diritto-degli-europei-o-diritto-dei-tedeschi

Dal-parlamento-alla-germania-ratifichi-la-carta-dei-diritti-e-rispetti-i-minori-binazionali

iniziative-parlamentari-diritto-familiare-in-germania-assurdo-che-ue-non-intervenga

Continua-la-battaglia-per-difendere-i-minori-contro-lo-strapotere-dello-Jugendamt

La-battaglia-di-Marinella-Colombo-e-dell-On.-Muscardini-su---Tempi--

Ridateci-i-nostri-bambini-lingiustizia-di-cui-nessuno-parla

jugendamt-karrer-ceed-scrive-a-paola-severino-per-denunciare-la-procura-di-milano

lettera-di-marinella-colombo-e-questa-la-giustizia

La-Germania-rapisce-figli-e-risorse

Oggi-come-sessantanni-fa-le-vittime-dello-jugendamt-tedesco-sono-le-vittime-di-santanna-di-stazzema

J'accuse-Vi-racconto-perche-ho-difeso-Marinella-Colombo-nella-lotta-per-i-suoi-figli

due genitori italiani a cui e' stata tolta la bambini che ho seguito fino all'eta' di 8 anni

direnews-newsletter-minori-quando-le-parole-mangiano-i-bambini

24-04-13 Le-jugendamt-mis-en-scene-rome

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  • Tratto da TAZ.de

DISKURS UM KINDERSCHUTZ

Türkische Eltern wehren sich

Die Jugendämter nehmen zu viele Kinder aus ihren Familien, sagt der Türkische Elternbund Hamburg. Unterstützung kommt vom EU-Petitionsausschuss.VON KAIJA KUTTER

In den Niederlanden kämpft eine türkischstämmige Familie um ihren neunjährigen Sohn Yunus (Mitte). Bild:  dpa
"Jugendamt - Wirklich zum Wohle des Kindes?", mit dieser provokanten Frage lud der Türkische Elternbund Hamburg (HTVB) am Freitagabend zu einer Diskussion in Billstedt ein. Anlass ist die steigende Zahl von Kindern, die vom Jugendamt in Obhut genommen werden. Seit 2007 stieg sie bundesweit um fast 40 Prozent. Der HTVB-Vorsitzende Malik Karabulut nennt dies Besorgnis erregend, denn nach der Inobhutnahme kämen die Kinder teilweise in "schlimmere Situationen" und würden, sofern sie aus Einwandererfamilien kämen, ihrem Kulturkreis entrissen.
Meistens verläuft der Diskurs um Kinderschutz so: Der dramatische Einzelfall eines gestorbenen Kindes rüttelt Medien und Politik auf, den Jugendämter wird vorgeworfen, sie hätten zu spät reagiert. Steigen die Inobhutnahmen, so die Vorstellung, machen die Jugendämter endlich ihren Job. In Hamburg ist nach dem Tod von Jessica 2005 die Zahl der von Bezirken in Obhut genommen Kinder von rund 400 auf 500 gestiegen und hält sich seither auf diesem Niveau.
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Doch der Türkische Elternbund diskutiert dieses Thema aus einem anderen Blickwinkel. Rückwirkend werde nicht kontrolliert, ob die Entscheidung, ein Kind aus der Familie zu nehmen, richtig war, da waren sich die Experten der Billstedter Runde einig. Sehr kritisch äußerte sich Maitre Gregory Thuan Dit Dieudonne, ein Experte des EU-Petitionsausschusses. "Es ist ein großes Problem für die Menschenrechte, dass die Richter die Jugendämter nicht kontrollieren."
Bundesweit 38.456 Kinder wurden 2011 von Jugendämtern in Obhut genommen, darunter waren 9.216 ohne deutschen Pass.
In Hamburg ist deren Anteil noch höher. Laut einer Statistik von 2009 waren 62 Prozent der in Obhut Genommenen ohne deutschen Pass.
Allerdings landen in Hamburg auch die meisten minderjährigen unbegleiteten Flüchtlinge. Lasse man diese weg, erklärt die Sozialbehörde, seien Migranten nicht überproportional betroffen.
Die Grünen fordern eine unabhängige Ombudsstelle, bei der Eltern und Jugendlich Rat finden. Die SPD hat einen solchen Antrag abgelehnt.
Dieudonne war Referendar beim Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte in Straßburg, der Deutschland schon mehrfach wegen Missachtung des Rechts auf Familienleben verurteilt hat. Eltern einfach per Gericht binnen 48 Stunden das Sorgerecht zu entziehen, ohne dass diese dagegen etwas tun können, das sei in anderen Ländern nicht üblich.
Die Erziehungswissenschaftlerin Monika Armand aus Halle berichtete von einem Kind, das in Obhut kam, nur weil eine auf Rache erpichte frühere Freundin der Mutter dieser Selbstmordabsichten unterstellte. Dass dies falsch war, habe ein Psychiater am nächsten Tag geklärt. Nur die Rückkehr des Kindes habe Wochen gedauert. Vieles, was Eltern erleben, sei nicht vom Gesetz gedeckt. Zwar gibt es bei Sorgerechtsentzug Gutachten von Sachverständigen, doch auch die seien nicht wirklich unabhängig, da sie auf Folge-Aufträge der Ämter angewiesen seien.
Es sei zudem nicht gesagt, dass sich die Kinder in Heimen und Pflegefamilien besser entwickeln. Armand: "Das Risiko von Missbrauch und Misshandlung ist laut Studien dort siebenfach größer als in normalen Familien." Auch sei die Trennung von den Eltern ein Problem. Sinnvoller seien deshalb Pflegefamilien als Ergänzung statt als Ersatz zur Ursprungsfamilie.
In der Türkei sorgt für Aufregung, dass Kinder in deutsche Pflegefamilien kommen und nicht in ihrer eigenen Sprache und Kultur sozialisiert werden. Die Rede ist gar von "Zwangsgermanisierung". Der türkische Konsul Berati Alver appellierte deshalb in einer kurzen Rede an türkische Eltern, sich selber als Pflegefamilien zur Verfügung zu stellen. Statt sich über Assimilation zu beschweren, müsste man etwas tun.
Die Diskussion am Freitag krankte daran, dass kein Vertreter eines Jugendamtes dabei war. Dies sei leider nicht gelungen, sagte Karabulut. Man sei aber an einer Aussprache interessiert.




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Oliver Karrer to Paola Severino : "I accuse the Public Prosecutor Office of Milano for enforcing the family law of the Germans without understanding its xenophobic and nationalistic aims [...] I accuse  the Public Prosecutor Office of Milano for sending secretly agents in civilian clothes into the Slovenian territory in order to kidnap  the children of Marinella Colombo and put them under the German jurisdiction, thus exceeding their powers and prerogatives."


"Since when I arrived in Milano, (last October at San Vittore prison, editor's note) I have been going on a hunger and thirst strike. It seems that this is the only way for non German parents  to be heard, in this Europe, which is under the control of Germany".
This is what the French Olivier Karrer writes in his long letter addressed to Paola Severino,  the Italian Minister  of Justice, denouncing the criminal procedures of the German family law.  This letter has been published on the website of CEED (Conseil Européen  des Enfants du Divorce - European council of children of divorce). CEED is an association of parents and grandparents "victims of international kidnapping of children" . In the last years they have  denounced  abuses of the European conventions by Jugendamt.
CEED, submitting petitions and questions to the European Parliament, has accused Jugendamt of valuing more highly the German origins of the child with respect to his/her true well being.  Jugendamt's aim is that no child ever  leaves Germany,  that exclusive custody right is never granted to the foreign parent, also making his/her relationship with the child difficult.
Karrer has been arrested as a result of investigations conducted by the Public Prosecutor Office of Milano in the case of Marinella Colombo. Olivier Karrer strongly accuses "the Public Prosecutor Office  of Milano, more exactly Prosecutor Luca Gaglio and  deputy  Prosecutor Pietro Forno for chasing innocent parents on behalf of the German government. I accuse the Public Prosecutor Office of Milano for enforcing the family law of the Germans without understanding its xenophobic and nationalistic aims.
I accuse the Public Prosecutors Office of Milano for  fabricating, in order to comply with the will of Germany, senseless and groundless accusations, with no evidence and for making a real political plot by fabricating false accusations, customized  lies based on fraudulent testimonies organized by the Public Prosecutor Office of Munich with no evidence and never verified, whose aim was to charge CEED of being a criminal organization."
These accusations of Karrer, a victim himself of Jugendamt, carry a heavy charge. As regards the case which brought him in prison he reveals that some Italian agents violated the agreements of the Convention of judiciary cooperation:  "I accuse  the Public Prosecutor Office of Milano for sending secretly agents in civilian clothes into the Slovenian territory in order to kidnap  the children of Marinella Colombo and put them under the German jurisdiction, thus exceeding their powers and prerogatives."

 Karrer continues considering the abuse of the European Arrest Warrant, used by German authorities. The EAW is a measure created in the aftermath of the terroristic attacks of September 2011 in order to fight international criminal organizations. Jugendamt issued it  in the case of Marinella Colombo and in other cases similar to it, proceedings concerning family which could have been solved through civil  and penal proceedings. "I accuse  the Public Prosecutor Office of Milano for fully cooperating with criminals of the German Right and for organizing this plot, by means  EAWs,  issued upon no grounds, neither in fact nor in law; on  the contrary they were issued as retaliation measures. For these reasons - he concluded - I ask you, Dear Minister, and to the international community to request the immediate liberation of all parents incarcerated  upon request of the Public Prosecutor Office of Milano to favour the German population increase. This file, which constitutes a scandal, deserves the attention of the international community, since citizens of different nationalities, French, Italian, American, German, Polish and Lebanese, are involved."

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